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IL DIRETTORE RISPONDE

Il dramma dei bambini contesi

Michele Brambilla

Michele Brambilla

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Egregio Direttore,
faccio riferimento all’articolo apparso sulla Gazzetta di Parma, in data 6 novembre 2016, dal titolo “Quando i figli vengono strappati ai genitori”, a firma M. P., nel quale si dà conto del convegno “A tutela dei minori” tenutosi a Parma. Scrivo nella mia qualità di Presidente dell’Ordine Assistenti Sociali Emilia Romagna- e senza entrare nel merito del caso rappresentato nell’articolo - ritengo doveroso esprimere alcune considerazioni sul contenuto dell’articolo stesso.
All’On. Giuseppe Romanini, membro della Commissione bicamerale su Infanzia e Adolescenza, viene attribuita l’affermazione che, rispetto ai circa 30.000 minori fuori famiglia “nella stragrande maggioranza, si tratta di casi legati a motivazioni di carattere economico”. Se così fosse, spiace pensare che un parlamentare faccia proprio un ricorrente pregiudizio sull’operato dei Servizi Sociali, soprattutto senza contemplare il funzionamento dei Servizi che si occupano di Minori e Famiglie nella nostra regione.
La normativa regionale riguardante le tematiche della Famiglia e dei Minori, (L.R. 2/2003, L.R. 14/2008, DGR N. 1904/2011, DGR N. 1677/2013, DGR. N. 1102/2014, nonché Linee di Indirizzo) ha previsto modelli operativi integrati che vedono la compresenza di più competenze professionali e di più Servizi, necessari per operare nelle situazioni ad alta complessità per sostenere le competenze genitoriali ed evitare, prioritariamente, l’allontanamento dei minori dalle loro famiglie.
La valutazione è l’esito di un accurato esame di un’équipe multiprofessionale che analizza i fattori di rischio e i fattori di protezione per garantire un equilibrato sviluppo evolutivo dei minori in un determinato contesto di vita familiare e sociale.
L’allontanamento non è mai deciso sulla base di indicatori economici, ma resta una delle misure estreme, quando sono stati già esperiti tutti i tentativi di aiuto e sostegno a genitori fragili e spesso inconsapevoli dei potenziali danni che possono arrecare ai propri figli.
L’obiettivo è sempre quello di preservare i legami e di recuperare le capacità genitoriali, al fine di ricomporre il nucleo familiare, là dove è possibile: il focus dell’intervento è solo ed esclusivamente il superiore interesse del minore. Nei casi di minori sui quali sono stati emessi provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria, va ricordato che l’attività del Servizio Sociale è subordinata al Giudice, il quale detiene il potere di controllo, supervisione e coordinamento.
Per quanto riguarda l’attuazione dell’art. 403 c.c., in base alle linee comuni di orientamento, frutto di un accordo tra Regione, Comuni e Autorità Giudiziaria, si tratta di una misura amministrativa che si applica quando un minore si trova “in condizioni di grave pericolo per la propria condizione fisica e psichica”. Il Servizio Sociale dell’Ente Locale nell’esercizio delle sue funzioni, può quindi anche trovarsi nella necessità di allontanare un minore in situazioni di emergenza, sempre comunque contestualmente segnalata all’Autorità Giudiziaria.
Su questi temi è vero che la figura dell’Assistente Sociale riveste un ruolo centrale: proprio per questo motivo richiede un percorso formativo accademico, a cui segue l’obbligo, previsto per legge, di aggiornamento e formazione continua e di rigoroso rispetto del proprio Codice Deontologico. La preparazione e la competenza tecnico-professionale devono integrarsi con caratteristiche di flessibilità e sensibilità, necessarie per poter affrontare situazioni critiche e spesso dolorose. L’Assistente Sociale che presta attività nei Servizi per i Minori e le Famiglie, non lavora da solo, ma si confronta e agisce con professionisti di altri Servizi, in particolare con Educatori, Psicologi e Neuropsichiatri Infantili. Un’integrazione che ha anche l’obiettivo di evitare la formulazione di giudizi arbitrari e soggettivi.
dott.ssa Rita Bosi
Presidente dell’Ordine Assistenti Sociali Emilia Romagna

Ricordo purtroppo molto bene il giorno in cui uno dei miei figli, allora in terza elementare, tornò a casa da scuola sotto choc, al punto da non riuscire quasi a parlare. A fatica riuscimmo a fargli dire che cosa lo turbasse: «Hanno rapito Filippo» (il nome è di fantasia), disse, e raccontò che, durante la lezione, avevano bussato alla porta della sua classe, erano entrate due signorine le quali, dopo aver parlato sottovoce con la maestra, avevano invitato un bambino a seguirle. La maestra era scoppiata in lacrime. All’uscita di scuola, la mamma era lì, ad attendere invano suo figlio, perché non sapeva nulla. La maestra dovette informarla dell’accaduto. Era successo appunto che il bambino, otto anni, era stato sottratto alla madre (separata dal marito e padre del bimbo) su ordine di un giudice, ordine che era stato eseguito così, manu militari. Posso assicurare che non si trattava affatto di un caso estremo disagio: erano due genitori separati come tanti, e un giudice aveva ritenuto che la madre esercitasse un ruolo negativo sul figlio perché gli parlava male del padre.
Perché racconto questo episodio? Non certo per mettere in dubbio la professionalità delle assistenti sociali (che nelle decisioni di quel giudice non c’entravano nulla) ma per richiamare l’attenzione su un dramma del quale poco si parla, e cioè del gran numero di figli che vengono tolti alla famiglia, spesso con modi simili. E’ chiaro che i primi responsabili sono i genitori, ma ho visto tanti, molti, troppi casi come quello che ho descritto sopra: e assicuro che quella madre, una persona tutt’altro che irresponsabile, per mesi e mesi non solo non ha potuto vedere il figlio, ma neppure ha potuto sapere in quale istituto si trovasse.
Ripeto: le assistenti sociali non hanno colpa e fanno il loro lavoro. Voglio solo approfittare di questa lettera per richiamare l’attenzione su quello che, ripeto, è un dramma, perché certi momenti quei bambini non li dimenticheranno mai. E quindi credo che tutti, a partire dai genitori, ma non solo, si dovrebbero mettere una mano sulla coscienza.

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  • Biffo

    17 Novembre @ 15.38

    Io ho fatto più alla svelta, Direttore; quando mi sono separato, nel 1987, mi sono tenuto le mie due figlie, di 9 e 13 anni, e mai le avrei lasciate alla madre, che ha solo opposto deboli tentativi di averle per sé. E se solo delle care, soavi assistenti sociali mi si fossero avvicinate, mi sarei e le avrei difese dalle loro interferenze indebite in ogni modo. E faccio presente che ero oberato di debiti contratti dalla mia consorte, e sorretto dal lauto stipendio di professore di Lettere, roba da ricchi! Le assistenti sociali sono state oggetto di varie controversie, circa il loro operato e le loro valutazioni, come ho visto spesso, per fortuna non nel mio caso personale, in vari programmi TV, con oggetto la sottrazione di figli a tante famiglie, senza alcun valido motivo.

    Rispondi

  • Bastet

    17 Novembre @ 15.01

    @enzo: "allora non ci sarebbero più gli aborti"....è incommentabile!!!!Ma lei si è commentato benissimo!

    Rispondi

    • Enzo

      17 Novembre @ 17.00

      non ho capito, mi spieghi meglio. io ho espresso un commento, non ho detto che è m***a la roba detta da un altro.

      Rispondi

  • Enzo

    17 Novembre @ 12.24

    il problema è che troppi genitori vedono i figli come qualcosa di loro proprietà. una loro appendice. se cominciassero a vedere che il figlio è un'altra persona, cambierebbero le cose. e allora non ci sarebbero più gli aborti (=infanticidi), e neanche queste scene di rapimenti, eccetera.

    Rispondi

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