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AUTOMOTIVE

I costi sociali e industriali della transizione ecologica

I costi sociali e industriali  della transizione ecologica

di Aldo Tagliaferro

27 Giugno 2022,21:44

«Credo nell'auto elettrica eco-sostenibile, perché l'autonomia è scarsa e quindi dopo pochi chilometri mi tocca andare a piedi». Partiamo da qui, dalla battuta amara e surreale di un comico - Leonardo Manera - per trattare un tema maledettamente serio ma che stenta a entrare nel dibattito pubblico oggi impegnato su fronti ben più drammatici, dalla guerra alla siccità. Eppure sul futuro dell'auto l'Europa intera si gioca una fetta importante del proprio futuro economico.

Domani sul tavolo del Consiglio europeo per l'ambiente arriva la decisione (sofferta) dell'europarlamento che l'8 giugno ha sancito lo stop alla vendita di auto nuove a benzina e diesel dal 2035. In un'ottica industriale, praticamente dopodomani. Il problema è urgente e si fonda su un dilemma che, brutalmente, potremmo ridurre a un paradosso: per Bruxelles al momento è meglio morire di deindustrializzazione che di emissioni. Nessuno vuole negare l'urgenza della decarbonizzazione, anzi: il mondo sta bruciando le proprie risorse a una velocità non più sostenibile, ma non è con una cura dissennata che si può pensare di guarire. Come hanno chiesto alcuni Paesi (tra cui l'Italia) la settimana scorsa, il calendario dell'avvento dell'elettrico andrebbe rivisto - per ora si chiede di posticipare al 2040 - affinché sia realisticamente percorribile.

Non ci soffermiamo in questa sede sulle enormi difficoltà che l'auto elettrica deve ancora superare e che al momento (siamo comunque già nel 2022 e su batterie e dintorni si lavora da decenni...) non la rendono nemmeno remotamente una possibilità per la mobilità di massa: costi, infrastrutture e tempi di ricarica la relegano a un ruolo di nicchia lasciando per ora il compito di riempire le casse statali alle accise sui carburanti (25 mld l'anno destinati a migrare verso le colonnine a tempo debito). Basti pensare che nelle stime - non certo per difetto - del Governo, in Italia avremo 6 milioni di auto elettriche nel 2030. Con un parco circolante di 37 milioni stiamo parlando del 16%: significa che l'84% dei veicoli avrà un motore termico sotto al cofano.
Ecco, abbiamo parlato di auto elettrica, ma è un errore. E proprio qui sta uno dei problemi di fondo: l'Europa - si badi - ha deciso lo stop ai motori endotermici, non ha certificato l'obbligo di vendere auto elettriche. Potrebbero esserci alternative più efficienti e anche più sostenibili (l'idrogeno, i biocombustibili, un giorno - chissà - perfino il nucleare) ma ormai l'industria automobilistica, spinta dal legislatore verso livelli di emissione oggi non realizzabili con motori tradizionali ha investito in maniera così importante sull'elettrico (gli ibridi, più o meno efficienti, hanno rappresentato la strada più breve per certificare emissioni bassissime ma non reali) da non potersi permettersi di tornare indietro. Anzi, dovrà anche affrontare un delicato periodo di transizione per ammortizzare i cicli produttivi degli ultimi modelli, crearne altri che avranno vita brevissima e quindi affrontare un mercato ancora più paralizzato di quanto sia oggi. Solo in Italia sono a rischio 450 aziende del settore e 70mila dipendenti perché l'auto elettrica ha molti componenti in meno.

L'Europa, sobillata dagli ormai famigerati «falchi» del Nord, tende sempre a fare la prima della classe e nonostante emissioni di gas serra di oltre tre volte inferiori a quelle della Cina e del 25% rispetto agli Stati Uniti, vara le norme più stringenti sul pianeta e che - guarda caso - favoriscono chi comanda davvero nell'auto elettrica: Pechino. La Cina detiene i materiali preziosi necessari per le batterie: un settore decisivo per il Pil come l'automotive rischia di spostare l'asse geopolitico verso il Far East molto più delle suggestioni commerciali della Via della Seta.

L'augurio è che l'Europa - pur mantenendo la barra dritta verso una svolta green che se ben gestita non significa solo sostenibilità, ma anche benessere e opportunità di crescita - sappia gestire la transizione ecologica della mobilità evitando costi sociali ed economici altissimi e una rovinosa deindustrializzazione. Non vorremmo mai vedere fra vent'anni un'Europa in stile Cuba, dove si circolerà con le «vecchie» auto di questi anni 20 e intanto qualcuno morirà di fame.

© Riproduzione riservata

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