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Bel Paese in versi e in prosa

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di Giuseppe Marchetti
Vengono in mente i versi famosi di Orazio «Ahi ahi, così in fretta / Postumo postumo volano gli anni...» a leggere le migliaia di pagine che Alberto  Asor Rosa h raccolto nella sua nuova «Storia europea della Letteratura italiana», tre volumi editi da Einaudi. Davvero è passato tanto tempo, e così in fretta,  dagli anni di «Scrittori e Popolo» (Samonà e Savelli, '65) che ci parve allora la sconfitta della tradizione letteraria italiana sconvolta dall'irruzione del populismo. Eravamo giovani e dicemmo con gioia «benvenuto Asor Rosa!» adesso, le cose son di molto cambiate, anzi rovesciate: e il senso certificante di quel canone che da sempre regge i pilastri della Letteratura e quindi della Storia, ci richiama più le pagine del De Sanctis che quelle dei sacri furori di «Scrittori e popolo». Eppure qualcosa, qualche profondo filamento, questa nuova storia l'ha conservato e, forse, addirittura ingigantito e nobilitato, se l'aggettivo può adattarsi a un testo come questo. Perché molto v'è di mutato - è vero - ma sostanzialmente medesima è restata la ricerca di una identità nazionale (non tragga in inganno quell'«europea» del titolo!) e la natura del privilegio che l'autore avanza nei confronti di questo mondo di opere e  autori che sono - egli dice - i veri protagonisti del suo vasto impegno. Nei tre volumi (il primo, dedicato alle Origini e al Rinascimento, il secondo alla Decadenza e al Risorgimento, il terzo alla Letteratura della Nazione) il racconto si struttura come storia anche di una società che ora s'adegua a certi misteriosi destini, ora li supera, ora vi si adatta, o ora cerca di sconfiggerli.
Se De Sanctis  mentre stendeva il capitolo sul Machiavelli udiva i rintocchi delle campane che annunciavano l'entrata in Roma dei piemontesi, Asor Rosa collega tutto ad una sua idea dominante che è, ad un tempo sia una fragile connotazione oggettiva, sia un'utopia, o un gesto d'autorità dimostrativo e orgogliosamente concludente.    In tal senso lo storico aveva già ampiamente lavorato. Per non dilungarci troppo con titoli e date, accenneremo solo a «La cultura della Controcultura» ('74), a «Genus italicum» ('97) e a «Novecento primo, secondo e terzo» apparso nel '99 e poi, nel 2004, ampliato e rivisto per Sansoni. La «Storia» di oggi trae linfa ed alimento da quei lavori. E infatti i suoi capisaldi, i capitoli di svolta e gli snodi dei passaggi da un'età all'altra son segnati qui e nuovamente esposti in tre momenti principali. Il primo, riguarda, dopo Dante e Petrarca, il Rinascimento e «la grande catastrofe italiana»; il secondo, comprende gli anni tra l'età dell' Illuminismo e quella delle rivoluzioni; il terzo si raggruppa attorno a due periodi, quello dell'Ermetismo (Fascismo e Antifascismo), formalismo e ricerca letteraria, e quello dello Sperimentalismo, della contestazione dei miti e delle più recenti «certezze» ovvero incertezze. Una lotta continua fra tradizione (e sue molteplici derivazioni) e avanguardie (con le loro molteplici derivazioni) domina questo grande e apparentemente compatto affresco di autori e di opere tutti convintamente radicati ai «disegni generali» delle ideologie, degli stili e delle tante consapevoli o meno loro convinzioni umane, politiche, sociali e religiose. Ancora una volta, dunque, una «Storia» che, definita come europea sin dal titolo, possiede di europeo, in realtà , i collegamenti che si potrebbero definire «nazionali» raffrontati con lo sviluppo dell'idea di nazione dal Seicento in poi, un tema che il giovane Asor Rosa del «populismo» avrebbe con orrore rimosso, e che ora invece tanto efficacemente affianca il corso dei secoli, dentro il fiume del tempo, dall'età della Nuova Scienza (il capitolo sul Vico nel volume II è fondamentale, come quello su Galileo) all'età in cui viviamo e all'Epilogo che chiude il terzo tomo e l'opera. La quale, in realtà, si presenta non solo come un lungo tema riflessivo posto a confronto tra passato e presente ma anche come un «consiglio di lettura», secondo l'immagine propostaci dallo stesso Asor Rosa. Ma a questo punto - dopo i capitoli riservati a Svevo, Montale, D'Annunzio, Pirandello, Verga, Croce, Gramsci e Gentile - ecco scattare la fretta e il disbrigo degli affari correnti. Poche e malaccorte pagine sui «vociani»; di Bacchelli, non vien citato nemmeno «Il mulino del Po»; di Sbarbaro e Rebora ci si libera in quattro righe scrivendo che son «poeti di primo piano». Papini, Palazzeschi, Soffici pare che dopo la fine della prima Grande Guerra non abbiano scritto più. Landolfi «scrittore di rara forza stilistica» è citato solo per «Le due zitelle». I «napoletani» Compagnone, Marotta, Incoronato, Pomilio e Prisco godono di tre righe. Ma tutta questa fretta dove andrà a parare? Va a finire nei capitoli, ampi e ben costruiti, dedicati a Calvino, Vittorini, Fortini e Pasolini. Non diremo mai che non li meritino, ma il tessuto storico viene in tal modo profondamente squilibrato, lasciando il posto a quella improvvida divisione tra «maggiori» e «minori» che nei secoli precedenti Asor Rosa aveva opportunamente livellata. E anche evocando Dante e l'uscita a riveder le stelle, dall'equivoco non si esce.

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