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EDITORIALE

L'automotive a un bivio Rinascere o sparire

di Aldo Tagliaferro -

04 maggio 2020, 11:38

L'automotive  a un bivio Rinascere o sparire

Insomma, Houston aveva già un grosso problema prima che arrivasse il virus tanto che oggi l'automotive è di fronte a un bivio di quelli che cambiano la storia: rinascere o sparire. Rinascere secondo logiche di sostenibilità che rispondano alla domanda futura di mobilità oppure sparire presto o tardi (vale per le Case meno attrezzate, non certo per Tesla che comunque la sua buona dose di grattacapi) utilizzando palliativi che possono solo prolungare l'agonia.

Rispetto ad altre categorie - che hanno fatto sentire forte e chiaro il proprio grido di dolore, pensiamo al commercio - l'industria automobilistica è stata relativamente timida nel reclamare le proprie necessità, forse perché in tempi segnati dal "climaticamente corretto" di Greta gode di stampa incerta. Eppure l'impatto economico e sociale di un crack della filiera avrebbe effetti devastanti. Quanto sia delicato il momento lo cogliamo dalla doppia richiesta della Vda (l'associazione di categoria dell'industria dell'aut tedesca): una allo Stato per avere un sostegno agli acquisti di nuove auto, uno all'Europa perché "gli Stati membri che si trovano in difficoltà finanziarie a causa della crisi del coronavirus hanno bisogno del sostegno solidale degli altri Paesi della Ue". Tradotto: o l'Europa trova una linea comune per evitare asimmetrie interne (il settore produce in tutti i Paesi dell'Unione, ad esempio buona parte della componentistica dell'auto tedesca proviene dall'Italia) oppure dovrà subire quelle globali a vantaggio di Asia e America.
E' chiaro che la transizione verso energie pulite trova i Costruttori (e a cascata tutti gli attori, fino ai concessionari, che proprio oggi riaprono) nel mezzo del guado, con i generalisti che hanno investito 1.300 miliardi di dollari in tecnologie che pur non essendolo davvero sono ormai considerate superate e da rottamare (i motori endotermici). E qui entra in gioco la politica. Se l'Unione Europea non darà modo all'automotive di reggere un urto potenzialmente peggiore di quello del 2008-9 (quando peraltro le Big americane arrivarono addirittura al salvataggio esterno) i danni saranno incalcolabili. Occorre evitare  che i tagli a cui saranno fatalmente costrette le Case investano i settori a maggiore potenziale  seppure col fiato corto sul lato della domanda a vantaggio di binari più semplici da percorrere ma morti. Si potrebbe pensare a una misura cuscinetto come una moratoria sulle multe legate agli sforamenti sulla Co2 - ipotesi avanzata a gran voce da  Quattroruote - anziché ad incentivi di vecchio stampo. Ma per il futuro serve altro.

La faccenda si complica se consideriamo che nemmeno una cabina di regia unica europea sarebbe sufficiente se anche gli Stati non facessero la loro parte. In Italia l'Unrae  chiede il riallineamento agli standard continentali per i veicoli aziendali con la possibilità di ammortizzare e detrarre il 100% della spesa fino a 50mila euro. Sarebbe ora. Ma servono anche nuovo fasce di ecobonus per una crescita sostenibile e ovviamente infrasttuture.
 Quello che conta è saper leggere fra le tante incognite del futuro: la mobilità sostenibile coinvolgeva a febbraio in Italia 5 milioni di persone (1 milione in più in due anni secondo l'ultimo report di Repower). Sarà ancora così in epoca di distanziamento sociale e smart working? Viceversa: esploderà la richiesta di auto perché i trasporti pubblici non saranno più in grado di offrire risposte adeguate con i nuovi standard di sicurezza? E allora si potrebbe pensare a incentivare l'usato "recente" a discapito di quello vecchio per dare una prima risposta. Che sarebbe fatalmente parziale. Si naviga a vista, è bene scrutare l'orizzonte con molta attenzione perché la posta in palio rimane altissima.