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Un prestigiatore della parola

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di Davide Barilli

«“Caffè letterario” è una di quelle espressioni scomparse che indicano un’epoca e - soprattutto - l’età di chi le usa: come ''marziani'' e ''giradischi'', ormai riservate agli ultracinquantenni e accolte dai più giovani alla stregua dell’italiano medievale. La si usa ancora, vezzosamente, in certe manifestazioni che spesso di culturale hanno solo l’etichetta, premi, sfizi di assessori, improbabili incontri con autori interessati a vendere qualche copia del loro volume, firmarle (in genere ''con simpatia'') e ripartire». Non la manda a dire, come sempre - Giordano Bruno Guerri - parlando, recentemente su «Il Giornale» di una ristampa (ed. Avagliano) del testo di Arnaldo Frateili: «Dall’Aragno al Rosati. Ricordi di vita letteraria». Poesia in tazza. Poetiche delle scritture nate dalle frequentazioni di combriccole geniali.  Peccato che Guerri non abbia citato, tra Giubbe Rosse, Aragno e Pedrocchi, anche il «nostro» Tanara oppure il Caffè San Paolo, alias della «Legione straniera». Già perché tra via Cavour e piazza Garibaldi,  c'è stata un'epoca - dalla fine dei '20 al primo dopoguerra - in cui caffè significava  cultura. Un paradigma messo negli archivi da chi c'era o ha orecchiato il mito, dilatandone i contorni. Tra i tavolini fluiva il nettare, Bertolucci e Bianchi - enfants du pays, anche se il secondo era di Fontanelle - tra chiacchiere sui pullover di Allen & Solly, cine e donne (specie Pietrino, molto più gaudente del monogamo Attilio) distillavano le gocce di una poetica che ha fatto storia. Grandi personaggi, chi lo metterebbe in dubbio? Erano gli anni tra le due guerre.
In città, calamitata da una serie di contingenze, gironzolava la futura crème della intellighenzia del Belpaese; da Luzi a Paci a  Macrì, per non dire gli altri, ché il catalogo è lungo. Solo Maurizio Alpi (memoria storica di quell'epoca d'oro) li ricorda tutti.   Collante, quell'Ugo Guandalini, editore modenese che nel '36 scelse la petite capitale per le sue raffinate edizioni. A  elargire nettare e cultura erano però loro due, Bertolucci e Bianchi: quasi un marchio, come Procter & Gamble. In rigoroso ordine alfabetico. Con  Pietrino, piccolo, rotondetto, la vocetta stridula, nasce a Parma quella che, con il tempo, è diventata un po' una moda: l'undestatement. Sentite cosa scrisse quando venne chiamato a ricordare i suoi esordi alla Gazzetta: «Sempre portato al nonconformismo (ognuno segue la propria natura...) cominciai con un articolo in gloria di Salgari e un altro su Chaplin: uno scrittore spregiato dalla cultura accademica, morto suicida, e un comico straniero, interprete di un film, “La febbre dell'oro”, che non piacque a nessuno». Perfetto: gioca basso, Pietrino; ma vince, perché Salgari è un genio e «La febbre dell'oro» un capolavoro. Bianchi era, fin da giovanissimo, un favoloso genietto. Ingordo di cultura e di carta stampata, ingurgitava fumetti, ma anche Goncourt, Baudelaire e polizieschi. Fu lui, con  Bertolucci, a mettersi in testa di tradurre Proust  (è il '25, Bianchi ha sedici anni) scovato da Attilio nell'edizione originale a Venezia, in una libreria vicino al Florian.  I ragazzi terribili convinsero l'editore parigino  a concedere l'esclusiva; ma il progetto editoriale - dopo che Bianchi tradusse una ventina di pagine - andò a monte per i costi.  Già da allora emerse il talento che Pietrino diluì nelle sue lezioni a caffè: rabdomante, enciclopedico, coltissimo, oratore ammaliante, fulmineo, amante dei paradossi, pungente, capace di avversioni improvvise e di sermoni illuminanti, costruì su di sé quel personaggio irripetibile che sapeva spesso nascondere - attraverso il motto di spirito e l'arguzia - quell'anticonformismo, a volte venato di malinconia,  che, come scrisse lui stesso gli faceva amare  «gli eretici, gli irregolari, i ribelli». Un maestro della parola che - per qualcuno - diede il meglio di se nel dilapidare, generosamente, a favore dei suoi discepoli di una vita o di una sera, il proprio immenso repertorio di prestigiatore della parola. Poi, nel dopoguerra,  uscirono dal bozzolo gli allievi di Attilio e il mito si rinsaldò: andare a caffè divenne  una professione. Ci pensò Pasolini, con la sua Officina, a storicizzare un'identità. Ma  di colpo, partiti per altri lidi  Bianchi e  Bertolucci, gli anni sono volati via, spazzando tutto - eccetto la memoria (che, lo sanno tutti, è solo una briciola di verità). Il terzo millennio è qui, più globalizzato che mai. Se un tempo la scappata di Pietrino da Milano (per un pranzo nella Bassa o per rinverdire un'era ormai finita in piazza Garibaldi) era un mezzo evento, ora basta una email per   scambiarsi idee e testi con un poeta di Melbourne. La retorica della letteratura che nasce in piazza  è stata uccisa dalla modernità. Gli scrittori non cercano più  «maestri», ma editori. Negli anni Ottanta - spariti i caffè - chi voleva fare il poeta in città scarpinava fino a Casarola o Tellaro per incontrare Attilio. Ne tornava con una  dose di aneddoti,  qualche centellinato consiglio e la paura di farsi vedere in piazza. Quei tavolini vuoti erano l'incubo del ritorno. Dove un tempo impazzava il cenacolo, restavano ombre: al posto dei vati, le commesse dell'Upim e i bellimbusti con la Porsche. Convivere con l'assenza di maestri, più che una scelta era diventato un dovere. Qualche anno fa i caffè sono rinati dalle loro ceneri (sempre più belli, ma poco letterari). Un giorno, passeggiando con Ubaldo Bertoli - compagno di strada, solo un po' più arruffato dagli anni - lo vidi arricciare il naso davanti a un locale che occhieggiava (almeno nell'arredamento) quei vecchi tempi perduti. Mi prese per un braccio, disse  «sento odore di posticcio» e  mi trascinò in un'osteria di campagna.
Ma Baldo non c'è più, le osterie di campagna - quelle senza trucco - si trovano ormai col contagocce. Resta il cruccio di una città che vive a compartimenti stagni. Chi frequenta certe zone o circoli non si arrischia ad uscire dal perimetro, neppure per sentire uno scrittore che parla del suo ultimo romanzo. Pietrino  seduto a un tavolino da caffè («Il Piccolo Socrate», lo chiamava Attilio e così ha intitolato la sua biografia Luigi Alfieri) è un fantasma che mette in moto solo i  nostalgici. Ma l'assenza di maestri come Bianchi fa sentire un po' più orfani chi ama la cultura senza secondi fini. Non ci resta che rileggere la sua sterminata produzione di articoli, le prefazioni, le interviste, il journal, i saggi letterari  raccolti nel volume «All'ombra di Sainte-Beuve» fino a «Le signorine di Avignone». Beandosi del suo dono. Senza illudersi che il tempo torni indietro.  La partita è chiusa:  il caffè - specie quello riscaldato - va sorseggiato lento, altrimenti ci si scotta.

 


 

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