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Replica - Il procuratore e le inchieste sul sindaco

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Egregio direttore,
intervengo in merito all’articolo apparso in data 31 marzo 2019 sul quotidiano da lei diretto, dal titolo «L’intervista – Federico Pizzarotti - Indagini chiuse: ora penso solo a trasformare Parma in una terra di opportunità».
In particolare, nel corso dell’ampia intervista, il sindaco - oltre a manifestare legittima soddisfazione per l’esito positivo di un processo in cui era imputato - ha testualmente riferito: «Oltretutto non siamo automi, abbiamo delle emozioni come chiunque, e vederci per anni in prima pagina accusati di fatti mai avvenuti non è facile. Non dimenticherò mai la vicenda drammatica del rettore, e amico, Loris Borghi: mi ha colpito profondamente. Infine, fare continuamente appello, da parte del pm che ha seguito gli ultimi tre casi, nonostante in tutti e tre i giudici si siano espressi in maniera così netta, ha un costo non indifferente per i contribuenti».
Chiarisco subito che, con il presente intervento, non intendo polemizzare con chicchessia, innanzitutto perché me lo impedisce il mio ruolo istituzionale e, in secondo luogo perché, non avendo gestito le vicende processuali cui il sindaco fa riferimento (tutte precedenti al mio insediamento presso la Procura di Parma), non avrei alcun titolo per farlo.
Ma è proprio il mio ruolo di dirigente di un ufficio così delicato, quale la Procura della Repubblica, che mi consente (e forse mi impone) di intervenire: non per il richiamo, contenuto nell’intervista, a dolorosi esiti di vicende personali quali quella del rettore prof. Borghi (quasi che ogni indagine potesse, o dovesse, avere come effetto un esito così drammatico), quanto per la doglianza per l’appello che il pm ha proposto nei processi nei quali il sindaco è stato imputato.
Qui non si discute dell’aspirazione della singola persona a vedere conclusa definitivamente la propria vicenda processuale (aspirazione del tutto legittima e, come tale, insindacabile), quanto piuttosto del pericolo che si diffonda nell’opinione pubblica l’idea di una azione strumentale, o distorta, o illegittima da parte della Procura.
Ed è qui che scatta il potere-dovere del dirigente dell’ufficio di intervenire a tutela della onorabilità dell’ufficio di Procura.
Il nostro sistema processuale garantisce in maniera formidabile il rispetto delle prerogative delle parti, sia della parte pubblica (pubblico ministero) sia delle parti private (imputato, parte civile).
E’ fisiologico che, nel contrasto tra le posizioni delle parti, il giudice dia ragione ad una parte e, conseguentemente, dia torto ad un’altra parte, motivando la sua decisione.
Ma è altrettanto fisiologico che, nel caso in cui la motivazione del giudice non venga ritenuta convincente, la parte soccombente presenti appello: solo le regole del processo.
Conseguentemente se il pubblico ministero - non condividendo una sentenza di assoluzione - dovesse ritenere di presentare appello, non deve sentirsi vincolato al fatto che, in altri precedenti processi, quell’imputato è stato assolto.
Ogni processo è un fatto a sé, e non appare corretto assemblare vicende processuali diverse per trarre delle conclusioni; ciò vale sempre, sia che si venga assolti sia che si venga condannati.
Che cosa succederebbe se un imputato, condannato in una occasione, dovesse per ciò essere ritenuto colpevole in tutti gli altri processi successivi?
Lo stesso vale in caso di assoluzione: il fatto di essere stato assolto in un caso non comporta necessariamente l’assoluzione nei casi successivi.
Ancor meno comprensibile, ed anzi suggestivo, è il richiamo ai costi del processo.
Anche questo rientra nelle regole del gioco. Non esistono indagini a costo zero.
Quel che il pubblico ministero deve valutare nella scelta se fare o meno appello, non è il costo (che comunque ci sarà, qualunque sia l’esito dell’appello), ma l’utilità, ovvero la ragionevole possibilità che l’appello abbia buon esito per la parte che lo propone.
Sono questi i punti sui quali ritenevo opportuno che si facesse chiarezza, soprattutto a beneficio di chi, magari male interpretando alcuni passaggi dell’intervista, avrebbe potuto trarre conclusioni errate sulle motivazioni delle scelte effettuate dall’ufficio di Procura.
Alfonso D’Avino
Procuratore della Repubblica

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