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Iron Maiden, i quarant'anni di “Killers”

Iron Maiden, i quarant'anni di “Killers”

di Michele Ceparano

24 Settembre 2021,04:28

Sono appena tornati con un corposo, doppio come il precedente in studio “The book of souls” e, a tratti, maestoso album. “Senjutsu” è, infatti, un lavoro che contiene alcuni pezzi davvero interessanti, uno su tutti “Death of the Celts”. Ma gli Iron Maiden, nome da strumento di tortura (la “vergine di ferro” o la “vergine di Norimberga”, sul cui utilizzo reale sono emersi in campo storico molti dubbi), leggende viventi dell'heavy metal, spiccavano il volo nel 1980 con il loro primo lavoro, intitolato semplicemente “Iron Maiden”. L'anno dopo usciva invece “Killers” che l'inverno scorso ha tagliato il traguardo dei quarant'anni. Un album che non sfondò subito come accadde invece per il disco d'esordio ma che, col tempo, venne considerato un momento fondamentale nella storia della band inglese.

Amati da Dario Argento, che utilizzò con successo “Flash of the blade” in “Phenomena” con Jennifer Connelly, ultimamente ammirata nella produzione Netflix “Snowpiercer”, al fianco di Sean Bean, gli Iron Maiden sono un gruppo che, come hanno dimostrato anche gli ultimi lavori, non è stato sconfitto dall'incedere e dalla ruggine del tempo continuando a produrre opere rock molto interessanti.

La copertina di “Killers” è suggestiva e truculenta come tutte quelle che accompagnano i lavori degli Iron Maiden, il cui protagonista è “Eddie”, lo zombie creato dall'illustratore inglese Derek Riggs, divenuto ormai lui stesso, sanguinolenta “mascotte”, una sorta di leggenda. Il disco, che vede l'ingresso nella band del chitarrista Adrian Smith al posto di Dennis Stratton e sancisce l'addio della “voce” Paul Di'Anno (che verrà rimpiazzato da Bruce Dickinson, oggi ancora sulla tolda della nave degli Iron Maiden), tocca, inoltre, punte molto potenti con alcuni brani ispirati alla storia e alla letteratura. Le strumentali “Ides of march” o “Genghis Khan” dimostrano come Giulio Cesare e il condottiero mongolo non potevano non affascinare la band. Morte e mistero, maledizioni e assassini.

In questo caso a ispirare la band in “Murders in the rue Morgue” c'è il celeberrimo racconto di Edgar Allan Poe, maestro del brivido già celebrato in versione progressive rock anni prima dagli Alan Parsons Project in “Tales of mystery and imagination”. “Murders in rue Morgue” non è, comunque, solo un brano, ma anche un vorticoso racconto in cui il protagonista, braccato dai gendarmi, fugge dalla scena del crimine. Direzione: l'Italia del Sud. Da leggere, oltre che da ascoltare.

Ovviamente anche altri brani parlano di assassini e delitti, tema del resto già sviluppato dieci anni prima con successo nel prog da gruppi come i Genesis in “Nursery cryme” o i Van der Graaf Generator in “Pawn hearts”. Album mitici.

Comunque, se quello di “Innocent exile” è in fuga, quello della title track, “Killers”, è a caccia di vittime innocenti, spinto a sua volta da una voce che lo obbliga a uccidere.

Il viaggio oscuro degli Iron Maiden prosegue attraverso le atmosfere dense di mistero come la ballata ”Prodigal son”, sorta di rivisitazione del Faust in versione heavy metal, o la vicenda di un fantasma in “Twilight zone” mentre “Drifter” chiude un album che, quarant'anni dopo, riesce ancora a emozionare.

Iron Maiden - Killers -  https://www.youtube.com  

© Riproduzione riservata

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