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A lezione di agraria dai salesiani

Il corso venne aperto nel 1900 al San Benedetto per iniziativa del primo direttore don Carlo Maria Baratta. Intitolata al grande agronomo Stanislao Solari, la scuola era riservata ai figli dei contadini

I primi allievi della scuola agraria solariana  istituita nel 1900 all'Istituto San Benedetto

I primi allievi della scuola agraria solariana istituita nel 1900 all'Istituto San Benedetto

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La sosta dell’urna di don Bosco nella nostra città, ci offre l'opportunità di «rivisitare» momenti e figure significative della sua storia socio-religiosa germogliata nel quartiere e nei cortili del San Benedetto proprio agli inizi della presenza dei Salesiani a Parma, che da subito furono centro aggregativo per i giovani della città ma anche efficace polo di attrazione e di irradiamento di varie e valide iniziative non solo a livello prettamente religioso. Due figure, nella storia degli inizi del «San Benedetto», si stagliano sull'orizzonte cittadino e non solo: il primo direttore don Carlo Baratta e l’agronomo Stanislao Solari, piemontese della Val d’Ossola l’uno, genovese l’altro ma ambedue «trapiantati» a Parma e diventati per la loro opera e per le loro benemerite iniziative, «parmigiani a tutto campo».
Arrivato a Parma il 5 ottobre 1889 all'età di ventotto anni, don Baratta fu il primo direttore del San Benedetto. Rivelandosi subito pieno di energia e di intraprendenza, permeò ben presto di iniziative la vita cittadina e il San Benedetto divenne a poco a poco il cenacolo dell’intellettualità artistica e letteraria della città. Ovviamente il suo campo di azione fu, inizialmente, il quartiere, per cui organizzò l’avvio dell’oratorio prima, poi del collegio e della scuola. La sua attività, però, si estese ben presto a tutta la città grazie all’istituzione della Scuola vescovile di religione che il vescovo Miotti gli affidò e del Circolo universitario cattolico.
Contemporaneamente la sua azione «abbracciò» tutta la diocesi con le peregrinazione nei diversi paesi della «Schola cantorum» , della scuola e della banda e uscì dai confini provinciali mediante la «questione solariana» e le molte pubblicazioni in vari campi del sapere che gli acquistarono fama e indubbia considerazione ovunque.
Sorgente inesauribile di ispirazione, don Baratta intraprese un’altra iniziativa che si rivelerà subito efficace e prolifica. L’incontro, nel 1892, con l’agronomo Stanislao Solari che in campo agrario stava acquistando chiara fama, costituì l’elemento catalizzatore che incentivò l’operosità di don Baratta verso panorami culturali a lui insoliti: l’agronomìa e la sociologìa. Del Solari, infatti, don Baratta divenne in breve il più fervente sostenitore tanto che, non solo gli dedicò una importante biografia «Il pensiero e la vita di Stanislao Solari», ma intese ed abbracciò il suo «sistema» senza tentennamenti. Per la frequentazione assidua dei due, il «San Benedetto» divenne presto la sede di un «cenacolo solariano», vero centro di culturale per l’epoca, non solo per gli autorevoli personaggi che lo frequentavano ma anche per la qualità e la varietà degli argomenti che vi si trattavano, tanto che la fama del Solari e del suo sistema (basato sull'induzione gratuita dell’azoto e sulla doppia anticipazione dei sali minerali delle piante) superò i limiti della provincia parmense.
Così, nell’anno scolastico 1900-1901 prese avvìo al «San Benedetto» la scuola agraria solariana che, dopo la grande guerra, si trasferirà a Montechiarugolo divenendo una scuola pratica di secondo grado per i figli dei contadini dotata di edificio e di podere ed intitolata appunto a Stanislao Solari. Del pensiero solariano, come detto, don Baratta si fece attento e critico discepolo prima, convinto assertore e propugnatore poi, tanto che oltre alla scuola, egli diede vita alla «Rivista di Agricoltura» che per quasi mezzo secolo continuò a diffondere il pensiero di Solari.
Don Baratta rimase direttore a Parma sino al 1904. Alla sua partenza, quell'angolo di quartiere di San Benedetto, che al suo arrivo nel 1889 era uno dei più difficili e screditati della città, aveva mutato aspetto per la multiforme fioritura di opere sorte per il suo zelo. Per la nostra città egli fu e rimane protagonista indiscusso ed eclettico nel compire una grande missione di sapienza e di amore tipica del carisma salesiano. Raccogliendo il mandato di don Bosco: «Qui verranno i miei figli e faranno un gran bene», egli seminò quel bene che presto spinse le sue radici nel cuore degli uomini e che oggi continua rigogliosamente a fiorire.

 

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