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Il freddo come strategia per ridurre l'infiammazione

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03 febbraio 2021, 09:16

Il freddo come strategia per ridurre l'infiammazione

La crioterapia (dal greco antico kyros, che letteralmente significa “cura del freddo”) rappresenta un moderno e incredibile strumento da utilizzare in modo controllato e peculiare per raggiungere il benessere esteriore e interiore, ma in realtà le sue origini risalgono ai tempi di Ippocrate, il quale già nel 400 a.C. prescriveva bagni di ghiaccio contro dolore e infiammazioni. L’azione salutare del freddo era in realtà nota anche agli antichi romani, maestri della cura del fisico e dello spirito, che fecero del frigidarium (piscine ghiacciate appartenenti ai percorsi termali) un culto.

Oggi la crioterapia si inserisce appunto tra i “nuovi” (se “nuovi” si possono definire) metodi di cura, per il trattamento di diverse condizioni estetiche e mediche, ma soprattutto per la gestione e il controllo dell’infiammazione sistemica che è al centro dei processi degenerativi dell’uomo moderno.

L’applicazione del ghiaccio in seguito a traumi e disturbi dell’apparato muscoloscheletrico può, in un certo senso, essere intesa come la forma più semplice di terapia del freddo. Il ghiaccio è da sempre riconosciuto per le proprietà analgesiche e antiedemigene che lo contraddistinguono. L’utilizzo del ghiaccio nelle contusioni e nei traumi muscoloscheletrici, infatti, aiuta a diminuire la percezione del dolore, inducendo uno stato ipotermico localizzato che impedisce la trasmissione degli impulsi dolorosi. La vasocostrizione indotta, generata dall’applicazione del ghiaccio, invece, impedisce il travaso di sangue nei tessuti alleviando di conseguenza il gonfiore. Infine, il ghiaccio è largamente utilizzato come anti-spastico e miorilassante dovuto al rilassamento di muscoli e tessuti conseguente all’esposizione a basse temperature.

Il pioniere dell’applicazione della cura del freddo per trattare condizioni mediche ed estetiche fu il medico giapponese Toshima Yamauchi. Questi notò, infatti, che i pazienti della sua clinica termale affetti da artrite reumatoide traevano maggiori benefici se, al termine delle cure, facevano rientro in Paesi freddi piuttosto che caldi. L’intuizione fu immediata: il freddo era la chiave per trattare al meglio i dolori dell’artrite. Capì così che le basse temperature, unite al movimento, giocavano un ruolo fondamentale nel miglioramento della patologia. Qualche tempo dopo Toshima Yamauchi costruì la prima camera criogenica.

 

Dalle intuizioni di Toshima Yamauchi si aprì così la strada a quella che è la crioterapia di oggi, ma si sono dovuti attendere decine e decine di anni per stabilire e dimostrare che la terapia del freddo, se usata correttamente, può risolvere moltissimi disturbi. Lo studio continuo e dettagliato degli effetti delle basse temperature, infatti, ha dimostrato come un temporaneo congelamento provochi la diminuzione della temperatura dell’epitelio, a cui segue il rilascio di endorfine che rende possibile, quindi, una minore percezione del dolore. Inoltre, il rilascio di citochine a effetto protettivo antinfiammatorio riduce quella che oggi è considerata il nemico numero uno dell’uomo, un nemico in grado di generare la maggior parte delle malattie: l’infiammazione sistemica.

Ma perché alcune persone sopportano il freddo meglio di altre? Si dice che il tessuto adiposo, la classica pancetta, ci protegga dal freddo. Ma allora perché persone di struttura simile sopportano il freddo in maniera diversa? Parte della risposta risiede nel tessuto adiposo bruno. Nei mammiferi esistono due tipi di tessuto adiposo: quello bianco e quello bruno. Il tessuto adiposo bianco, nonostante il nome, ha un colorito giallognolo dovuto all’alto contenuto di carotenoidi e rappresenta la quasi totalità delle riserve di grasso. Il vero segreto risiede, invece, nel tessuto adiposo bruno. Questo è abbondante nei mammiferi che vanno in letargo, che letteralmente si ibernano e nei cuccioli. Presente anche nei cuccioli d’uomo, il tessuto adiposo bruno permette ai neonati di generare calore essendo la termogenesi la sua funzione primaria. Con la crescita buona parte di questo si trasforma in tessuto adiposo bianco, la cui funzione principale è la riserva energetica.

Il tessuto adiposo bruno presenta una maggiore concentrazione di mitocondri rispetto al bianco, i quali contengono la proteina ucp 1 (proteina disaccoppiante 1). Questa molecola ha la capacità di disaccoppiare la fosforilazione ossidativa, ovvero il processo energetico aerobico di respirazione cellulare, riuscendo a spostare l’utilizzo di lipidi per la produzione di energia (atp) verso la produzione di calore. L’energia prodotta passa pertanto da energia chimica a energia termica. Più la temperatura si abbassa, maggiore è l’attivazione del tessuto adiposo bruno. Questo permette di resistere al freddo attivando la risposta alla termogenesi indotta dal freddo “non da brivido” (non-shivering cold-induce thermogenesis).

Nell’uomo adulto si era sempre pensato che fosse presente solo il tessuto adiposo bianco, ma recentemente studi scientifici hanno dimostrato che negli adulti è possibile indurre la trasformazione, detta “browning”, del tessuto adiposo bianco in bruno. Questo, indotto principalmente dall’esposizione cronica a basse temperature, induce la trasformazione degli adipociti bianchi, i quali assumono caratteristiche più simili a quelli bruni – detti pertanto “beige”.

In parole semplici, persone apparentemente simili per composizione corporea possono nascondere, sotto lo strato dell’epidermide, una composizione di tessuto adiposo nettamente differente. Il segreto risiede proprio in questa differenza apparentemente impercettibile, che permette ad alcune persone di sopportare il freddo meglio di altre, oppure di avere un metabolismo basale più veloce di altri.

Dir. Sanitario Dr. Massimo Gualerzi

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