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Intervista

Tappe epiche viste da Piero Chiara

Alberto Brambilla, autore del saggio introduttivo di «Lo Zanzi, il Binda e altre storie su due ruote». «Nei suoi articoli lo scrittore coglieva in questo sport la possibilità per gli umili di emergere». «Delle gare ciclistiche seppe offrire uno sguardo originale. Il Giro come enciclopedia patria»

Felice Gimondi
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Piero Chiara, maestro della prosa novecentesca, nutrì sempre viva attenzione per lo sport, che egli stesso aveva praticato in gioventù, frequentando la palestra a Luino per esercitarsi nel pugilato e nella lotta greco-romana. La sua passione profonda fu però il ciclismo, che lo portò a scriverne occasionalmente su varie testate (commentò anche per la tv il Giro d’Italia del 1968). Alberto Brambilla - docente universitario che da anni si occupa del rapporto sport cultura e collaboratore di questa pagina culturale - ha avuto la felice iniziativa di reperirne i testi «ciclistici» sepolti nelle pagine di vecchi quotidiani e riviste e di pubblicarli nel libro «Lo Zanzi, il Binda e altre storie su due ruote. Scritti sul ciclismo 1969 - 1985» (Nomos edizioni, pp. 75, euro 9,90). Vi troviamo cronache sportive dedicate alle grandi corse in linea e a tappe, all’epoca dei pionieri, ai campioni diventati leggende, ma anche scritti dedicati dal giornalista-scrittore alla nascita del ciclismo. Valga, come esempio, l’«incipit» dell’articolo «L'ordigno a due ruote», una sorta di breve storia della bicicletta: «Come sia potuta sfuggire l’invenzione dalla bicicletta a Leonardo da Vinci si spiega soltanto col carattere aristocratico dell’ingegno leonardesco, inteso alla costruzione di grandi macchine che servissero per la guerra, oppure all’ideazione di un mezzo che consentisse all’uomo di volare. L’idea di un mezzo di spostamento veloce per lavoratori, contadini, fattorini e altra minuta gente, non allettò il suo cervello, che se vi si fosse applicato, avrebbe di certo realizzato facilmente la bicicletta con quattro secoli di anticipo, tanto gli era chiaro il funzionamento degli ingranaggi e il problema della trasmissione de moto». Riemergono dalle pagine di Chiara grandi campioni del passato quali Binda, Gimondi, Merckx e il varesino Augusto Zanzi. Ad Alberto Brambilla, che ha redatto l’ampio e acuto saggio introduttivo, chiedo: ma chi era questo Zanzi?
«Lo Zanzi era un ciclista oggi dimenticato ma di una certa levatura, attivo negli anni Trenta, che partecipa a diversi Giri d’Italia e a un Tour. Chiara ne aveva conosciuto la fama e trasferendosi a Varese lo aveva conosciuto di persona. Per altro al suo ritiro lo Zanzi aveva aperto un negozio di vendita e riparazione di biciclette, che a Varese divenne un luogo d’incontro di suiveurs ed appassionati. Si comprende come Chiara potesse ricordarsi dello Zanzi, divenuto vero esperto di ciclismo, quando, trovandosi a commentare il Giro d’Italia del 1968, si trova a corto di argomenti... nulla di meglio dunque che proporre, a sorpresa, i pronostici dello Zanzi rivelatisi per altro spesso azzeccati».

Lo Zanzi è anche una metafora?
Lo Zanzi è in primo luogo una geniale trovata, se vogliamo, narrativa, un coup de théatre ad alto effetto anche televisivo... e poi è il riconoscimento di un amico, di un umile ma importante rappresentante della sua terra varesina.

Lei scrive che gli scritti proposti sono utili soprattutto per entrare nella «bottega» di Chiara scrittore. Con quale spirito egli osserva e rappresenta il mondo delle corse in bicicletta?
Chiara è come al solito mosso da curiosità e dalla voglia di provarsi su terreni di solito non battuti da lui, soprattutto sul piano della cronaca. Ma direi che si capisce che il suo mestiere è un altro, non riesce ad aderire alla cronaca stretta della giornata ciclistica, ama piuttosto i tempi medio-lunghi della narrazione a tavolino, preferisce divagare, e in questo discende dalla grande tradizione degli scrittori-giornalisti come Buzzati, o Pratolini o Gatto, chiamati «a fare colore» come si diceva allora, e dunque a fornire alle gare ciclistiche un punto di vista originale. La «bottega» di Chiara sta appunto nella scrittura (o riscrittura) artigianale dei pezzi, nel loro smontaggio e nella loro ripresa in occasioni diverse, come accade esemplarmente per gli articoli dedicati a Binda.

Negli articoli balenano osservazioni di carattere storico, talora sono accenti di garbata ironia. Cosa la colpisce maggiormente?
Mi colpisce in primo luogo la straordinaria capacità di sintetizzare in due paginette secoli di storia, collegando lo sport alla società e all’economia. Poi c'è la consueta abilità stilistica di Chiara che fa il resto.

Chiara ha visto nel Giro d’Italia un elemento fondante dell’Unità nazionale e insieme «un’opportunità per gli aspiranti alla gloria».
Ma nella sua lettura del Giro c'è qualcosa di più. Chiara propone di leggere il Giro come una sorta di enciclopedia patria, la possibilità straordinaria di conoscere attraverso la corsa i luoghi e le bellezze del nostro paese. Per di più Chiara coglie nel ciclismo la possibilità per gli umili di emergere, puntando sulla loro forza, sulla fatica.

Ad Alfredo Binda, Chiara dedica pagine dalle quali emerge l’umanità e la grandezza semplice dell’eccelso campione. E’ la ricerca del vero e dell’autentico che distingue Chiara?
Direi che la domanda vada in un certo senso rovesciata, in quanto è la vita esemplare di Binda, come atleta e come uomo, che si impone. Chiara non può non riconoscere in lui un modello esemplare. È l’uomo che ha dovuto emigrare in Francia per fare fortuna, ma, pur essendo divenuto un campione eccezionale a livello mondiale, non ha mai smesso di essere un uomo misurato ed onesto. Ciò lo fa per Chiara il simbolo del lombardo o ancora di più il simbolo della sua terra d’origine, Binda rappresenta le radici, le stesse a cui Chiara ha da sempre attinto per scrivere le sue storie migliori.

Lo Zanzi, il Binda e altre storie su due ruote
Nomos, pag. 75, euro 9,90

 

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