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Il Bauhaus compie 90 anni

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Sergio Caroli


Quando Walter Gropius, assumendo agli inizi del 1919 a Weimar la direzione dell’istituto nato dalla fusione fra l’Accademia
d’Arte e la Scuola d’Artigianato artistico, lo battezzava «Bauhaus» (in omaggio alla «Bauhütte», la corporazione edile medievale), probabilmente non immaginava che stava per dare vita al più importante movimento nella storia dell’architettura e delle arti maggiori e applicate dell’era post-rinascimentale. Anche se, illustrandone gli scopi in un manifesto, scriveva: «L'arte non è una professione, non v'è alcuna differenza essenziale fra l’artista e l’artigiano (...). Insieme concepiamo e creiamo il nuovo edificio del futuro, che abbraccerà architettura, scultura e pittura in una sola unità e che sarà innalzato un giorno verso il cielo dalle mani di milioni di lavoratori». Tre anni e mezzo duravano i corsi dell’istituto. Nei sei mesi di corso preliminare gli allievi prendevano contatto con la forma attraverso esperienze sui materiali. Nei tre anni successivi alternavano lezioni teoriche ad attività lavorativa in laboratori specializzati (scultura, ceramica, lavorazione dei metalli, ebanisteria, vetri, pittura murale, tessitura, fotografia), apprendendo altresì elementi di contabilità, di computo dei prezzi e di contrattazione. Il vento innovatore investiva anche i metodi d’insegnamento: crollava ogni barriera tra arte e artigianato, le classi si trasformavano in officine, sotto la guida un artista («Formmeister») e di un maestro artigiano. L’esame dei materiali precedeva qualsiasi realizzazione, valutandosene le possibilità e il miglior uso: l’allievo sceglieva quello che riteneva a lui più idoneo. Per Gropius l’ideale «Einheitkunstwerk» (opera d’arte unitaria) poteva essere raggiunta solo grazie all’armonica fusione di arte e tecnica. Così mentre i laboratori iniziavano a realizzare veri prototipi per l’industria, egli s'impegnava con energia nella loro commercializzazione. Poiché scopo primario dell’istituto era affrancare l’uomo dalla schiavitù della macchina, salvando - disse Gropius - «sia il prodotto di massa sia il focolare umano dall’anarchia meccanicistica e loro restituendo scopo, senso e vita», si comprende perché ad avvertire forza magnetica della nuova scuola fossero i più grandi artisti del tempo. Vennero infatti ad insegnarvi Lyonel Feininger, Johannes Itten, l’architetto elvetico Hannes Meyer, Paul Klee, Oskar Schlemmer, Vassilij Kandinskij, Lálzló Moholy-Nagy. Sarà poi la volta di Marcel Breuer, Ludwig Mies Van der Rohe; nomi che indicano il mutamento intervenuto all’interno del movimento, passato dall’originaria impostazione espressionista al costruttivismo d’ascendenza russa. Il passaggio al funzionalismo era già avvenuto quando, nel '25, il governo della Turingia costrinse l’istituto a trasferirsi a Dessau. E l’arte vi era ormai considerata un elemento in subordine allorché - difficoltà economiche e politiche incombendo - Gropius cedette le armi. Invano Mies Van der Rohe, succedutogli nel '30, cercò di riaffermare il principio dell’unità di tutte le arti. Nel '32 l’istituto, a causa dell’opposizione governativa, dovette trasferirsi a Berlino. Nel '33 Göring lo chiuse come «covo di bolscevismo culturale»: finirà sotto l’anatema di «entartete Kunst» (arte degenerata) la scuola che aveva sedotto Le Corbusier e Marcel Duchamp, Arnold Schönberg e Albert Einstein. Ma la diaspora dei suoi artisti porterà ovunque le loro esperienze, che eserciteranno un’inestimabile influenza in ogni continente, in particolare negli Stati Uniti. Gropius aveva mirato a una grande unità architettonica che aderisse plasticamente a tutte le necessità pratiche, anche culturali, degli abitanti, inserendo in un complesso di case razionali, comode e igieniche un’arte dignitosa e alla portata di tutti: pannelli decorativi, spettacoli teatrali e musica da camera. L’abolizione di fronzoli e di fasto caratterizza lo stile Bauhaus che si contrappone ai canoni che avevano dominato l’architettura dal Rinascimento in poi. Essenzialità estetica, funzionalità e praticità ne sono i princìpi ispiratori nell’arte come nel design; princìpi imposti dalle necessità sociali create dall’industrialismo. Oggi, soprattutto nel mondo anglo-sassone, collegi, ospedali, campus, costruzioni adibite a uffici, appartamenti e «shopping malls» sorti negli ultimi 70 anni sono, quasi senza eccezione, edificati secondo i programmi del Bauhaus. Ai cui artisti si deve un’incredibile serie di opere che abbracciano il design teatrale, la tipografia, la pittura, il mobilio, gli oggetti di uso domestico, la fotografia, il cinema sperimentale, la musica e il balletto. L’uso del calcestruzzo nelle costruzioni, i muri a vetrata, il tetto-terrazza, la finestra a nastro sono innovazioni del Bauhaus, come pure l’approccio scientifico all’insegnamento dell’arte e del design. Due casi emblematici: Herbert Bayer ha disegnato il «fonetik alfabet», un alfabeto fonetico, per l’inglese, mentre a Marcel Breuer si deve la prima sedia in acciaio tubolare. La Germania si accinge a celebrare il «Bauhaus Jubiläum» con numerose esposizioni, talune grandiose, come la rassegna internazionale itinerante «Bauhaus twenty-21, An ongoing Legacy», che partirà dall’Architekturmuseum di Francoforte (6 marzo - 26 aprile), per poi trasferirsi a Lubiana, Bruxelles, Atene e in altre città europee e asiatiche e, più ancora, il «Modell Bauhaus», mostra allestita al Martin-Gropius-Bau di Berlino (22 luglio - 4 ottobre 2009), che vedrà gli sforzi congiunti dei maggiori collezionisti e dei maggiori istituti di ricerca tedeschi: ne sarà partner anche il Moma di New York, che la ospiterà dal 6 novembre 2009 al 25 gennaio 2010. 

 

 

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