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IL TEST

Jeep Wrangler, le emozioni del fuoristrada duro e puro

Si è appena  imborghesito (che sorpresa gli interni) ma resta fedele alla propria storia. E, come sempre, è  fuori dal coro. Ecco il nostro test (prima dello stop per coronavirus)

di Lorenzo Centenari -

21 marzo 2020, 15:09

Jeep Wrangler, le emozioni  del fuoristrada duro e puro

Guidare Wrangler ti fa assaporare sensazioni antiche, emozioni che risalgono ad’un epoca che i Suv ancora non aveva conosciuto, e nella quale il fuoristrada era materia per intenditori veri. L’ultima edizione della «Jeep» per eccellenza si conforma ai tempi e imborghesisce il proprio look, ma resta fedele ad un’impostazione senza compromessi: se il campo di battaglia è un campo di patate e non l’asfalto, non c’è sport utility «2.0» che le stia in scia. 

Inconfondibile
Riconosce Wrangler persino un neonato: le proporzioni sono quelle del modello originale (1987), a sua volta di derivazione militare (1944: Jeep CJ), quindi ultra-squadrate su ogni lato, sbilanciate verso il maxi-cofano motore e l’immarcescibile calandra a sette feritoie. Pareti ortogonali (e linea di cintura un po’ più in basso che non Wrangler precedente), uguale buona percezione degli spazi sia su strada, sia in manovra. 
A proposito di ingombri: in carrozzeria 3 porte (anziché la Unlimited a 5 porte) questo simbolo del «made in Usa» è lungo appena 4 metri e 33. Semmai, a causa di quei parafanghi a mo’ di paraspalle di rugbistico utilizzo, è molto largo (1 metro e 89) e molto alto (1 metro e 88): per salire a bordo, meglio aggrapparsi alle maniglie sul montante. Ma una volta al ponte di comando, che panorama! Visibilità buona pure in retro, nonostante la ruotona di scorta. 

Che sorpresa dentro
E che sorpresa, l’equipaggiamento interno: display touch da 8,4”, sensori, videocamera, doppia presa Usb, clima bizona, e per un tocco «glam», cruscotto in tinta con gli esterni. Buono lo spazio per due, non di più: in seconda fila, solo due strapunti di emergenza. Conviene abbatterli, ed espandere così il volume bagagliaio, altrimenti quasi inesistente (142 litri). 

Esperienza capovolta
Una tre giorni a spasso con un esemplare «Rubicon» motorizzato dal 2 litri turbo benzina da 272 Cv, e spostarsi per città e campagna è un’esperienza capovolta. Il 4 cilindri spinge forte, ma fa chiasso. Il raggio di sterzo è minimo, ma ad ogni curva, che rollio. Senza contare che in uscita dalle svolte lente, il volante torna in posizione solo se lo si accompagna. In compenso, buche e dossi si bypassano come se niente fosse, e con pneumatici all terrain da 17” così «spallati», vorrei ben vedere. 

Senza compromessi
 Il cambio automatico a 8 rapporti solleva il driver dal pensiero di scalare marcia: riduttore di coppia, trazione integrale inseribile (standard sull’asse posteriore), triplice bloccaggio del differenziale e disconnessione barra antirollio - mettici anche la «corazza» che protegge il sottoscocca - fanno infine di Wrangler un arrampicatore senza punti deboli. Un baluardo dell’offroad vecchia maniera, un «duro» che di fronte a pietre, sabbie mobili o torrenti in piena, avanza senza indugio. 
Il conto da pagare per portarsi a casa un pezzo di leggenda è caro sia alla cassa (56.000 euro il Rubicon), sia alla pompa di rifornimento, visto che il 2.0 sovralimentato prosciuga il serbatoio alla velocità della luce (13-14 l/100 km). Passano i decenni e Wrangler non ha perso un chicco del suo fascino. Sono i Suv a prenderlo ad esempio, e non viceversa. 

SECONDO  NOI
CI PIACE
Design     Moderno ma fedele al proprio heritage: il «nuovo vecchio Wrangler»
Tecnologia Navigatore, connettività, sensori di parcheggio… Come un Suv
Meccanica Qualità in offroad a prova di raid nella giungla vietnamita

NON CI PIACE
Consumi Il 2 litri turbo «beve» da mattina a sera: i 10 l/100 km dichiarati sono un miraggio
Autostrada Motore rumoroso, turbolenze aerodinamiche invadenti, cambi di corsia «dondolanti»

 

SALUTE

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