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Letizia Brugnoli: 'Io, sopravvissuta al coronavirus: ora canto la speranza dei miei Blue skies' - Video

08 Maggio 2020,04:25

PIERANGELO PETTENATI

«Cieli blu mi sorridono, non vedo altro che cieli blu»; la felicità per la guarigione dal Covid-19 e la speranza per il futuro della cantante di Borgotaro Letizia Brugnoli sono affidate al testo di «Blue skies» di Irving Berlin, che di recente ha pubblicato su YouTube.Letizia ha sempre amato cantare questa canzone e nelle sue serate non mancava mai; ora però ha un significato diverso, come racconta: «Stavo ancora male ma avevo già detto ai miei musicisti che appena mi fossi ripresa avrei subito fatto qualcosa. Ho scelto questa canzone perché ha un testo pieno di speranza e volevo dare un senso al passaggio tra la clausura forzata del passato e l’ottimismo per il futuro. Luca Savazzi, il pianista che suona con me, l’ha suonata da casa sua e io l’ho cantata da casa mia, dove ho girato anche il video».

Quando è iniziato tutto? 
«Il 28 febbraio. Al mattino stavo bene e alla sera ho iniziato a stare malissimo. Il 7 marzo sono entrata in ospedale a Borgotaro. Eravamo nei giorni iniziali e mi ricordo che ogni mattina leggevo i bollettini e vedevo che era sempre peggio e il numero dei guariti era simile a quello dei decessi. Soprattutto all’inizio è stata dura e ho avuto paura, ma fortunatamente è andato tutto bene».

Come sono stati quei giorni? 
«Sono stata proiettata all’improvviso in un mondo completamente nuovo. Ero una delle prime, in isolamento, senza sapere ancora bene cosa stesse succedendo. Avevo solo la certezza di essere io l’infetto, tutti si allontanavano da te, non avevo rapporti con nessuno, mi passavano il mangiare dalla porta, medici e infermieri entravano una o due volte al giorno, tutti bardati e senza la possibilità di riconoscere nessuno. La situazione è migliorata quando, dopo tre giorni mi hanno portato a Fidenza. C’era lo stesso clima di incertezza, ma per lo meno la porta della stanza era aperta, vedevo la gente passare sentivo altre voci, anche se a volte erano i lamenti di chi stava molto male. Per chi non l’ha vissuta è una situazione incredibile che mai avrei pensato di vivere. Non sapevo quando sarei tornata a casa e avrei rivisto la mia famiglia, vivevo nella speranza giornaliera di stare bene. Qualche volta anch’io sono stata sul punto di perdere la  speranza, ma sono ottimista di natura e cercavo di prenderla in modo positivo».

Com’è stato il lavoro del personale? 
«Ricordo la fatica degli infermieri nel farmi i prelievi, compresi quelli arteriosi, con i doppi guanti. Per loro era quasi impossibile “sentire” la vena con le dita. E ne ho dovuti fare tanti. Mi è rimasto impresso anche il sudore: vedevo i loro occhiali appannati col sudore dentro, per 8 o 10 ore a giorno, tutti i giorni. Vedevo loro, la loro fatica e capivo che non valeva la pena lamentarmi. Hanno fatto un lavoro incredibile».

Erano possibili i contatti con l’esterno? 
«Sì, e per questo devo ringraziare la tecnologia, perché grazie ai telefoni potevo vedere la mia famiglia ogni giorno; lo dicevo anche con miei compagni di camera, quanto fosse importante l’aiuto della tecnologia per mantenere i contatti con la famiglia».

E la musica? 
«Ho ascoltato tantissima musica. Sapendo che da Borgotaro mi sarei spostata a Fidenza mi sono fatta portare una valigia. Mancavano delle cose essenziali, ma non le cuffiette… la musica mi ha aiutato tanto. Coi farmaci che prendevo facevo fatica a leggere e a guardare lo schermo, ma mi ha aiutata ad andare avanti. Ci vedevo poco, ma ero viva e questo era l’importante».

Ora però resta l’incertezza del futuro e su quando si potrà tornare ai concerti… 
«Possiamo cantare da casa, ma farlo dal vivo è tutta un’altra cosa, ci sono delle emozioni che chi non lo fa non può immaginare. Chi canta o suona ha bisogno di questa adrenalina, di questa energia che ti scaturisce in quel momento. Più di una volta parti che sei triste o svogliato poi finisci carico e allegro. È una scarica di emozioni che da fuori è difficile da capire. Mi auguro solo che quando si potrà ripartire ci si sia molta più voglia e più consapevolezza anche nello spettatore, che davvero senta il desiderio di partecipare fisicamente ai concerti e viverli fino in fondo».

© Riproduzione riservata

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