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Proietti, vita da protagonista

"Tutto sommato qualcosa mi ricordo", autobiografia del grande attore. "Da bambino e da ragazzo ebbi problemi con la scuola perché rispecchiava e amplificava le differenze sociali".

Gigi Proietti

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Paolo Petroni
In questo momento mi sembra sia importante raccontare, visti i tempi che stiamo vivendo. Non a caso ci sono oggi attori che lavorano proprio facendo narrazione» afferma Gigi Proietti, se lo si spinge a parlare del suo libro, «Tutto sommato qualcosa mi ricordo» (Rizzoli, pp. 248 – 19,50 euro), un’autobiografia, «ma non un bilancio, che non amo, semmai una tappa della mia vita, scritta in modo discorsivo, senza moralismi sullo ieri e l’oggi, senza nostalgie fuori luogo, senza, per esempio, ricordare registi o attori di una volta, che ogni tempo ha i suoi». Quanto all’importanza di raccontare, sottolinea che il presente, come scrive alla fine, è difficile da decodificare: «Oggi non lo conosco bene, ne parlerò domani, quando sarà ieri», visto che «il passato è l’unico strumento che abbiamo per capire qualcosa di quel che stiamo vivendo», di questi tempi in cui «ci sarebbe tanto bisogno di disciplina e rispetto per noi, per gli altri, per quel che si fa». E parlando della propria scuola di teatro, dei tempi seri e divertenti del primo Brancaccio, aggiunge che, per questo, ora ci vorrebbe più severità, che allora non era necessaria» e fa un richiamo «all’etica della professionalità».
Tutto questo esca naturalmente dalle pagine che Proietti ha scritto, partendo dalla sua infanzia nella periferia romana, quando la solidarietà si viveva e faceva senza chiedersi cosa fosse, naturalmente, tra povera gente per cui i sacrifici erano cosa della vita, e la povertà qualcosa da vivere onorevolmente con la fiducia di poterne uscire fuori, con un po' di ottimismo verso il futuro che, negli anni dell’immediato dopoguerra, era in tutti, nel paese. «Ho voluto ricordare gli ultimi anni '40 e i '50 di cui si parla poco, di cui poco hanno testimoniato libri e cinema, che passano sempre come d’un colpo dalla guerra al boom anni '60», spiega, e almeno un terzo del libro a questo è dedicato, si suoi genitori (venivano da paesi di provincia, a Roma lui a fare il portiere tuttofare e lei la cameriera), al mondo attorno a Gigi bambino e ragazzo, ai problemi con la scuola che «rispecchiava le differenze sociali, le amplificava e santificava, in modo plateale, scoperto», ma aggiungendo che non ama parlare della povertà «perché i miei non me l’hanno mai fatta pesare». E non si sente il peso in queste pagine, del personaggio, del suo grande successo, dei suoi incontri, dell’aver vissuto da protagonista quasi 50 anni del nostro teatro e televisione (mentre dice: «Ho fatto dei film, ma non ho una carriera cinematografica, magari per colpa mia, me lo sono chiesto a lungo, poi ho smesso») perché la ricerca, specie nello scrivere di sé, è stata quella della leggerezza, che aiuta da affrontare senza patemi anche le cose più gravi: «è una categoria irraggiungibile, come la perfezione o la bontà, ma è necessario provare a raggiungerla», quindi aggiunge: «E' quasi l’opposto della superficialità». Detto questo, naturalmente non mancano gli aneddoti divertenti, i piccoli segreti del mestiere, qualche lieve pettegolezzo, la storia travolgente di una carriera che, dopo inizi da musicista e cantante, nasce facendo l’Upupa negli «Uccelli» di Aristofane, con i ragazzini che gli tirano i sassi mentre recita alto su un trespolo, passa per la storica compagnia dei 101 con Antonio Calenda, dove si fanno conoscere testi teatrali da Gombrowicz a Moravia, arriva, con l’aiuto e l'amicizia di Roberto Lerici, a «A me gli occhi, please» che diventa un fenomeno di costume, che attira al teatro tenda centinaia di migliaia di persone in meno di tre stagioni (1976-1978), descritto solo attraverso superlativi assoluti, almeno fino a quando la mamma di Proietti lo va a veder e gli confessa che le è piaciuto «abbastanza, detto col tono pacato di chi tiene sempre i piedi ben piantati per terra», mentre sta nascendo l’epoca delle iperboli e delle cose urlate. E ancora l'amicizia con Gassman, il lavoro con Carmelo Bene, gli spettacoli al Sistina con Garinei, il successo in tv col Maresciallo Rocca, in un passaggio da un genere all’altro, con disinvoltura, senza supponenze, da uomo di spettacolo del nostro tempo che mette al primo posto l’impegno e lo studio, la professionalità. È al Teatro tenda che capì cosa voleva davvero dire essere attore: «C'era questo palco grandissimo e vuoto, completamente libero, con soltanto un fondale nero. Dovevo essere io, con la mia presenza scenica, a modificare questo spazio quando il sipario si apriva».
Tutto sommato qualcosa mi ricordo - Rizzoli, pag. 248, euro 19,50

 

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