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Mauthausen vista dai ragazzi: "Umanità strappata"

03 febbraio 2017, 20:06

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Secondo giorno con il diario dei ragazzi protagonisti del Viaggio della memoria 2017.  Molto di più che un viaggio: una lunga e importante riflessione degli studenti di Parma a Mauthausen. Un centinaio di alunni dell’ultimo anno delle superiori e una decina di professori oltre all’ex lager visiteranno i sotto campi di Gusen ed Ebensee e il castello di Hartheim. Saranno giornate intense, per vedere da vicino i luoghi dove si consumò la ferocia nazista e trarne una lezione di vita e di pace; per lanciare più forte il grido «Mai più!».

"Mauthausen, umanità strappata" (foto e pensieri del primo giorno)


Alla decima edizione, il Viaggio è organizzato dall’istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Parma. Il progetto è sostenuto da Assemblea Legislativa Emilia-Romagna, Fondazione Cariparma, Cooperativa Gesin Proges, Comune e Provincia, Azienda Tep. Romagnosi, Ulivi, Bertolucci, Marconi, Sanvitale, Toschi, Itis da Vinci, Ipsia Levi, Bodoni, Zappa - Fermi di Borgotaro le scuole coinvolte. E, proprio durante queste giornate in Austria, ci sarà un filo diretto tra la «redazione» degli alunni e il sito della Gazzetta, dove possono raccontare «in diretta» i loro pensieri e le loro sensazioni.

  • È davvero difficile capire e giustificare come sia stato possibile che una società sia potuta arrivare ad un punto tale di rifiuto, odio e arroganza da qualificare i suoi membri come "bocche inutili", da arrogarsi il diritto di cancellare l'esistenza di altri esseri umani, da portarli a "non vivere" in luoghi come questi. Luoghi di vera e propria tortura, in cui è venuto a mancare il puro valore della vita. Ed è per questo che è necessario farne memoria, per evitare che continuino a vivere come fatti puramente storici e numeri letti su un libro e a cui si rimane spesso indifferenti. Per riaccendere le anime di coloro che hanno toccato con la propria pelle ciò che noi non possiamo nemmeno arrivare a immaginare e che il tempo rischia di trascinare con sé nell'oblio. Ciò che si riesce a cogliere attraverso le foto ingiallite sono solo volti logori, volti che parlano pur restando in silenzio del tormento di un futuro mai raggiunto, di progetti incompiuti, di sogni lasciati e ormai abbandonati nel cassetto, di desideri rotti e infranti da ingiustificate superbia e morte. Altrettanto difficile è anche solo pensare di immedesimarsi in un qualsiasi deportato, guardando fuori dal finestrino del pullman di noi piccoli viaggiatori di Parma e immaginarsi in un treno diretto a un campo di concentramento, senza sapere cosa aspettarsi. Calpestando lo stesso terreno e percorrendo la stessa strada in quella bianca e gelida neve in cui è avvenuto tutto questo, in cui viene annientata selvaggiamente l'umanità dell'uomo, si comprende che la causa diventa presente e che la vita è l'unico bene supremo, libertà e uguaglianza. "Di questi morti nulla è rimasto tranne un pugno di ceneri lavate dal vento e dalla pioggia, ma da quelle cenere, da quelle sofferenze, è nato un parlamento, è nata una costituzione italiana", come viene ricordato in una targa nel memoriale del castello di Hartheim. Chiara Benassi
  • La gelida neve copre il campo di concentramento di Mauthausen, ed altrettanto gelida è l'atmosfera che si respira al suo interno. Trovandosi di fronte a quelle baracche, alle alte mura sovrastate dal filo spinato, alle camere a gas o ai forni crematori, il respiro rallenta e la nostra mente torna indietro nel tempo, cercando di rievocare, almeno in parte, come dovesse essere la vita di un prigionero nel campo, se vita può essere chiamata. Il risultato di tali pensieri é ancora oggi un insoddisfacente senso di impotenza e di incredulo orrore nei confronti di avvenimenti storici così drammatici, che non possono e non devono essere dimenticati. Nel museo, gli oggetti personali, le targhe commemorative e le vecchie fotografie costituiscono brandelli del ricordo di chi non ce l'ha fatta. Ogni passo riecheggia tetro negli ambienti del campo; in quegli stessi punti in cui poggiamo oggi i piedi, miglialia e migliaia di persone venivano private della loro identità e umanità, oltre che della vita. Questo non può lasciarci indefferenti, a maggior ragione in un mondo in cui sussistono ancora oggi condizioni di oppressione, distruzione e miseria, alle quali troppo spesso assistiamo da testimoni taciti ed incuranti. Lascio Mauthausen con la rinnovata consapevolezza del fatto che, nonostante il passato possa essere così irrazionale e doloroso, il futuro è ancora tutto da scrivere e che, per rendere il mondo un posto migliore, é necessario un impegno più attivo da parte dei singoli individui. Riflettere sulle dinamiche che regolano il presente e costruire un avvenire migliore attraverso il ricordo del passato: questo a mio parere è lo scopo profondo del viaggio della memoria. Cambiano i luoghi e cambiano i tempi, cambiano i contesti sociali e cambiano le mentalità, ma la natura umana rimane sempre la stessa, e non è affatto scontato che gli avvenimenti del passato, anche i più atroci e i più dolorosi, non possano ripetersi ancora se il ricordo di questi ultimi non viene tramandato. Gabriele Sani, Liceo Classico Romagnosi
  • Mauthausen. Lo chiamano luogo della memoria ma è una memoria che inesorabilmente sfugge. Camminare tra le vie dell ex campo di concentramento è come tentare inutilmente di ricordare un incubo quando ormai è mattina e i dettagli, i frammenti si perdono nell oblio. "Mai più" dicono le parole scritte sui muri della vecchia lavanderia. Mauthausen è un monumento a ciò che è stato e che non dovrà ripetersi. Arianna Previtera, Liceo classico Romagnosi
  • E mentre cammino, lungo quelle pareti buie, scure, piene di ricordi, improvvisamente i visi di quelle persone sembrano prendere vita, sembrano parlarti, e io li vedo, sono come me, come mio fratello, come i miei amici; ma sono disperati, non hanno più sogni, se non quello di uscire vivi dal campo. Sogno che però non si avvererà. I loro occhi non vedranno più niente, se non questo posto. Eppure rimangono vivi, qui dentro e nella memoria di chi ancora li ricorda. Francesca De Sensi, Liceo cassico Romagnosi
  • Bianchi segni continui su nera campitura contare ordinare sequelare vite vissute dissipate polveriz- zate. Voce scandisce lemmi can- didi. Tempo occorre per de glutire glottare leucociti sull’ ossidiana. Tempo occorre. Chi ci soccorrerà a scandire / sillabare vite incenerite. Eppure cominciare bisogna attesa memoria dell’oblio at- tende. Paolo Piscina (docente Zappa Fermi)
  • Il memoriale di Gusen è stato voluto e costruito dai sopravvissuti e dalle famiglie delle vittime del campo di lavoro. Pochi metri di terreno comprati e sottratti alla cementificazione che ha fatto sorgere numerose villette intorno ai pochi resti del lager, un crematorium e poco altro. La memoria è anche una conquista privata di fronte al desiderio di dimenticare e seppellire l'orrore sotto graziose casette con giardino. Il memoriale è lì, tra le case, una presenza forte e tranquilla. ITES Bodoni
  • Appena arrivati a Gusen, siamo tutti rimasti stupiti di quanto poco rimanga dell'ormai ex campo di lavoro che lì aveva luogo: dopo la liberazione, l'amministrazione austriaca ha provveduto allo smantellamento del campo e alla lottizzazione del terreno sovra cui sorgeva. Ad oggi solamente il forno crematorio è sopravvissuto grazie alla volontà dei parenti delle vittime di ricordare i loro congiunti, acquistando quell'importante lembo di terra. Attorno a questo, è stato infatti costruito un piccolo memoriale soffocato dalle abitazioni edificate sulle macerie del campo. Pur essendo stato un lager ancora più esteso e più duro di Mauthausen, ne è rimasto solamente un brandello, ed è proprio questo che ci lascia attoniti. La memoria è essenzialmente volontà di ricordare e ciò implica prendersi cura di tutti i luoghi che evocano ricordo. Studenti del liceo scientifico Ulivi
  • Cosa è rimasto di Gusen? Un piccolo forno crematorio protetto da un memoriale e tante, ma tante case. Dove prima c’ era fame e sofferenza, ora si vedono bambini ignari correre allegramente. Non è assurdo pensare che siano dovute intervenire le famiglie degli stessi internati per difendere una memoria che stava svanendo? Eppure è questo quello che ci siamo trovati davanti ai nostri occhi stupiti. Increduli di fronte alla superficialità dei costruttori, indifferenti nel mantener viva la memoria. L’unica speranza è che l’impegno delle associazioni, in particolare dell’Istituto Storico della Resistenza di Parma e il nostro, si possa concretizzare in un aumento d’ interesse. Superiamo l’ignoranza e cerchiamo di essere da esempio per tutti coloro caduti nel circolo del negazionismo. Zappa-Fermi
  • Un interrogativo che non può non sorgere ripensando all'universo concentrazionario nazista è come l'uomo sia stato in grado di concepire e realizzare un sistema così complesso volto alla distruzione dell'uomo, tema tra l'altro all'origine di numerose riflessioni filosofiche sull'origine del male stesso. Con la creazione di questo abominio abbiamo assistito a una vera e propria disumanizzazione di coloro che furono deportati, trasformati da persone in numeri. Per permetterlo fu però necessaria un'organizzazione meticolosa, che rasentava la perfezione. Come si riuscì, per esempio, a evitare tentativi di insurrezione, e a permettere che i casi di fughe riuscite fossero così limitati, considerando la quantità di gente che fu internata? Ciò fu possibile in primo luogo attraverso il terrore che le SS riuscirono a infondere negli animi dei detenuti, continuamente umiliati e torturati, spesso fino alla morte. Questa macchina distruttrice, basata su un ferreo sistema gerarchico, prevedeva che questi uomini fossero subordinati anche ai loro stessi compagni: i ''kapò'', uomini scelti dalle SS perché particolarmente autoritari e crudeli (di solito erano criminali), avevano il controllo degli altri affinché non si organizzassero. A fare la differenza era però il metodo di distribuzione degli internati nelle baracche, ovvero unire insieme nazionalità e lingue troppo diverse perché potessero comunicare tra loro. Eliminare la comunicazione era il miglior metodo per tagliare alla radice ogni possibilità di evasione dai campi, e se anche qualche tentativo fosse riuscito, il problema sarebbe riemerso successivamente, nel momento in cui avrebbero dovuto stabilire contatti con la società esterna per sopravvivere e tornare a casa (la maggior parte veniva poi reintrodotta nei campi per opera della stessa popolazione civile). L'impossibilità di comunicare contribuiva ancor di più a trasformare questi uomini in vere e proprie bestie, in quanto la parola è la facoltà che più segna la differenza tra l'uomo e l'animale, e questo porta a una totale uscita dalla società senza la quale l'uomo non si può definire tale. La persona ha come unica utilità quella di produrre, e quando le sue forze fisiche non sono più sufficienti diventa nient'altro che carne da macello. In contrasto con questa mancata comunicazione interna c'è invece quella, perfettamente riuscita, che la propaganda nazista faceva all'esterno per spiegare e giustificare l'esistenza dei campi di concentramento. Agli occhi della popolazione gli internati risultavano persone dannose per la società che giustamente venivano isolate, soprattutto nei primi anni di guerra, quando c'era un'approvazione abbastanza diffusa dell'operato nazista. Vediamo quindi come la forzata privazione della parola segni l'uscita dalla condizione di uomo, e uno dei più gravi crimini commessi con la creazione del sistema concentrazionario. Alessandro Boni, Liceo Classico Romagnosi
  • Tutto questo è inumano,non vi sono altre parole per descriverlo,spesso nella discussione avvenuta ieri sera in seguito alla visita di Mauthausen è apparsa la domanda:-Come si è potuta realizzare una cosa del genere? Come hanno potuto fare quello che hanno fatto?- Ci ha scioccato molto l'ironia della situazione, una piscina, un campo da calcio,tutto in bella vista davanti a persone che ormai non possono più essere definite tali in seguito alle ingiustizie, alle derisioni e alle crudeltà subite. Tutto quello che sei o che sei stato viene cancellato all'entrata nel campo, un numero ed un colore è tutto ciò che hai e per quanto? Sei o sette settimane, se va bene, è l'aspettativa di vita che ti attene. Oggi guardando quei monumenti dedicati alle innumerevoli vittime in quel campo, camminando negli stessi luoghi in cui hanno camminato loro , osservando i posti che a noi appaiono così naturali come un bagno o una doccia , ma che li assumono tutto un altro aspetto, orrendo e malato, lì in quel campo abbiamo ricordato le vittime italiane accanto al loro monumento . E una frase spicca nelle infinite targhe e foto dei morti, Ricordare Imparare non Odiare. Testo : Mariarita D'Angelo Foto: Gaia Varani - Liceo Artistico Paolo Toschi 
  • Disabilità. Malattie mentali. Malformazioni. Anziani. Le bocche inutili non devono essere sfamate; sotto il dominio di Hitler solo chi dà profitto ha diritto di vivere. In questa società l’uomo si trasforma in un automa la cui unica funzione si rispecchia nella produttività, diventa quindi un mero strumento attraverso il quale lo Stato, sfruttandolo, si arricchisce. Il destino dell’automa “difettoso” è segnato: va eliminato. Liceo Marconi (Sara Bertogalli, Chiara Conca, Isabella Ferrarini, Laura Mauro, Daniela Roviaro)
  • All'arrivo ,dopo una "piacevole" passeggiata si presenta ai prigionieri prima di entrare , una grande piscina per tutti coloro che volevano ristorarsi, e , più in là, nella vallata non c'era un granché, ma si intravedeva addirittura un campo da calcio! Eccola derisione, l'indifferenza e la consapevolezza di essere nulla...infatti si staglia all'entrata del campo un camino da cui uscire , un contrasto che ci ha smarrito. Testo: Mikhail Corda - Liceo Artistico Paolo Toschi- 5^B Arti Figurative
  • Mauthausen. Gusen. Alkoven. Ebensee. Semplici nomi, semplici cittadine austriache, sconosciute alla maggior parte del mondo prima dell'avvento nazista. Oggi hanno assunto un valore totalmente diverso, sono diventate portavoce di atrocità, ingiustizie e sofferenze. Un viaggio nella storia, nella memoria, nell'umanità, nella coscienza di ognuno di noi. Non esiste luogo, foto, testimonianza, ricostruzione o spiegazione che renda giustizia all'accaduto, che sia in grado di fare provare le emozioni, gli stati d'animo, il senso di angoscia provata dai deportati.Non ci sono parole per spiegare la pazzia che ha spinto esseri umani a torturare i propri simili, e nemmeno per spiegare le umiliazioni, l'annientamento e l'alienazione subita da coloro che ingiustamente venivamo considerati diversi, nemici. Quattro giorni intensi, impegnativi dal punto di vista umano. Quattro giorni dove si è costretti a ragionare sulla storia, sulle proprie scelte e sulla propria persona. Un esperienza che insegna ad apprezzare le piccole cose e insegna a perdonare, senza mai dimenticare. Calpestare il terreno dove anni prima, migliaia di gente ha perso la vita, toglie il fiato e le parole, la paura e l'angoscia diventano predominanti e il silenzio diventa l'unica via di fuga da tanta sofferenza. Clara Rivieri -Liceo Artistico Paolo Toschi- 5^ Architettura
  • Credo che una delle cose che più mi ha colpito in questo viaggio sia stata la commozione della guida che ci ha accompagnato in questo percorso, ciò mi ha fatto capire il vero significato di "non poter dimenticare" Perché nonostante gli anni di lavoro in questo ambito la reminiscenza di quelle barbarie fa ancora male e tocca l'anima nel profondo. Come ho letto su una lapide del memoriale italiano: "anche se gli occhi non vogliono e non possono più guardare il passato, il cuore riesce a farlo." La memoria tiene vivo un passato... da non rievocare mai più. Eleonora Casappa -Liceo Artistico Paolo Toschi- 5^Architettura
  • Forse quello che più colpisce e ciò che ormai è invisibile ma che ancora permane nella atmosfera , nell'aria di questi luoghi , un dolore che è difficile da concepire per chi non l' ha vissuto. Noi vivi coltiviamo la memoria in questi luoghi di morte ed è importante farlo .Qui la storia e la memoria si fondono in una consapevolezza più profonda un viaggio nell'interiorità oltre che nel passato , un'esperienza ancora reale , tangibile anche se dolorosa . Volevo ricordare una frase scritta su una lapide di Gusen " Ciò che i tuoi occhi hanno visto il tuo cuore non dimentichi " Testo :Sarah Contiero 5^C Arti Figurative Foto: Thelma Boleaert 5^B Arti Figurative - Gaia Varani 5^B Grafica - Federica Barusi 5^A Grafica -Liceo Artistico Paolo Toschi-
  • Il castello dal punto di vista architettonico è molto imponente e questa bellezza stride con gli orrori che sono successi all suo interno. Oggi i nostri gruppi erano gli unici visitatori al castello di Hartheim e la cosa ci è sembrata strana, come se quel luogo fosse poco importante e come se si volesse dimenticare tutte le atrocità e le persone che erano state mandate alla camera a gas. Helmut,la nostra guida, ha spiegato le origini di come i nazisti avevano ideato un loro sistema per uccidere in modo sistematico le persone non adatte per il lavoro e che non erano sane di mente. Abbiamo trascorso un paio di ore a "girovagare" per le stanze dove le vite dei pazienti e dei prigionieri sono state strappate: la camera a gas,il crematorio e la stanza dei nomi.... Qui gli omicidii dei membri più vulnerabili della società iniziarono, prevedendo un piano di sterminio che si avvicinò sempre più all'idea di soluzione finale di Hitler. La visita è stata molta educativa e commuovente, perché ci ha ricordato che nella "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani"come nei principi fondamentali della nostra Costituzione: "tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti.Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza". Elton Prenga, Ali Ballabani, Andrea Oliveto, Campagna Mirko, Tronciu Maxim, Mark Joshua Javier , Maicol Galeazzi I.P.S.I.A Primo Levi
  • È difficile immedesimarsi in quegli uomini magri, sciupati, privati della loro umanità, che si svegliano ogni mattina al suono di una sirena, più deboli della sera prima. Questa debolezza consuma la mente e la carne come fosse un parassita che trasforma quell'uomo in una bestia, talmente debole da non avere più le forze di provare emozioni, ormai gli riesce impossibile persino piangere, rassegnandosi ad una fine ormai certa. È difficile mettersi nei panni di quell" uomo che ogni mattina, dopo la sveglia si reca, a stento, alla cava di granito, ad estrarre massi per ore intere; poi ogni tanto alza gli occhi verso l' orizzonte e ammira davanti a sé quella libertà che tanto gli manca, quella libertà che ora assume un significato diverso per lui, quella libertà che si trova a pochi metri, ma che ogni giorno è sempre più distante, quella libertà che sogna tanto, ma inconsciamente sa che è sempre piu irraggiungibile. Forse un muro di cemento è meno straziante di quel muro invisibile. È difficile comprendere l' angoscia di quell' uomo che ogni giorno percorre le scale della morte, con un masso che gli pesa pesa sulla schiena, con la consapevolezza che quello potrebbe essere il suo ultimo gradino, con il Kapo alle spalle che per semplice divertimento potrebbe spingerlo con un calcio giù dalla scalinata, senza nessuna possibilità di sopravvivenza. Forse quel giorno sarebbe stato il suo turno, forse sarebbe stato quello il suo ultimo sospiro, il suo ultimo gradino...
  • Cos’è rimasto? Cosa rimane di un fiore quando è passata la più grande delle tempeste? Dove vengono portati i suoi petali e la sua forza che prima lo teneva stretto alla terra? Un’intera vita per costruirsi, per poi essere spazzati come polvere. Calpestare i loro passi, annullarsi per un attimo e rendersi trasparenti. Lasciare che la mente si senta responsabile di una tale sconfitta umana. ‘ Mi dispiace’, ‘Com’è potuto accadere? Come fa un uomo ad essere indifferente di fronte alla morte di un suo simile?’. Queste le uniche parole che possono essere pronunciate sottovoce; il resto solo pensieri e immaginazione che fluttuano tra sensi di colpa e rabbia. Fortunati di poter guardare e non provare. Ecco cosa siamo noi oggi, qui, in questo campo. Fortunati di non sentire questo freddo penetrare sotto luride camicie, di non esser destinati a morire senza nome e di poter lottare affinché tutto questo non accada nuovamente. Hanno resistito sei anni in queste condizioni: 240 grammi di carne 83 grammi di grassi e 910 di pane. Ma non hanno resistito perché erano più robusti o più furbi. No. L’unica speranza che legava queste anime trasparenti era la solidarietà. Un sentimento che a noi oggi sembra quasi scontato e radicato, ma non è così quando si deve lottar per vivere: niente è scontato quando domina l’istinto di sopravvivenza. Persone che hanno preferito condividere un pezzo di pane piuttosto che morire come polvere senza neanche il ricordo nella mente di chi ha provato il tuo stesso dolore. Ricordare per ridare vita a tutto ciò che è stato annullato, per dare un nome a coloro che l’hanno perso. Ricordare per attutire i sensi di colpa che ci invadono rendendoci responsabili, anche se per pochi minuti. Sarebbero appassiti in ogni caso quei fiori. Magari in un’altra stagione, magari sotto un cielo più sereno. In memoria di quei fiori che hanno lasciato un solco più profondo nella terra più arida. Liceo Attilio Bertolucci Virginia Cavallotti 5E
  • Crudele è talvolta la mente umana. Concepisce progetti che sono letteralmente e paradossalmente disumani. La visita a Mauthausen mi ha fatto capire questo: l'uomo è capace di qualsiasi cosa. È in grado di uccidere, o meglio sterminare, intere popolazioni per il loro diverso pensiero; è in grado di ridurre altri suoi simili all'annullamento e alla negazione della propria umanità; è in grado di percuotere a morte un suo coetaneo, di vederlo soffrire, ma di tornare a casa alla sera ed essere sereno, spensierato con la sua famiglia, lasciando il lavoro alle spalle. Ma l'essere umano è capace anche di altro. Oggi ho avuto la possibilità di capire la sofferenza, ma anche la forza di vivere, la forza di sopravvivere con pochissimo cibo. Il menù settimanale comprendeva 210 grammi di carboidrati, 83 grammi di grassi e 243 grammi di carne. I detenuti sopravvivevano con piccole cose: avevano compreso l'essenza della vita. Anche un semplice gesto poteva cambiare la settimana. È il caso di un detenuto italiano: stava male, molto male. Durante il controllo mattutino, sull'attenti, si sentì improvvisamente un malore, come svenire. Due detenuti polacchi che si resero conto del suo stato lo sorressero da ambo i lati così che la guardia delle SS non se ne accorgesse. Oggi ci chiediamo cosa possa aver servito questo gesto, eppure fu quello che gli salvò la vita. Se fosse caduto, la guardia non avrebbe certo esitato a sparargli. Da questa esperienza tutti acquistiamo una maggiore consapevolezza. Il viaggio della memoria non è solo un viaggio per ricordare. È un viaggio per cambiare. È impressionante vedere con i propri occhi una camera a gas e pensare che neanche ottanta anni fa lì dentro centinaia di persone vi morivano, tra urla e disperazione. L'istinto naturale di sopravvivenza costringeva gli uomini ad ammassarsi alla porta: e come cani, a grattare la vernice nella speranza che qualcosa cambiasse e che quelli fuori, che certamente sentivano, mossi da pietà aprissero quella porta. In fondo le SS erano persone umane anche loro, avevano una famiglia anche loro, come era possibile lasciassero i detenuti soffocare dentro quella stanza, soli e senza nome? In pochi secondi i prigionieri hanno visto la loro vita passargli davanti, riaffiorare nella mente, dopo giorni di sofferenza, di fame e di non vita. I ricordi non sembrano nemmeno appartenere a loro; appartengono ad un'altra vita, a un'altra persona. Forse meglio morire, piuttosto che subire tali atrocità. Il ricordo di questa atrocità non va dimenticato. Come è possibile dimenticare la violenza di quegli avvenimenti? “Quando non si riesce a dimenticare, si prova a perdonare” (Se questo è un uomo, P. Levi) Barbara Maracchini 5^E Liceo Scientifico Attilio Bertolucci
  • "Quando siamo arrivati al campo e siamo entrati, pareva un po' come entrare nella porta dell'inferno." Aldo Carpi, Diario di Gusen. 197.464 coloro che hanno varcato la soglia arcuata del cortile del campo di concentramento Mauthausen-Gusen. Più della metà di loro non ne sarebbe uscita. Non c'era morte oggi, in quel campo. Nessuna adunata nel cortile, ne turni di lavoro alla cava. Non risulta difficile però immaginare. I racconti della guida ci trasportano in un doloroso trascorso. La memoria. Questo è l'obbiettivo. Non si può dimenticare un passato di disumanità, non se ne possono dimenticare le vittime. Colpa di pochi, responsabilità di molti. Migliaia di persone sono passate davanti ai civili della piccola cittadina di Mauthausen per raggiungere con una marcia di alcuni chilometri la fortezza del campo, eretta in cima a una collinetta sovrastante il paese. Nessuno mai si è opposto. Il 27 settembre 1941 Elenore Gusenbauer, proprietaria di una fattoria di fronte alla cava si limita, in una lettera alla polizia di Mauthausen, a chiedere di porre fine a queste azioni disumane o di svolgerle in differente luogo, a causa della sua debolezza di cuore. A nessuno importava più di tanto. La vita continuava come se niente fosse. L'omertà era all'ordine del giorno. O nessuno si rendeva conto di cosa realmente accadesse all'interno di quelle mura di grigio granito? Ma come è possibile non vedere qualcosa che si ha sotto gli occhi ogni giorno? Ma forse la domanda giusta è: come si fa a non voler vedere? Nel lager, un campo da calcio, proprio lì, di fianco alle baracche dei malati. Coloro che per sei giorni avevano incusso terrore e morte la domenica giocavano a calcio con squadre provenienti da tutta la regione. Erano la squadra delle SS. Del resto non avevano diritto anche loro a un meritato riposo dopo tanto duro lavoro? Mentre si giocava per il divertimento umano, cinquanta metri più in alto trovavamo esseri a cui l'umanità era stata strappata, come la dignità, con la forza. Qualcuno tremava per il freddo oggi, nonostante giacca e sciarpa fossero ben sistemate. Lo stesso freddo settantacinque anni fa circa allo stesso modo ha incontrato gli internati del campo, con la piccola differenza che la loro pelle non era coperta che di stracci, scalfita dalla gelida aria del tagliente inverno di Mauthausen. Dimenticare significa accettare, accettare significa diventarne responsabili. Nessuno può permettersi di lasciar sbiadire il ricordo delle atrocità che i campi hanno portato. Oggi la memoria è viva e forte in noi, che abbiamo avuto l'opportunità di farci portavoce di un messaggio senza tempo: ricordate. La memoria. Questo è l'obbiettivo. Liceo Attilio Bertolucci Fabio Lestini 5E