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EDITORIALE

L'auto elettrica? Una sfida geopolitica

di Aldo Tagliaferro -

08 febbraio 2021, 18:03

L'auto elettrica? Una sfida geopolitica

La scorsa settimana è stata costituita una joint venture tra il colosso dell'auto cinese Faw e la società americana di ingegneria Silk Ev per la costruzione di supercar sportive elettrificate. La cosa ci tocca molto da vicino perché la partita tra rappresentanti delle prime due economie mondiali si gioca a casa nostra, in Emilia-Romagna (trovate i dettagli dell'accordo all'interno dell'inserto). Ora, sull'auto elettrica si giocano molti destini industriali del futuro prossimo e la presenza di Faw da queste parti richiede una doverosa riflessione che vada oltre l'ovvio entusiasmo per la scelta della Motor Valley emiliana e per la mole dell'investimento annunciato, un miliardo di euro.

L'evidente ruolo strategico che l'automotive sta riguadagnando perché investito da una rivoluzione industriale epocale richiede parallelamente un coinvolgimento politico. La massa di investimenti necessari per la riconversione degli impianti industriali all'elettrificazione, il bisogno  di una rete di infrastrutture efficiente, il coinvolgimento di un settore sensibile come l'energia, l'approvvigionamento di metalli nobili per le batterie sono solo alcuni dei driver di crescita strategici che non possono - e non devono - lasciare indifferenti gli esecutivi dei Paesi più avanzati. A partire dall'Italia.

Tornando all'accordo, si diceva che non può che essere motivo di vanto per l'Emilia Romagna il riconoscimento di uno spessore tecnologico di altissimo livello che coinvolgerà direttamente uno dei nostri gioielli, la Dallara, anche se restano moltissimi dettagli da chiarire sull'operazione, a partire  dalla scelta del sito produttivo. Attrarre investimenti esteri è sempre un fattore positivo, però sarebbe bene che il governo centrale (oltre alla Regione, ovviamente coinvolta in prima persona per un settore che da Piacenza a Rimini conta 16mila aziende e quasi 100mila lavoratori) seguisse le manovre di un gigante del calibro di Faw che fattura 90 miliardi di dollari, proprio come aveva detto il sottosegretario agli affari esteri Manlio De Stefano nel maggio 2020, al primo annuncio della joint venture. Per capirci: Faw - che sta per First Automobile Works -  fornisce le auto del partito di governo cinese attraverso il suo brand  Hongqi (significa bandiera rossa) e sta investendo in particolare nell'integrazione tra l'auto e la tecnologia 5G. Non è difficile vedere la longa manus di Pechino dietro a Faw che - per inciso - sta da mesi trattando l'acquisto di Iveco e altri asset di movimentazione industriale da FCA, pardon da Stellantis.

Ecco, a proposito di Stellantis in questo contesto che stiamo delineando è bene tenere a mente un paio di cose a proposito dell'assetto azionario: la prima è che il quarto azionista è la cinese Dongfeng con un pacchetto del 5,6%. L'altra è che il ruolo di  primo azionista da parte di Exor (famiglia Elkann-Agnelli) con il 14,4% è stato ridimensionato dai conti fatti da MF il 28 gennaio: senza perderci nei dettagli delle partecipazioni, risulta infatti che lo Stato francese più Peugeot (l'unico azionista che secondo gli accordi ha facoltà di crescere fino all'8,5%) arrivano al 15%, non per niente 6 consiglieri su 11, incluso l'ad Tavares, sono di nomina transalpina. 
E questo significa due cose: che Parigi è ben presente nell'operazione di gran lunga  più importante dell'automotive continentale (e Roma no) e che i cinesi un posto a tavola lo trovano sempre. La poca consapevolezza della politica italiana, che ha arrancato sul fronte dell'acciaio e si è persa in quel traballante bacino di voti e fucina di perdite che Alitalia, deve fare i conti con un piano di espansione  cinese, la Road and Belt Initiative,  che ci ha visto coinvolti - complici o partner?  Dipende dai punti di vista - e che va gestita per non soccombere. 
La cosiddetta Nuova via della Seta  può essere un'opportunità straordinaria di crescita ma va gestita con intelligenza rendendola a doppio senso di marcia anziché quasi a senso unico come indicano le tonnellate di container che Pechino vomita a Duisburg, nel cuore dell'Europa. Ecco perché, tornando all'esempio iniziale, il grande successo di un territorio come l'Emilia-Romagna va sempre letto in un contesto geopolitico più grande. A Roma al momento hanno altro a cui pensare, ma è meglio non distrarsi troppo.