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Come eravamo

Ciak si girò: Brescello come Cinecittà

26 febbraio 2021, 09:37

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Ormai sono passati  settant’anni, dal primo giro di manovella per il film «Don Camillo», ma a Brescello non si è mai smesso di respirare quell’aria «un po’ così», che ha fatto diventare la cittadina della bassa reggiana una meta turistica per migliaia di appassionati di tutto il mondo. 
Tutto ha inizio con il viaggio del regista Julien Duvivier per le strade della piana del Po, in cerca del paese ideale dove ambientare le riprese. Esclusi praticamente tutti i luoghi del Parmense, il cineasta francese, scavalcato l’Enza, arrivò a Brescello e fu una folgorazione: quello era il paese di Peppone e don Camillo. 

Per la gente fu una sorta di miracolo: il loro borgo, sino ad allora conosciuto soltanto per i portici e per l’Ercole del Sansovino sulla piazza, si ritrovò al centro della scintillante e vorticosa macchina del cinema. 

Non furono soltanto, però, rose e fiori: la locale sezione del Pci sembrò fortemente contraria alle riprese del lungometraggio basato sui racconti di Guareschi. Proprio perché erano racconti di Guareschi, considerato un reazionario, irriducibile nemico del comunismo e del socialismo, fin dall’immediato dopoguerra.

 Il dibattito al teatro Comunale di Reggio Emilia, con Giovannino stretto fra esponenti politici e intellettuali vicini al Pci, sortì il solo effetto di chiarire quale fosse la realtà dei personaggi del «Mondo piccolo»: don Camillo, Peppone e il Cristo parlante altri non erano che lo stesso Guareschi.

 Perciò nulla da fare: nemici come prima! Arrivarono gli autocarri, le macchine da presa, gli enormi riflettori e, con loro, gli attori che la gente di Brescello vedeva solo al cinema o sui giornali e, assieme a loro un Guareschi pronto a vestire i panni del sindaco del paese. Nella finzione cinematografica, si capisce. 

La prova d’attore di Giovannino fu un disastro, così la produzione si decise a chiamare Gino Cervi, che per altre cinque volte (ad essere precisi quattro e mezza) a Brescello diede voce e volto al più famoso sindaco del ‘900 e sempre, scaramanzia d’attore, con i baffi finti che aveva dovuto usare nel primo film, dato che stava recitando in teatro senza mustacchi. 

Il paese si ritrovò preda di un’euforia irrefrenabile: ogni giorno arrivavano turisti, appassionati e semplici curiosi per vedere attori, regista e tecnici, oltre alle cineprese, alle luci, ai truccatori, ai costumisti. Il tutto probabilmente senza capire granché, visto che le sequenze venivano girate non in ordine di copione, ma in base alla scaletta predisposta dalla regia. 

1951, poi subito il 1953 e il 1955: dal primo «Don Camillo» al «Ritorno di don Camillo», all’«Onorevole Peppone». Una sosta di cinque anni e nel 1961 arriva a Brescello «Don Camillo monsignore, ma non troppo» e nel ‘65 «Il compagno don Camillo», con il paese che si trasforma in Brezwishewzki, il villaggio russo di fantasia, dove sotto mentite spoglie il pretone della Bassa va in gita, con Peppone e i fedelissimi del partito. 
Tutte grandi occasioni per la gente di Brescello di vivere, anche solo come comparse o semplici spettatori del backstage, nel mondo dello spettacolo, incontrando personaggi come Fernandel, Gino Cervi, Saro Urzì, Franco Interlenghi, Giorgio Albertazzi. Fino al 1970, cinquant’anni fa, quando per l’ultima volta arriva in paese la variopinta carovana del cinema: a dirigere il film, dal titolo francese «Don Camillo et ses contestataires» è Luigi Comencini, mentre Fernandel e Gino Cervi, per la prima volta a colori, tornano nei panni del pretone e del grosso sindaco comunista. 

La sesta avventura, però, finisce presto: Fernandel si ammala e la lavorazione del film si ferma. Tutti a casa fino all’anno dopo, quando l’attore francese starà meglio e a Brescello già aspettano di rivederlo attraversare la piazza, magari per raggiungere Peppone in comune. Non lo vedranno più. Da allora è passato mezzo secolo, ma a Brescello il tempo sembra essersi fermato: sulla piazza le due statue in bronzo di Fernandel nei panni di don Camillo e Gino Cervi in quelli di Peppone sono la memoria perenne di ciò che vollero e vogliono dire i due straordinari personaggi guareschiani per il paese, mentre in chiesa, il Cristo parlante non è sull’altare maggiore (d’altronde lo era solo a Cinecittà) ma è sempre qui, a proteggere il paese e a discorrere con tutti i diversi «don Camillo» che si sono succeduti da quel 1950 quando Bruno Avesani lo scolpì, nel laboratorio di Emilio Bianchini, un falegname di Brescello dove, spiato dalla gente del paese realizzò il Cristo, altro 1 metro e 65 centimetri, la croce e cinque teste intercambiabili.

 Basta, però, avere pazienza e girare un poco per la piazza, verso il museo, accanto al carro armato o alla famosa campana «Sputnik» e don Camillo e Peppone, qui a Brescello, è facilissimo vederli in carne e ossa: sono Abdon Boni e Giulio Bersellini, ma a guardarli bene, sono Fernandel e Gino Cervi: uguali come settant’anni fa…