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di Christian Stocchi
Il 22 aprile ricorre il centenario della nascita, in un momento in cui la sua lezione - di uomo e di giornalista - è più che mai attuale. Indro Montanelli percorse da protagonista le tappe più significative della recente storia italiana. E la sua biografia aiuta a capire meglio anche noi italiani. Come eravamo e come siamo diventati. Dopo un fortunato volume («Lo stregone», 2006), che ha raccontato la prima parte della sua vita (fino al 1957), ora, con «Montanelli l’anarchico borghese» (Einaudi, 18,50 euro), Sandro Gerbi e Raffaele Liucci approfondiscono gli anni dal 1958 al 2001, offrendo una ricostruzione sempre rigorosa, arricchita da un’ampia serie di documenti.
Un pezzo di storia italiana
  Nel dopoguerra Montanelli si trovò ad affrontare in prima linea i passaggi più caldi della politica italiana. Era liberal-conservatore e anticomunista. Ma non amava la Democrazia Cristiana. Invitava a votarla, certo, ma «turandosi il naso», e la riteneva di fatto «il male minore». In un ambiente, quello del giornalismo italiano, spesso condizionato dalla politica, Montanelli non aveva paura del potere e non aveva paura di sfidarlo. Lo diceva e lo dimostrava. E disprezzava chi era asservito, perché «la servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi». Un episodio memorabile: Ciriaco De Mita, nel periodo di massimo potere (era, insieme, capo dc e capo del governo), lo querelò per un editoriale dal titolo «Messaggio di padrino». A una domanda del giudice, Indro rispose di avere usato la parola «padrino» perché «questo è il linguaggio corrente mutuato dalla malavita, con la quale le clientele politiche hanno molti punti di contatto. Ma ora non vorrei che fosse la malavita a querelarmi». Un capolavoro. Ovazione dei presenti. Montanelli perse la causa, ma, come osservò Biagi, «era ovvio che avrebbe vinto anche perdendo». La caduta del Muro di Berlino lo stupì per il modo e per i tempi così rapidi; e Indro, che a quel punto aveva vinto la sua scommessa, non riuscì a infierire. Anzi, fu colto da una vena quasi malinconica. Il resto è storia recente: Tangentopoli e l’ascesa di Berlusconi, contro cui Montanelli si schierò in modo netto, tanto da arrivare (lui, uomo «di destra, ma non di questa destra») alla dichiarazione di voto per il centrosinistra.
Dal Corriere al Giornale
Per raccontare fino in fondo il Montanelli giornalista servirebbero cataste di volumi. In breve: il giornalismo era il suo sacerdozio. Dopo il doloroso divorzio dal «Corriere della sera», nel 1974 plasmò «Il Giornale». Era un quotidiano decisamente controcorrente, in un periodo segnato da un certo conformismo. Puntava sulla qualità delle firme e sulla forza delle idee, senza cedere a rivoluzioni grafiche o a mode effimere. Qualcuno poi imputò a Montanelli di non riuscire a stare al passo con i tempi: i giornali si stavano trasformando, con inserti di ogni genere e supplementi su carta patinata. Ma Indro non aveva dubbi: «noi cerchiamo lettori, non acquirenti». D’altra parte, le difficoltà erano chiare, se è vero che «il Giornale chiuse i conti dell’89 con una perdita superiore ai 4 miliardi». Altre ragioni stavano per rendere sempre più difficile il rapporto con colui che era stato a lungo definito «il più liberale degli editori»: Silvio Berlusconi.
La Voce: l’ultimo sogno
 Lo scontro con il Cavaliere, impegnato nel percorso verso la creazione di Forza Italia, segnò uno dei momenti più drammatici della carriera di Montanelli. In realtà, come giustamente sottolineano gli autori, il rapporto tra i due fu sempre abbastanza complesso. Ma tra il 1993 e il 1994 precipita. Il 12 gennaio del '94, nell’ultimo editoriale «Al lettore. Vent'anni dopo», Indro spiega con la sua consueta chiarezza: nessuno mi ha cacciato, me ne vado per incompatibilità con l’editore, che vorrebbe ridurre il «Giornale» a un organo di partito. Di qui l’ultimo sogno: quello della «Voce», pensata come «una corvetta agile, spedita, con una rotta ben precisa», che non vuole seguire partiti o schieramenti, ma «dice di no a tutti». Sono tanti i giornalisti che lo seguono: ma il progetto editoriale avrà vita breve. Poi ecco il ritorno al Corriere e al colloquio con i suoi lettori.
L'eredità
 La sua scrivania è stata una cattedra per tanti giornalisti. Una cattedra che non aveva nulla di solenne, anzi. Di lì Montanelli insegnava la chiarezza della scrittura e la coerenza delle idee, perché - lo ripeteva spesso - il lettore era per lui l’unico autentico padrone. E così dell’uomo che venne gambizzato e poi strinse la mano ai suoi cecchini, del giornalista che lottò contro il comunismo ma non infierì dopo il suo crollo, del borghese anarchico con il gusto del paradosso, ci rimane, come estrema epigrafe, una frase (una tra le tante e significative) che vale più di mille interpretazioni: «Gli uomini non si misurano dalle idee che professano, ma da quello che ci mettono dentro». Alla fine, anche i nemici più ostili gli hanno reso omaggio, al di là di ogni aspettativa. Ma Indro, accorto com'era, aveva previsto anche questo: «Gli uomini sono buoni con i morti quasi quanto sono cattivi con i vivi». Mai intuizione fu più profetica.
 

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