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Aung San Suu Kyi e i Rohingya

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Gentile direttore,
rispondo alla lettera del signor Roberto Arvedi sulla recente visita dell'Associazione per l'Amicizia Italia-Birmania Giuseppe Malpeli ad Aung San Suu Kyi, mentre nel mondo si discuteva sui suoi comportamenti a proposito della minoranza mussulmana nel Rakhine State. Nel corso del nostro incontro, nella sua residenza a Naypyidaw, la capitale politica, con una accoglienza molto affettuosa, resa pubblica su giornali e Tv, io ho parlato riservatamente con lei del problema. Ha ragione il signor Arvedi nella conclusione della sua lettera: «Sarebbe il colmo che una perseguitata divenuta un simbolo nel mondo per le ingiustizie subite, una volta raggiunto il potere diventasse a sua volta persecutrice...». Sì, c'è qualcosa che non torna. Perché non si vuole vedere il cambiamento che con Aung San Suu Kyi sta avvenendo? A fine agosto ha riunito tutte le etnie, comprese quelle in conflitto, nella grande Conferenza di pace e di riconciliazione nazionale di 1800 persone. Questo il suo orizzonte politico. Poche settimane fa ha chiamato nella capitale i ministri degli Esteri del Sud Est asiatico (Asean), comprese Malesia e Indonesia a maggioranza mussulmana, per discutere del problema dei Rohingya. Appena insediata ha costituito la Commissione di investigazione chiamando a presiederla Kofi Annan, già segretario generale dell'Onu. Nello stesso giorno in cui eravamo da lei ha presieduto la riunione della stessa Commissione che ha presentato un primo parziale Rapporto sulla situazione. Ne hanno dato ampia notizia i giornali birmani nella stessa pagina in cui si parlava della nostra visita. Metodo democratico, discussione pubblica, trasparenza, internazionalizzazione del problema. Così Aung San Suu Kyi lo sta affrontando. La lettera dei Premi Nobel e delle altre personalità che nei giorni scorsi hanno scritto al Consiglio di sicurezza dell'Onu perché assuma il problema, va nella stessa direzione. Aung San Suu Kyi sa che per risolvere il gravissimo problema dei Rohingya serve l'aiuto di molti. Ma i media insistono, battono su un solo tasto: lei deve parlare, ne va della sua credibilità. In verità ha sempre parlato, ha sempre detto che solo con la democrazia il problema si può risolvere. Un problema che viene da lontano, difficile risolverlo in pochi giorni. Al tempo della campagna elettorale era accusata di essere mussulmana, perché non parlava contro di loro. Aung San Suu Kyi ha ben presenti le sofferenze dei musulmani in Birmania, e i difficili equilibri dalla sua nazione. Se non parla, come vorrebbe l'Occidente, forse è per non aggravare la situazione. Ogni parola pesa, e può accendere il fuoco. I militari sono parte del conflitto. Non solo sono attivi in quel territorio e in altre parti, occupano un ruolo, previsto dalla Costituzione da loro voluta, tuttora rilevante nel potere politico: tre ministri nel governo, alla difesa, all'interno, alle frontiere, uno dei tre vicepresidenti della Repubblica, il 25% dei parlamentari. L'equilibrio della democrazia appena iniziata non è ancora consolidato. Ci vuole poco da quelle parti in Asia a pensare a un colpo di stato. Indebolire Aung San Suu Kyi, isolarla sul piano internazionale sarebbe molto rischioso per la Birmania. O si vuole proprio questo? E perché? Forse per impedirle di portare il suo Paese sulla via di uno sviluppo democratico non sottomesso del tutto al mercato? Lo aveva detto nel corso della sua ultima visita in Cina: non pensa che la Birmania seguirà la via degli altri Paesi asiatici per il proprio sviluppo. I media sono spesso a servizio di grandi interessi economici, oltre che dell'opinione pubblica. Oggi le notizie sono strumento potente di azione politica, anche di falsificazioni. Al Jazeera sta indagando sulla provenienza sospetta di video, filmati da militari, che riguardano la persecuzione dei Rohingya. Forse grandi poteri economici internazionali vogliono intimidire Aung San Suu Kyi, attaccandola sul terreno più insidioso, la sua credibilità sui diritti umani? Come si può pensare, dopo quello che ha vissuto, che abbia paura dei problemi, che non voglia affrontarli, addirittura che sia complice della persecuzione? Forse sottovalutiamo la gravità della situazione, forse i media non indagano a fondo. Verità e politica è un rapporto esigente. Per risolvere i problemi, non soltanto per descriverli. Aung San Suu Kyi fa leva sul mantenimento della democrazia, sulla stabilità del suo Paese senza i quali tutto arretra, compresa la situazione dei Rohingya. Un problema che esisteva già al tempo del regime militare ma che nessuno ha sollevato, tra quanti nel mondo erano impegnati a fare affari con la giunta al potere. Aung San Suu Kyi ha bisogno di molto sostegno internazionale. Noi continueremo ad essere con lei, oggi come ieri quando da sola sfidava i militari. Mentre il mondo è scosso dal vento della paura, che lei avverte con lucidità anche su di sé. Anche contro questo vento oggi deve resistere. Tornerò presto in Birmania, con progetti di collaborazione per la scuola, la sanità, lo sviluppo economico, l’agricoltura, per la democrazia che sta affrontando rischi e insidie, insieme a storiche opportunità. Il popolo birmano spalanca le porte per la grande ricostruzione, ha fiducia nella sua leader. Noi siamo accanto ad Aung San Suu Kyi e al suo popolo, con l'amicizia che dà forza a lei e a noi. Per affrontare con fiducia enormi problemi, compreso quello dei Rohingya.
Albertina Soliani
Parma, 9 gennaio

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