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Parma-Sudan: filo diretto

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 Era partito a fine luglio, come tanti vacanzieri. Ma con una meta ben diversa: Khartoum, capitale del Sudan e di una zona ricca soprattutto di problemi. Avevamo incontrato Andrea Tozzi pochi giorni prima della partenza. Ed ora sta regalando ai lettori di gazzettadiparma.it  un diario che è allo stesso tempo uno spaccato di una realtà a noi lontana, una confessione sui momenti di nostalgia per Parma, ma anche e soprattutto il racconto di una esperienza che può trasmettere qualcosa a noi tutti.  Ed è una storia che si adatta pienamente allo spirito della nostra nuova sezione delle "Buone notizie".

Parma-Sudan – Filo diretto (4)

Cara Parma, ti scrivo…
… dopo circa tre settimane dal mio rientro in Sudan. Devo ringraziarti perché sei stata di parola: per Natale mi hai fatto trovare salume e cappelletti a volontà. Una tiratina d’orecchi però te la devo dare. D’accordo che era dicembre, d’accordo che era iniziato l’inverno, ma dal punto di vista meteorologico sei stata di un’ortodossia per i miei gusti eccessiva: pioggia, nebbia, neve, freddo, umidità. Se hai voluto ricordarmi qual è il clima tipico della pianura padana, beh, cara Parma, ci sei riuscita benissimo, a tal punto che negli ultimi giorni sono giunto perfino a provare nostalgia per il sole spaccapietre di Khartoum. Solo l’affetto che nutro per te e per ciò che rappresenti è riuscito a mitigare l’istinto di fuga.
Ma bando alle ciance. Vorrei riprendere il discorso interrotto prima della pausa natalizia. Ti ricordi? Ti parlavo delle usanze dei sudanesi della capitale. Questa volta vorrei raccontarti qualcosa di quelli che abitano il Sud del Paese, quelli davvero “africani”, quelli neri come il buio. Premetto che, essendo basato a Khartoum, ho avuto meno occasioni per approfondire la conoscenza di quella parte del Paese, ma alcune informazioni le ho comunque raccolte e un’idea di massima me la sono fatta, anche grazie al confronto continuo con i volontari che operano a Tonj.
In questo viaggio verso Sud vorrei iniziare dallo stesso argomento che ho trattato per ultimo la volta scorsa: le donne. Slanciate, fiere, forti. Una logica conseguenza, e direi quasi una necessità, che il vivere in un contesto come quello porta con sé. Pensa, cara Parma, che proprio le ragazze giudicate più resistenti, più “robuste”, sono quelle più ambite da chi è in cerca di una moglie (stavo per scrivere compagna, ma questo termine non avrebbe alcun significato in un ambiente così tradizionalista come quello del Sudan). La prospettiva di ricevere un contributo concreto, materiale, alla cura ed al sostentamento della futura famiglia è l’elemento di maggior peso in questa scelta.
Scelta che non coinvolge solo i due amanti, ma diventa un affare di famiglia (e la parola affare in questo caso non ha un significato figurato). Sì, perché devi sapere, cara Parma, che sono solitamente il padre dell’uomo e quello della donna che decretano la fattibilità dell’unione proposta. Le tribù che popolano il Sud Sudan sono numerose, ed ognuna con le proprie tradizioni, ma in genere le cose funzionano così: il maschio adocchia la ragazza giusta, ne parla con il padre, il quale si reca dal padre di lei ed intavola una trattativa. Se si raggiunge un accordo, in molti casi in termini di numero di mucche consegnate alla famiglia della futura sposa, allora il matrimonio verrà celebrato, altrimenti niente.
E non sempre l’opinione della donna viene tenuta nella giusta considerazione, tanto che può capitare che una ragazza venga “assegnata” dal padre al miglior offerente, mentre lei mantiene in qualche modo una relazione nascosta con il suo reale innamorato. Se la cosa viene scoperta, o se addirittura lei fugge dall’amato, i due contendenti si sfidano a duello per risolvere l’oltraggio, spesso coinvolgendo nel conflitto altri componenti delle rispettive famiglie.
Non scandalizzarti, cara Parma, del fatto che le donne vengano praticamente vendute per una mandria di mucche. Fa parte della cultura di quei popoli. La nascita di un maschio significa due braccia in più per il sostentamento della famiglia, la nascita di una femmina significa dote in arrivo, mucche o denaro che sia. Non stupirti dunque che in Sud Sudan le giovani coppie abbiano già numerosi figli, nonostante vivano mediamente in uno stato di povertà. Non è soltanto ignoranza dei metodi anticoncezionali. Si tratta anche di un calcolo “economico”, che logicamente tiene conto anche della bassa speranza di vita di queste popolazioni: più figli ho, più possibilità ho che qualcuno giunga all’età adulta, all’età in cui si lavora e ci si sposa, e dunque si contribuisce al sostentamento della famiglia d’origine.
Il mio racconto, cara Parma, non ha alcuna pretesa esaustiva delle tradizioni e delle relazioni sociali di quelle comunità: sarebbe sciocco da parte mia pensarlo. Ti lancio solo alcuni flash di quel mondo che ho imparato a conoscere in questi mesi in terra d’Africa, e che ovviamente ne rappresentano solo uno spicchio, peraltro osservato da una prospettiva ridotta qual è quella di un europeo che vive la maggior parte del tempo nella capitale araba.
Consentimi ora di raccontarti qualcosa di specifico anche sugli uomini. Un passo indietro per dire che la tribù di gran lunga più diffusa in Sud Sudan sono i Dinka, che infatti si dividono in diverse sottotribù. Il Dinka è solitamente alto, magrissimo, con il viso un po’ schiacciato e con l’arco dentale superiore sporgente, a causa di un’orribile usanza che evito di descriverti (e che fortunatamente ora è vietata). Caratterialmente è piuttosto diffidente e scontroso, certamente duro, “tough”, come dicono qui in inglese per descriverli. Pensa che, per segnare il passaggio all’età adulta, la fronte del maschio Dinka viene incisa con linee orizzontali tracciate col coltello, le quali, una volta divenute cicatrici, simbolizzeranno per la vita il rispetto che il resto della comunità dovrà portare nei suoi confronti.
È forse proprio questo loro lato ruvido che li rende ancora più buffi quando ti si presentano in abito da festa, quello che dovrebbe mettere in risalto tutta la loro eleganza. Il fatto è che, tra scarpe a punta squadrate, spesso bianche o comunque chiare, pantaloni dal taglio classico (per usare un eufemismo) e a vita alta (se non altissima), camicie che sembrano appese ad una gruccia tanto sono filiformi i loro busti, e, più in generale, abbinamenti di colore e fantasie a dir poco improponibili, il tutto condito dal loro sguardo truce, quasi di sfida, non può che scapparti un sorriso.
Ma non ci sono solo i Dinka, cara Parma. Un Azande, per esempio, un giorno ha avuto una pensata che, se da un lato mette in evidenza quale distanza ancora ci sia tra il profondo Sudan ed il progresso tecnico e tecnologico, dall’altro potrebbe forse rivelarsi un’indovinatissima idea di marketing. Questa persona ha pensato bene di approfittare del viaggio a Khartoum di un nostro importante collaboratore (che appartiene alla sua stessa tribù) per saldare un debito che aveva con una terza persona, residente appunto in capitale. E sai come? Ha ricaricato il cellulare del nostro collega con 120 sterline sudanesi, chiedendogli poi di recarsi dal suo gestore telefonico e farseli restituire in contanti per poterli così consegnare al creditore. Incredibile. E allo stesso tempo geniale, non trovi?
C’è una cosa che apparentemente accomuna tutte le tribù del Sud Sudan: l’attesa per il referendum previsto per il 2011, che potrebbe sancire la separazione del Sud africano dal Nord arabo, ultima tappa del percorso di pace stabilito nel 2005, al termine della guerra civile. A Tonj e dintorni non hanno il minimo dubbio sull’esito (favorevole alla scissione) di tale consultazione pubblica. Qualche dubbio ce l’ho invece io sul fatto che essa si tenga nei modi e nei tempi stabiliti. Ti assicuro, cara Parma, che, se qualcosa andrà storto, gli uomini e le donne del Sud non lo accetteranno con rassegnazione.
Alla prossima puntata,

Andrea

PUNTATE PRECEDENTI:    -   2 - 3

 

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