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Una tazzina di raffinatezza

Una tazzina di raffinatezza
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di Rita Guidi
Non preoccupiamoci di chiedere quanto zucchero. Chiediamoci, invece, quanta storia sorseggiamo distrattamente inghiottendo al volo la puntuale tazzina di caffè... Perché assaporiamo, forse, le millenarie leggende che narrano il mistero delle bacche rosse dell’antica oasi di Kaffa? O avvertiamo la fragranza lenta di un rito che esigeva il contorno di un luogo e di una (intera) società? Macché! Il nostro è ormai un caffè macchiato dalla fretta, allungato da banconi di bar che (spesso e volentieri) scoraggiano l’abbandono al relax e alla chiacchiera. Una faccenda ristretta, coi minuti contati. Nulla a che fare con l’aroma di luoghi eleganti e velluti rossi. Parole e presenze che si accomodavano ai tavoli mescolando i propri nomi a quelli della storia.  Dal Settecento al secolo scorso, i Caffè hanno scaldato il risveglio culturale e sociale di tante città. Tanto che occorrono duecentocinquanta pagine in grande formato, per raccontarne (da questa prospettiva) una: «Milano al caffè» di Riccardo Di Vincenzo, una delle firme di questa pagina. Un volume straordinario per cura grafica, prezioso di rare illustrazioni appena pubblicato da Hoepli, che rintraccia in un grande affresco la storia di un tempo attraverso un luogo, anzi, una tazzina. Un’operazione accurata e complice, che l’autore - firma da tempo cara e nota alle pagine di questo giornale - compie con cura partecipe e ricerca attenta.  Dal cammino lento, col quale l’orientale bevanda è giunta fino a noi, al gioco vivace dei nomi che si sono susseguiti nel segnare le mete più prestigiose, i più celebri appuntamenti della città, Di Vincenzo rintraccia e racconta aneddoti e vicende. Fruga paziente in archivi pubblici e privati. Ci regala il piacere di dagherrotipi curiosi, mitici, nostalgici, buffi. C'è il nostro Verdi a passeggio: barba, cilindro e dietro le spalle il caffè Cova... C'è l’accigliato Marinetti, tra fogli e riviste, al tavolo dei «suo» Savini... C'è una folla anonima, in posa di fronte all’angolo di un bar nel 1920, che è una splendida pagina di vita (gentiluomini con la bombetta, robuste giovanotte, bambini in calzoni corti...) stesa sull'elenco di vini e liquori stampati sulle vetrine come pubblicità.  Del resto è proprio questo un altro pregio del libro. Attraversare la soglia del mito senza accontentarsi: i celeberrimi salotti dell’intellighenzia milanese, quindi, ma sempre seguendo il profumo del caffè. Quello che giunge, tra diffidenze e inquietudini (lo si vendeva in farmacia!), in Europa, alle soglie del Settecento; quello che vendevano, percorrendo piazze strade col loro carretto, i «genoeucc», chiamati forse così perché gli avventori, in mancanza di panche, si sedevano su un vicino gradino e tenevano la tazza in bilico sulle ginocchia. Quel caffè, insomma, che davvero bagna le labbra ai mutamenti sociali di una città intera e la attraversa tutta, nella sua dimensione pubblica come nella ritualità quotidiana.  E dove Milano profumava di più se non laddove si macinavano idee e mode nuove? In Galleria... Attorno ai teatri o alla Scala...Vicino alla magia dei cinematografi o ai colori di Brera... Non è un caso che gran parte dei dieci capitoli del libro uniscano luoghi ai luoghi, i caffè alle piazze più frequentate e celebri. Con un’eccezione. I caffè letterari. Che nascono come semplici caffè e diventano «letterari» per l’ingrediente imprevisto e indispensabile di uno scrittore che sistema accanto alla bevanda penna e taccuino. E che bel capitolo, quello dell’inchiostro nella tazzina. Il Manzoni? Lui no. Per troppa fama o scarsa propensione alla mondanità, la sua tazzina la sorseggiava in casa. Ma senza bisogno di ricordare il giornale «Il Caffè», che fu il manifesto dell’illuminismo lombardo, il Caffè Gnocchi, il Martini o l’Hagy furono i ritrovi degli Scapigliati, e più avanti di un (sempre) crescente numero di giornalisti. Il tempo, del resto, corre con le rotative. E a chi va di fretta si addice assai più il bancone di un bar, un occhio all’orologio e magari uno alla radio per ascoltare la partita. Il mondo cambia, le carrozze si fermano, le persone corrono. E i Caffè? Chiudono. La Milano da bere non abita più là.

 

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