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Bebeto, fra volley e calcio

Bebeto, il brasiliano allenatore della Maxicono

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Il Brasile ha perso un altro mondiale, anche il campionato di volley, sconfitto 3-1 in finale dalla Polonia. Dal Sudamerica trepidava anche Paulo Roberto De Freitas, alias Bebeto, 64 anni: è stato l’ultimo allenatore a vincere i campionati del mondo con l’Italia, nel ’98. In fondo è il “ct dei due mondi”, argento olimpico con il Brasile a Los Angeles 1984, a soli 34 anni. In mezzo, due scudetti con la Maxicono Parma. 

Per Bebeto, leggenda della pallavolo, lo sport è vita e la vita è davvero l’arte dell’incontro.
Paulo, dal Sudamerica e da appassionato di calcio, segue ancora il Parma?
“No, perchè sono passati anni, dal grande Parma dell’èra Tanzi e da quando ho lasciato la città ducale. Soprattutto, mi fa dispiacere che il grande volley sia sparito di lì, la Maxicono era una bellissima esperienza. E’ sensazione fastidiosa sapere che Parma non  abbia più una squadra di alto livello, era uno dei punti di riferimento della pallavolo moderna”.
Vogliamo ricordare il suo sestetto tricolore?
“L’olandese Blangè era il palleggiatore, il brasiliano Carlao faceva l’opposto. Schiacciatori erano Renan dal Zotto e Marco Bracci, centrali Andrea Giani e Pasquale Gravina. Galli e Zorzi, invece, preferirono andare a Milano”.
Cos’è cambiato, rispetto all’epoca?
“Il campionato italiano era come la Nba della pallacanestro, rammento che era il più importante al mondo e le nostre vittorie furono molto qualitative, perchè negli anni ’90 la serie A rappresentava veramente l’utopia della pallavolo. Avevamo vinto tutto e prima di me il traversetolese Gian Paolo Montali fece il grande slam. C’era la cosiddetta generazione di fenomeni e il modello era vincente, al di là di invidualità e allenatori. Eravamo il riferimento per il mondo”.
Restò per 5 anni, fra il ’90 e il ’95.
“Parma fu l’unico club che ho allenato. Per il resto avevo guidato per 4 stagioni il Brasile e poi per due l’Italia. Come vice avevo Flavio Gulinelli, adesso ct del Portogallo, dopo 15 diverse panchine”.
All’epoca neanche c’era il libero…
“Si utilizzava solo in nazionale, Mirko Corsano fu il primo, aveva cominciato proprio a Parma”.

Torna più in città?
“Sino al 2011, ritornavo ogni anno. Sogno di tornare per fare buona pallavolo, come una volta. Mi chiamassero, prenderei il primo volo per venire lì”.
L’Italia ha chiuso solo al 13° posto, peggior risultato dall’82.
“Ho seguito la manifestazione con un pizzico di angoscia, perchè la pallavolo è la mia vita e noto un calo del movimento. La crescita di questo sport sarebbe fondamentale, ha perso la strada nel momento in cui tutto il mondo invidiava la pallavolo italiana. Serviva farla lievitare ulteriormente”.
Come si può risalire?
“Imitando la pallacanestro, che ha effettuato un accordo con l’Nba in tutto il mondo, creando un legame positivo con le nazionali. La pallavolo ha perso questa corsa a diventare uno sport davvero di primo piano, in Italia e nel mondo. Non si può essere forti se il campionato nazionale non è così qualitativo, occorrebbe lo spirito industriale degli americani”.
Com’è la situazione in Brasile?
“La nostra nazionale è protagonista nei principali tornei mondiali, inseguiva il podio nel basket, ha raggiunto la finale nel volley, però anche qui la pallacanestro tira di più. L’Italia dovrebbe proprio imitare l’Nba, per non tornare a vincere Europei, Mondiali e Olimpiade. Serviva percorrere un’altra strada nei primi anni ’90, quando si cercò di tagliar fuori il campionato italiano dai vertici internazionali, in quanto i club stavano diventando più forti delle federazioni”.
Ma è possibile tornare dominanti?
“Non si riuscirà mai a creare una nazionale molto forte, senza un confronto indiduale costante in serie A. Penso alle 3mila università da cui pesca sempre il basket professionistico americano. Ai tempi di Julio Velasco, l’Italia dominava in World league con la nazionale 1, 2 e persino 3, proprio perchè anche nei club i giocatori si misuravano su altissimi livelli. A fine millennio, praticamente tutti i migliori giocatori erano protagonisti in Italia, così la nazionale vinse tutto, escluso le Olimpiadi. Gli azzurri e il movimento erano il riflesso di quanto avveniva in campionato”.
Dal 2000, l’Italia non ha più vinto, a livello assoluto: Mondiali, World league, alle Olimpiadi è arrivata solo un’altra finale, ad Atene ’04.
“Ecco, ci sarà una ragione…”.
Non era scontato il poker del Brasile, in Polonia?
“Non proprio. Pronosticavo come semifinaliste anche Russia, Usa e Polonia, i padroni di casa sono arrivati in fondo, come 8 anni fa, quando vinsero l’argento e nel ’74, con l’oro in Messico. Lo stesso Iran ha mostrato un gioco da grandi livelli, mentre Francia e Germania sono state sorprendenti semifinaliste”.
L’Argentina è un passo indietro, nonostante il ct Velasco?
“L’ultimo step da scalare è il più difficile, comunque si fatica a batterla”.
Approva la scelta di Mauro Berruto, di affidarsi spesso al doppio libero?
“Ogni tanto l’altro libero entra al posto di uno schiacciatore-ricevitore, per migliorare la difesa in certi momenti. E’ una strategia che può essere utile”.
Il rally point system è stato un bene, per il volley?
“Senza il cambio palla, è un altro gioco, completamente diverso. Quando venne approvata la modifica, si pensava sarebbe stata la stessa cosa, semplicemente che servissero meno punti a chiudere un set, per rendere il gioco più veloce, emozionante. Non si doveva però cambiare l’essenza del nostro sport, adesso il gioco si è specializzato su questa regola, senza cambi palla. Occorre migliorare i fondamentali, perchè l’errore ora è più pesante e ciascuno viene pagato con un punto. Per fare bene, insomma, non si può sbagliare. Perciò sulla tecnica individuale c’è bisogno di crescere tantissimo, per contribuire di più ai risultati”.
Come giudica il lavoro di Berruto, antropologo e quasi filosofo?
“Non lo conosco, ma non sono per la filosofia, nello sport. Sono sempre stato pragmatico, per me la strada più breve per raggiungere due punti è sempre stata la linea retta. Peraltro c’è troppa responsabilità su di lui, paga la mancanza di club di alto livello, mi ripeto. Il suo lavoro risente tantissimo di questo, il livello medio è più basso rispetto al passato e la preparazione si complica”.

Sottorete, chi è il Messi?
“Non esiste, nella pallavolo. Il miglior allenatore è semplicemente chi vince olimpiade o mondiale. Idem la squadra vittoriosa è la migliore. E’ veramente uno sport di squadra e ancora il migliore è tale solo se gli altri lo accompagnano. Il discorso vale proprio per la Polonia campione”.
D’accordo, ma il centrale russo
Dmitrij Muserskij è impressionante, con i suoi 2 metri e 18…
“A muro, in attacco e pure in battuta è molto forte, non in difesa, lì devono supplire i compagni”.
Ivan Zaytsev è l’azzurro più vicino alla generazione dei fenomeni?
“Mi piace moltissimo, anche la sua pallavolo. Non è solo attacco e battuta, ha qualità tecniche per essere multifunzionale. Magari deve migliorare a muro, peccato sia fatto male al termine della prima fase”.
Che opinione ha del parmigiano Luca Vettori?
“Onestamente non l’ho seguito abbastanza in questi mesi. In Polonia non è stato determinante come un anno fa, a Europei e World league, per la prolificità in attacco. Con Zaytsev non è impiegato molto”.
Sino a 18 anni, lei aveva giocato a calcio. Ora imita Gian Paolo Montali, passato al pallone dal 2007, e Velasco, per due anni con la Lazio e all’Inter?
“Ho fatto il presidente della mia squadra, l’Atletico Mineiro, ma sono stato eletto fra i membri della polisportiva, per due mandati di fila, adesso non ero più eleggibile. Mi occupavo della gestione di tutto il club, non solo del calcio, mentre Montali è dirigente proprio calcistico, dalla Roma alla Grecia, adesso in Inghilterra”.
Proprio al Mineirazo, il Brasile è stato asfaltato dalla Germania con il terribile 7-1, nella semifinale mondiale.
“Già, a Belo Horizonte, la città dov’ero presidente, dell’Atletico”.
E dal 2003 al 2009 aveva svolto lo stesso ruolo a Rio de Janeiro, nella sua squadra del cuore, il Botafogo di Manè Garrincha.
“Presidente, non patron, perchè non avevo mica comprato la società. E’ diverso, rispetto all’Italia”.
E’ il nipote di João Saldanha, il ct-giornalista che costruì l’invincibile Brasile di Mexico ’70 salvo essere rimosso alla vigilia del Mondiale, in quanto inviso al regime militare.
“Quella seleçao era formata da stelle uniche come Pelè più altri 4-5 fuoriclasse. In questa edizione, Felipao Scolari aveva come più forti due difensori, Thiago Silva e David Luiz. Basta questo per capire che il Brasile non è più il pais do futebol: calcisticamente ha perso la sua identità”.
Non si parla più di “jogo bonito”?
“No. Nel resto del mondo, il calcio ha conosciuto un’evoluzione atletica, tecnica e scientifica. Noi siamo fermi alla nostalgia e a una tradizione superata. Nei mondiali forse solo l’Honduras ha mostrato un gioco peggiore rispetto al Brasile”.
Il quarto posto, peraltro, è sempre preferibile all’uscita al primo turno dell’Italia…
“Eppure dobbiamo cambiare subito il sistema dalla base. Qui i ragazzi a 16-17 anni lasciano il Paese e quando vengono convocati in nazionale non hanno mai disputato una partita nella nostra serie A, come l’attaccante esterno Hulk”.

Nella Germania, sei elementi sono compagni di squadra nel Bayern Monaco.
“Il senso di appartenenza alla fine fa la differenza, assieme all’evoluzione ignorata dal Brasile. E’ fisiologico che ora si trovi indietro, rispetto a varie realtà. Come si è visto anche nella semifinale con l’Olanda”.
L’Argentina, invece, è arrivata in finale.
“Anche grazie a Messi. Finché la seleçao poteva contare su fenomeni veri come Ronaldo, i risultati si sono visti, in quest’ultimo decennio c’è stato un vuoto generazionale. L’ultimo grande è stato Kakà…
“Ma Scolari non lo ha voluto, è sta­to un grave errore non convocarlo. Ha 32 anni, era alla sua ultima chance mondiale”.
E Neymar, che Pelè considera suo erede naturale?
“Si riferisce ai numeri, perchè è già il quinto marcatore di sempre e alla sua età in maglia verdeoro ha già fatto meglio di Pelè. Non si fosse infortunato contro la Colombia, magari con la Germania forse il passivo sarebbe stato più onorevole, avremmo comunque perso, perché il problema è la mentalità: non è Brasile, senza un centrocampista di fantasia”.
Come si supera un momento così negativo?
«Con forti investimenti economici. Le nostre federazioni hanno tanti soldi, ma non arrivano ai club, nè tantomeno finanziano lo sport. Il nostro campionato di calcio non ha più campioni da mostrare alla gente, nè alle tv”.
Capocannoniere da anni è Fred, diventato il capro espiatorio del “Mineirazo”.
“Ma il colpevole non è un attaccante lasciato da solo lì davanti, è da riformare il sistema”.
Come esce il Paese reale da Brasile 2014?
“Il nostro Mondiale è stato un grande successo organizzativo, però sono stati investiti oltre 3 miliardi di euro in stadi che ora diventano cattedrali nel deserto: a Manaus, con una media di 500 spettatori a partita, a Cuiabá e a Brasilia. Al conteggio degli “sprechi” ci sarà da piangere…”.
A proposito di lacrime, è vero che lei si commosse, un anno fa, ascoltando papa Bergoglio, lì a Rio?
“Quando lo sento parlare, è come se risentissi la voce di mia madre, Maria. Era la sorella di Joao Saldanha e quando ero piccolo mi parlava di una Chiesa che era autentica se stava vicina ai poveri. Qui in Brasile ne abbiamo ancora tanti da salvare, nonostante i 20-30 milioni aiutate dalla presidenza Lula”.
Fra due anni ci saranno le Olimpiadi, sempre in Brasile…
“Spero che mio figlio “Rico” possa lottare per una medaglia nel beach volley. Da allenatore della moglie Barbara”.

 

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