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Bimbo a Volterra: disegni in cambio di bistecche

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Bruno Rossi

Dalla introduzione-biografia di Bruno Rossi al libro «Ubaldo Bertoli - eroe romantico della ribalderia parmense», abbiamo tratto due brani. Riguardano Bertoli bambino, scolaro a Brescello, poi a Volterra.
 
 
Primo maestro, a Brescello, un omone imponente, Raimondi. A mezza mattina si alzava dalla cattedra: «Bertoli, dieci di focaccia». L'alunno Baldo eseguiva. Prendeva i dieci centesimi e andava a comprare la focaccia per il maestro. Prima di rientrare se ne ritagliava una fettina per sé: sottile, che nessuno se ne accorgesse. «Al maestro  piacevano i miei temi. Li faceva declamare da qualche mio compagno. E questa cosa io la odiavo». I primi scritti di Baldo. Fogli preziosi sarebbero oggi. Finiti al macero.
«Troppi portici a Brescello, troppo umidi e tristi e la gente con la stessa faccia di furberia virtuosa. Di notte, d'estate, pareva un raduno di zanzare», aveva detto più tardi. Magari ricordando, come poi aveva fatto sull'«Illustrazione Italiana», «...anche quel vecchissimo trenino dall'alto fumaiolo che di lontano, visto di fronte mentre avanzava fra le folti siepi, pareva una grossa oca nera».
E nei racconti che ci aveva dispensato nel nostro peregrinare tra osterie delle colline e della Bassa: «Nel mio ricordo Brescello è un paese di nebbie. Dalle finestrelle delle cantine usciva un tanfo di uve e di mosti. Stagnava per mesi, faceva stordire. Gente silenziosa. Gli uomini potavano tabarri scuri, le donne sciarpe nere. Avevano gli occhi fermi e bui, come colti da un incantesimo doloroso. Ti davano un'occhiata in fretta, con sospetto. Se incontravo il prete mi guardava torvo, non diceva niente».
Parla di Brescello un articolo della «Gazzetta di Parma» del maggio 1945: il primo firmato da Bertoli sul quotidiano, quando ancora non era stato assunto. E' il ricordo di una vigilia di festa. Il padre aveva largheggiato nella sua solitamente controllatissima generosità: gli aveva regalato cinque lire. Nella notte, si legge, «mi assalì il turbamento di un proposito allettante e vergognoso. Sapevo che nell'ultima casa del borgo, una donna si faceva guardare, nuda, anche dai ragazzi che potevano pagare due, tre lire... I colpi di tosse di mia madre mi distolsero da quel tormentoso pensiero».
Il giorno dopo Baldo aveva gironzolato tra le bancarelle. «Mi fermai vicino a una balera guardando le ragazze che uscivano a bere le granite». Ma erano stati un giovane smorto e il suo gioco delle tre tavolette ad attrarlo. Aveva giocato e vinto. Rigiocato e rivinto. E così molte volte. «Fin che il giovane aveva finito per perdere tutto il suo denaro di fronte alla mia stupida fortuna».
La nebbia aveva avvolto le bancarelle e il bambino si era fermato vicino a un lampione solitario. «Fu sotto quella luce sgretolata che apparve un uomo cautamente informe. Due occhi penetrarono nel mio turbamento con lento disprezzo». Era il giovane delle tre tavolette. Baldo prese le monete che tintinnavano nelle tasche e gliele porse. «L'uomo accettò in silenzio, senza vergogna per quella sottomissione al mio gesto timidamente generoso».    
Con gli anni della Grande Guerra la famiglia Bertoli aveva dovuto disperdersi. Ubaldo e uno dei suoi fratelli erano stati mandati a Volterra, da una zia. «Città di vento e di macigni», l'aveva definita D'Annunzio. Anche nei ricordi di Baldo Volterra era «terribile, sepolta sotto il penitenziario, tetra».
La scuola era ripresa. Il maestro assomigliava a Carducci e forse per questo ne declamava spesso i versi. «Era un vecchio simpatico che durante la lezione divorava in trance un grosso panino con salsiccia, mentre a me saliva dall'animo uno splendore di vetrine gastronomiche». A casa, dalla zia, non c'erano che due fette di pane a testa ogni giorno e qualche patata arrostita, un coniglietto la domenica. «Per fortuna il mio compagno di banco era figlio di un macellaio, si chiamava Biccio e si entusiasmava ai soldatini che disegnavo». Anche quando ce lo raccontava, in quelle osterie, tracciava facce (la propria, di regola) con un pennarello nero su piatti e tovaglioli, sotto gli occhi allarmati dell'oste. «Biccio, la faccia rossa e lustra, in cambio di quei disegni mi portava una bistecca e io la portavo alla zia, la quale la faceva andare col timore che si riducesse troppo nella cottura e a tavola, sparita la bistecca, spesso mi diceva: sei un genio». Poi il macellaio si era accorto dei commerci del figlio, e la zia era dovuta tornare alle patate e al coniglietto domenicale. «Venne la spagnola e molti morirono e morì anche Biccio. In classe ci contammo in sedici dei ventitré che eravamo stati. Il maestro sembrava fatto solo di barba e baffi».
 

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