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Due Germanie anche oggi

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di Sergio Caroli

A vent'anni dalla caduta del Muro, in concomitanza con le celebrazioni, la società tedesca è dominata da un intenso dibattito, emblema del quale pare esser la frase di Peter Schneider, l’autore del «Saltatore del muro» e di «Lenz»: «Il Muro resiste nelle teste». Organizzato dal Dipartimento di lingue comparate dell’Università di Roma 3 si è svolto pochi giorni fa un grande convegno volto a tracciare un bilancio della riunificazione. Tra i relatori Gian Enrico Rusconi, professore di Scienze politiche all’Università di Torino, collaboratore della rivista Il Mulino ed editorialista della Stampa. Lo raggiungo a Berlino, dove da anni è Gastprofessor alla Freie Universität, per chiedergli del dibattito in corso in Germania.  «Occorre premettere - dice - che esiste intorno al Muro una specie di dualismo: da un lato un atteggiamento di carattere politico e celebrativo, dall’altra sta montando una letteratura critica, la quale mostra che a venti anni di distanza i problemi delle terre orientali sono ancora molto pesanti. Ho l’impressione che prevalga la parte critica, polemica; quest’ultima sviluppata però più dai letterati che non dagli scienziati della politica, di norma più realisti nelle loro visioni».
 Ad un convegno di intellettuali, svoltosi pochi giorni fa a Berlino, Ingo Schulze, l’autore di “Bolero berlinese”, e il sociologo Wolfgang Wippermann si sono dichiarati contro l’edificazione di un monumento che il governo vorrebbe dedicare alla caduta del Muro. Come viene accolta tale proposta?
«Con una certa perplessità. La cosa che ha divertito è l’idea di ricostituire il Muro. C'è indubbiamente un intento turistico-commerciale, ma Berlino ha già il suo punto di attrazione nel Check Point Charlie. La distruzione del Muro - me lo ricordo perché ero non lontano da qui - fu un atto liberatorio, ora viene proposto come una sorta di nostalgia dell’Est, perché molte aspettative sono andate deluse. Il gap rispetto all’Ovest esiste. Kohl, non solo per ragioni elettorali ma in buona fede, riteneva che in cinque anni il problema si sarebbe risolto, ma la realtà era assai più complessa. Però, attenzione! Occorre sempre tenere conto dei confronti relativi. Gli uomini e le donne della ex DDR stanno infinitamente meglio dei polacchi o dei cecoslovacchi».
Rimane però, professore, un secondo elemento piuttosto importante: la mancata operazione di integrazione è avvenuta con l’applicazione del drastico articolo 23. Ci si è cioè rifiutati di dar vita a una nuova Costituzione... 
«Ricordo molto bene il dibattito di allora: scrivere una nuova Costituzione e quindi dare legittimità complessiva alla nazione unita sarebbe stato un modo di riconoscere il fatto che i diciotto milioni di tedeschi dell’Est non erano stati oggetti ma protagonisti. Non si è percorsa questa strada. La spiegazione data allora, e che in parte viene ripetuta, è di pura funzionalità. Era l’unico modo per chiudere la ”finestra di opportunità”, come dicono i tecnici. Perché trascinare le cose in lungo per un anno con una Russia incerta e la guerra in Iraq imminente? Fu un’opportunità, diciamo, pragmatica. Però fu un errore, perché ciò che davvero fa soffrire oggi gli abitanti delle regioni orientali è non essere presi in considerazione sul piano paritario, essere sempre considerati i parenti poveri. Vent'anni fa non avrei immaginato nulla di tutto ciò. Non dimentichi poi che su questo si sta costruendo la fortuna politica della Linke, la sinistra, che per metà è radicalismo socialista occidentale, per l’altra metà rivendicazione di vecchie nomenklature. Affermo però con estrema chiarezza che non si dice che si poteva fare diversamente. In realtà l’unica cosa che poteva essere fatta vent'anni fa era una nuova Costituzione o qualcosa che facesse rientrare i tedeschi orientali con pieno titolo di cittadinanza e non come profughi accolti all’ultimo minuto. Si agì sotto la pressione psicologico-politica giustificata dalla fretta di chiudere prima che succedesse qualcosa. Non dimentichi che i sovietici sono rimasti lì armati per lungo tempo».
Vent'anni fa Günter Grass e Jürgen Habermas, oggi considerati i leader della cultura tedesca, giudicarono la riunificazione affrettata e pericolosa. Attualmente non solo confermano ma accentuano quel giudizio. Per quali ragioni?
«Io distinguerei i due. Sia Habermas che Grass sono stati molto duri. Grass parlava del IV Reich, Habermas, più controllato, parlava del Deutsche Mark Nationalismus. Successivamente Habermas ha lentamente attenuato le sue critiche, mentre Grass si è dedicato ai suoi romanzi. Recentemente hanno ripreso le loro posizioni aggressive. Però non mi convincono. Naturalmente li ammiro molto. Il fatto è che questi intellettuali, tendenzialmente egocentrici, approfittano di una certa fragilità complessiva della politica tedesca. E’ legittimo criticare, ma sempre sul piano politico psicologico e comunicativo, non sul piano economico».
E come valuta le attuali condizioni economiche della popolazione della ex Ddr?
«Continua una sottile emigrazione verso Occidente e lo sforzo di radicare lì le persone non funziona. Non pare proprio che le fabbriche occidentali si siano spostate in massa all’Est, che rimane un’area “non decollata”, anche perché tardivamente ci si è resi conto che le cifre con cui la Ddr ragionava in termini economici erano fasulle. La cosa paradossale è che la letteratura, invece, va benone, perché ha trovato un materiale straordinario. Dopo vent'anni escono a profusione libri di memorie da parte di una piccola comunità che tratta per lo più aspetti sentimentali. Ma una cosa è certa: non esiste alcuna nostalgia del passato di carattere politico».

 

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