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E questa volta i tedeschi siamo noi

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Si è conclusa in Italia la breve vita di Anis Amri, il terrorista tunisino, affiliato all'Isis, autore della strage del mercatino di Natale di Berlino dove sono morte 12 persone. Si è conclusa nel nostro Paese proprio dove la carriera criminale europea di Amri era cominciata. Questo giovane, sedicente minorenne, infatti, era arrivato a Lampedusa assieme ai tanti in fuga dai disordini seguiti alla cosiddetta «primavera araba». Solo che, stando ai media tunisini, non era l'ansia di libertà a muovere Amri, ma semplicemente il tentativo di sottrarsi a una condanna per rapina a mano armata nel suo Paese, poi effettivamente arrivata dopo un processo in contumacia. Insomma quando arriva da noi Amri è già un criminale. Il tunisino dimostra da subito di essere un soggetto da prendere con le molle: assieme ad altri dà fuoco a un centro di accoglienza e, in un crescendo di violenza, commette altri reati fino a che una condanna a 4 anni di reclusione lo ferma. Temporaneamente e per poco, però, perché anche in carcere continua la sua carriera di violento in servizio permanente effettivo. Sono risse, minacce (un «ti taglio la testa» sibilato a un compagno di cella cristiano che fa presagire la sua successiva radicalizzazione), comportamenti anti-sociali. Il provvedimento di espulsione arriva subito dopo la scarcerazione, ma, come spesso succede, non diventa effettivo perché le autorità tunisine non riescono a inviare in Italia, nei termini stabiliti, i documenti che servono per farlo tornare a Tunisi. O non vogliono. Una prassi che si ripete spessissimo. E che non può essere ulteriormente tollerata perché ne va della nostra vita. Amri, quindi, decide di cambiare aria e lascia l'Italia per la Germania dove viene espulso una seconda volta. E naturalmente viene «graziato» dai ritardi delle autorità tunisine. In Germania affina la sua maturazione criminale entrando in contatto con gli ambienti dell'estremismo islamico. Senza naturalmente smettere di delinquere, visto che è fermato per spaccio di droga. Non è infrequente che il cammino di radicalizzazione si intrecci a comportamenti devianti che cozzano violentemente con la purezza dell'integralismo e con la ragnatela di precetti che scandisce la vita del credente islamico ortodosso. Il fatto che Amri, nel momento della sparatoria- secondo il prefetto di Milano - non abbia gridato «Allah Akbar!», «Dio è grande!», ma molto più prosaicamente «poliziotti bastardi!», dà un'idea del soggetto. Uno dei tanti «vuoti a perdere» che i burattinai dell'Isis usano, dopo averli convinti con blandizie e promesse condite da zelo religioso, per le loro azioni di morte. E così arriviamo a giovedì sera quando Amri, davanti alla stazione di Sesto San Giovanni, viene fermato per un controllo di routine da parte di una pattuglia delle Volanti. E qui, da balordo che si crede invincibile, apre, approfittando della sorpresa, il conflitto a fuoco che gli sarà fatale. E che procurerà all'Italia le lodi della Germania. Una cosa che non si vede spesso. La morale di questa storia assurda è che le cose semplici e il duro lavoro, cioè il controllo intenso del territorio che le forze dell'ordine svolgono tutti i giorni, a volte tra gli sfottò dei tanti, sono assolutamente indispensabili. Non bastano la telecamere e l'intelligence. Peccato che il Viminale, preso dall'euforia, abbia diffuso nome e cognome degli agenti che hanno ucciso Amri. Forse qualche preoccupazione in più per la loro sicurezza e la loro privacy sarebbe stata una scelta migliore.
pferrandi@gazzettadiparma.net

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