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Cultura

Quando c'erano le svanziche

Uno studio di Ercole Camurani, su documenti inediti, dedicato al credito a Parma prima e dopo l'unità d'Italia. Le monetine di austriaca memoria, mal viste dai parmigiani, venivano usate per la spesa

Biglietti di banca circolanti a Parma tra la fine del Ducato e l'Unità

Biglietti di banca circolanti a Parma tra la fine del Ducato e l'Unità

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Moneta, fisco e credito, durante il ducato di Maria Luigia, rimangono problemi poco percepiti e irrisolti. Persino i duchi Ferdinando e Maria Amalia, fino a pochi anni prima, si erano rivolti, per le loro necessità, a banchieri genovesi. A Parma e a Piacenza, al di fuori dei Monti di Pietà e di piccoli banchieri o prestatori privati, usurai che peraltro prosperano fino all’indomani dell’Unità, non esiste nessuna istituzione pubblica o di carattere societario privato. Lo Stato parmense non riscuote direttamente le imposte, non batte moneta né cartacea né metallica: la zecca è inattiva da decenni e gli ultimi conî ducali erano stati eseguiti a Milano nel 1833, mentre la cartamoneta, in verità, è dovunque ancora agli albori. I titoli del debito pubblico vengono ceduti a privati investitori a tassi molto redditizi, tanto che ne compra persino il barone Rotschild. Nel Ducato circolano le più disparate monete, per lo più zvanziche austriache di incerto valore, che continuano a venire accettate anche quando ne è decretata la messa al bando, costringendo chi deve pagare un affitto o acquistare al mercato a fare calcoli alle volte complessi, facile pretesto per truffe e imbrogli a spese dei gonzi che non sanno contare per bene.
Le Casse di Risparmio, a Parma e a Piacenza, sorgeranno a pochi mesi di distanza l’una dall’altra soltanto ad Unità compiuta. Fino ad allora, nel Ducato mancò sempre sia un istituto centrale che provvedesse alle esigenze della finanza pubblica, sia una banca rivolta al più vasto ambito degli agricoltori, dei commercianti, degli artigiani (era ancora presto per parlare di industriali) e dei privati per i bisogni del vivere quotidiano, con quali danni per lo sviluppo economico generale è facile intuire. Un mondo, quello della finanza preunitaria, ancora quasi tutto da scoprire, nonostante gli studi di Pier Luigi Spaggiari il quale, come confesserà lui stesso nella prefazione al volume di Mauro Furia, edito dalla Famija Pramzana nel 2003, non si era mai occupato di una banca, quella degli Stati Parmensi, che stentò a fiorire e poi morì presto, proprio al termine del Ducato. Un tentativo effimero, ma che dimostra la volontà di alcuni intellettuali e uomini di Stato parmensi e piacentini, di uscire da quelle secche e andare verso i tempi moderni anche in campo finanziario, oltre che politico.
Di Antonio Lombardini, Bernardino Cipelli, Giuseppe Osenga, Pietro Torrigiani, Girolamo Cantelli, Luigi Sanvitale, Ferdinando Douglas Scotti, Alessandro Barattieri e diversi altri illuminati personaggi che arricchivano le città ducali alla metà dell’Ottocento, si occupa ora Ercole Camurani, che si è chinato sulle carte in parte già viste da Mauro Furia per trarre ulteriori conferme storiche e ha dato alle stampe l’ampio volume «Dalla Banca Parmense alla Banca d’Italia. Il credito a Parma prima e dopo l’Unità dai documenti inediti degli Archivi di Stato di Parma e della Banca d’Italia», con prefazione di Andrea Zanlari, per le edizioni Mattioli 1885 di Fidenza."La costituzione della Banca degli Stati Parmensi - scrive Camurani - è preceduta da una vera e propria campagna di marketing", a partire dall’autunno 1854, dunque qualche mese dopo l’attentato al duca Carlo III, con diversi articoli apparsi sulla Gazzetta di Parma per la penna di Lombardini e di Osenga. L’argomento forte del progetto consiste nell’emissione di moneta cartacea, allo scopo di favorire i commerci e gli scambi. E intanto cominciano i passi burocratici per concretizzare l’iniziativa e ottenere la necessaria autorizzazione ducale, che verrà quattro anni dopo, con Decreto Sovrano di Luisa Maria di Borbone del 13 aprile 1858.
Lo Statuto, che Camurani pubblica integralmente in forma anastatica, prevede che la banca distribuisca ai sottoscrittori mille azioni da mille lire ciascuna. Col capitale raccolto si sarebbero effettuati i prestiti e gli sconti, l’acquisto di titoli di stato e l’emissione di biglietti di banca di vari tagli, dalle 50 alle mille lire per un ammontare complessivo di un milione e mezzo. Il maggior utile dell’impresa sarebbe arrivato proprio da questa ardita emissione monetaria. Tra i primi sottoscrittori, poco più di un centinaio al momento dell’assemblea costitutiva, figurano la stessa duchessa e i figli, poi diversi banchieri e faccendieri, e numerosi proprietari terrieri e professionisti del Ducato e forestieri. La sede della banca è fissata nel complesso di San Paolo, Strada del Teatro Vecchio, attuale Via Melloni. Direttore è nominato Cesare Pesaro, ebreo mantovano, proprietario di terre a Mezzano Rondani. L'attività inizia regolarmente, la cartamoneta viene stampata e messa in circolazione, sia pure in quantità più ridotta del previsto, vanificando così l’utile dell’impresa. Ormai gli avvenimenti politici e militari del 1859-60 incalzano e l’iniziativa della Banca degli Stati Parmensi, poi chiamata Banca Parmense, incappa nella rete finanziaria dello Stato Sardo. I soci della famiglia ducale, con venti azioni prenotate ma non pagate, si defilano, tuttavia non è questo ritiro che provoca la chiusura dell’istituzione. Il 17 gennaio 1860, da Modena, il dittatore Luigi Carlo Farini commissaria la banca. Poco dopo apre una succursale a Parma, in Borgo San Vitale, la Banca Nazionale del Regno d’Italia, già Banca Nazionale degli Stati Sardi, che incorpora la Banca Parmense, scartoffie, impiegati e mobilio compresi.
Diretta da Carlo Bombrini, la Banca Nazionale diventa una delle grandi banche di emissione del nuovo stato unitario fino a quando, dopo lo scandalo della Banca Romana, verrà trasformata in Banca d’Italia con più ampie prerogative specie in campo monetario. Il Regio Decreto del 13 marzo 1861 sanziona l’assorbimento con un premio ai soci di 100 lire per ogni azione posseduta, pagata però al valore di mercato di sole 500 lire contro le mille iniziali. Una bella perdita per i sottoscrittori. Cesare Pesaro dapprima dirige la filiale della Banca Nazionale, poi fa carriera e va a ricoprire più alti incarichi nella nuova capitale Torino. La Banca Parmense ha funzionato soltanto alcuni mesi e lasciato pochi ricordi. Lo stesso Camurani nota con rammarico che, per quanto si sappia, non è rimasto nessun esemplare dei biglietti che l’istituto aveva emesso. In generale, la moneta, nell’arco di quel decennio di metà Ottocento, passerà dal valore intrinseco dei metalli preziosi oro e argento ai più vili rame e ferro, fino a scendere al puramente nominale (oggi diremmo virtuale) biglietto di banca. E Lorenzo Stecchetti alias Olindo Guerrini ironizzerà: "L'ebbe di ferro Sparta: più spartana di lei tu l’hai di carta!". In compenso spariscono dalle saccocce dei popolani le odiate zvanziche, le ormai inutili monetine di austriaca memoria.

 

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