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Bangladesh: la nuova «tigre» ha le zanne ma non il bisturi

«L'economia del Paese è cresciuta ma i poveri sono tantissimi e senza cure»

Bangladesh: la nuova «tigre» ha le zanne ma non il bisturi

Del Rossi con il suo gruppo a Khulna

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Se ne parla quando un traghetto sovraccarico di gente fa naufragio o quando un monsone più violento degli altri lo devasta come uno tsunami. Che venga da qui il 70 per cento delle camicie vendute nel mondo, è poco più che un dettaglio: il Bangladesh resta uno dei paesi nei quali è più difficile nascere con la camicia. Poveri erano i bengladesi nel 1991 e poveri restano.
«Il cellulare ormai ce l'hanno tutti, ma non significa nulla, così come la Nutella sugli scaffali: non sono in molti a potersela permettere. Questa nazione è ora annoverata tra le tigri asiatiche - spiega Carmine Del Rossi, che 23 anni e 2.460 interventi fa organizzò qui la sua prima missione -. Dacca è diventata invivibile per il traffico: il sole non lo si vede mai, oscurato dalla perenne cappa di smog. Effetti collaterali dei soldi che girano». Per restare nelle tasche di pochi.

Le cure per i privilegiati
Sarà pure una tigre, il Paese delle tigri del Bengala. Peccato però che a ruggire sia un'esigua minoranza della sua popolazione. «Ho la sensazione che per le persone delle quali ci occupiamo non sia cambiato gran che in tutto questo tempo» commenta il direttore di Chirurgia pediatrica del Maggiore. I più continuano a stentare la vita: le paghe sono così striminzite che negli ultimi anni perfino i cinesi hanno delocalizzato da queste parti. «I soldi girano tra il 5-10 per cento della popolazione». Solo questi bengladesi possono concedersi le cure di altissima qualità nelle cliniche sorte in questi anni nella capitale. E una ristretta minoranza può affrontare il costo di operazioni complicate per rimediare a malformazioni congenite qui piuttosto diffuse. Ma nemmeno il conto salato dà garanzie sull'esito. Come per le atresie vaginali (le malformazioni che consistono nell'assenza anche totale della vagina).

Interventi d'eccezione
In Bangladesh solo Del Rossi è in grado di compiere i complessi interventi di ricostruzione, che in media durano dalle tre alle quattro ore e comportano un paio di settimane di ricovero. Il direttore di Chirurgia pediatrica del Maggiore ha effettuato 62 operazioni di questo tipo, da quando ha cominciato a venire in missione nel Paese dei fiumi sacri: e il suo è uno dei numeri più alti al mondo. Quest'anno è intervenuto su sette ragazze afflitte da atresia vaginale: due di loro s'erano già affidate ai bisturi delle cliniche private. Per poi essere costrette a chiedere aiuto agli specialisti italiani («Operare per», con gli anni, ha sempre più allargato i propri confini, pur mantenendo essenzialmente un marchio parmigiano). «Sono gli stessi medici locali a indirizzare a noi i casi più gravi: dal punto di vista professionale, oltre che umano, le soddisfazioni sono notevoli». Così, nelle corsie della solidarietà del Santa Maria Sick Assistance, dove nessun compenso è richiesto ai pazienti, sono state ricoverate anche figlie di famiglie benestanti. «Sono rimasto impressionato - racconta il direttore di Chirurgia pediatrica - dalla spontanea generosità di queste persone, che avendo le possibilità lasciavano offerte per l'ospedale, dicendo: “Questi soldi sono per i poveri che aiutate”». Pazienti poveri sempre numerosi, come si è detto: quest'anno sono stati 165 gli interventi effettuati dalle due missioni a Khulna, la prima, guidata dal chirurgo Emilio Casolari e l'altra da Del Rossi. Una terza missione, con a capo il chirurgo Giovanni Casadio, ha operato a Meimensyngh, in un ospedale a 120 chilometri a nord di Dacca, portando a termine 50 interventi.

La vita ritrovata
«Tra le operazioni - prosegue Del Rossi - 40 hanno riguardato estrofie vescicali, che provocano l'incontinenza urinaria. Passo dopo passo, anno dopo anno, si può arrivare alla continenza tramite una cateterizzazione intermittente». Ai pazienti viene restituita qualcosa di più della semplice speranza. Come racconta la storia di Shadu. «La prima volta, lo abbiamo operato nel 2007, l'ultima tre anni fa - racconta il chirurgo -. L'anno dopo si è sposato, l'anno dopo ancora è venuto a salutarci con la moglie incinta e ora ci ha mostrato il bimbo di sette mesi». Uno dei pochi casi al mondo di paziente affetto da estrofia che potrà sentirsi chiamare papà. Grazie a fratelli di bisturi venuti da lontano.

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