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Cercando fra rogge e pioppi

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di Stefania Provinciali
C'era una volta un bosco che oggi non c'è più, ma grazie ai documenti questa vicenda fatta di uomini e di cose, di avvenimenti di ordinaria normalità ed altri inaspettati, potrebbe costituire una base per la sua ricostruzione. Gli storici ed i ricercatori sono stati bravi, hanno cercato fra carte d’archivio e ricomposto l’immagine di un bosco millenario scomparso solo due secoli fa, ma... «La storia è un orologio che non può essere rimesso all’indietro, a rischio di falsarne la conoscenza. - dichiara Jacques Le Goff, il grande storico del Medioevo - Io penso che per quanto riguarda la concezione della storia di un bosco, e in particolare del bosco di Torrile, bisogna mostrare ciò che ne resta, anche se non è molto, e al tempo stesso bisogna ricollocarlo in una sorta di riflessione storica», ovvero in un museo fatto di carte e di quel che resta del bosco, di pannelli esplicativi e di riflessioni sui casi della storia, sui proprietari del terreno e sul suo utilizzo, un modo per giungere a valorizzare le tracce di importanti memorie collettive.

Emergono dalla bella intervista di Daniela Romagnoli a Le Goff i primi riferimenti al bosco che non c'è più, ma che potrebbe ritornare come memoria non solo scritta, la cui vicenda dalle origini è racchiusa nel volume «Il bosco di Torrile. Storia e futuro di una foresta perduta», Edizioni Diabasis, a cura di Carlo Mambriani, con foto di Gianni Pezzani (i cui originali saranno esposti), che verrà presentato nella Sala Grande della Reggia di Colorno, giovedì 28 maggio, alle ore 18, da Giuseppe Papagno, storico e docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Parma. Dopo i saluti di Giovanni Buttarelli e di Stefano Gelati, rispettivamente sindaci di Torrile e Colorno,  dei soprintendenti Marzio Dall’Acqua e Lucia Fornari Schianchi, autori di saggi mirati, terranno brevi interventi gli studiosi che hanno dato il loro contributo. Chiuderà Carlo Mambriani.  «Ideato da Giovanni Buttarelli, il volume vuol essere una sorta di “piattaforma culturale” a sostegno di più vasti progetti di ripristino di aree boschive promossi dalla Comunità Europea», spiega Franca Manzini che ha ricostruito nelle sue pagine le vicende del bosco di Torrile-Colorno, da foresta medievale a riserva di caccia ducale, fino a giungere al disboscamento iniziato nel primo Ottocento.

Nel medioevo il bosco appartenne al vescovo, o più esattamente alla mensa episcopale, di cui doveva coprire i costi di sussistenza. Nel 1460 fu affittato in enfiteusi perpetua a Roberto Sanseverino, al quale subentrarono i Farnese nel primo Seicento, e così divenne una riserva di caccia ducale. I Borbone vi tagliarono un reticolo di viali e piazzole per le scorribande della veneria, la caccia a cavallo con mute di cani, come usava in Francia, ma nel 1802 alla morte del duca Ferdinando, il bosco divenne proprietà della Repubblica francese e Napoleone lo donò al generale Soult. Questi lo vendette nel 1806 a nuovi proprietari italiani e, quando Maria Luigia diventò duchessa di Parma, esso restò escluso dalla riserva di caccia sovrana. Così il bosco di Torrile ha svolto le due principali funzioni delle foreste d’età pre-industriale, quella economica e quella venatoria per l’élite: è dunque un caso esemplare della storia economica, sociale e politica dei boschi europei dal medioevo fino alle soglie della contemporaneità.
Il pregio del volume sta nell’aver percorso tutta la «strada» del bosco attraverso il rigore storico e documentario, di averlo illustrato con immagini di richiamo archivistico e artistico, ma anche con straordinarie foto dal fascino incommensurabile per chi vuol calarsi nella suggestione visiva dell’antica foresta.

Un fotografo «visionario» è riuscito a rievocare una foresta scomparsa, esplorando le rogge e i pioppeti della zona, mentre un gruppo di «esperti» di varie discipline ha letto una vicenda nella maglia larga del lungo periodo e nei dettagli della quotidianità. Le pagine scritte con linguaggio puntuale ma discorsivo passano attraverso le questioni poste dallo studio dei boschi nella bassa pianura emiliana (Daniela Romagnoli), le tracce delle azioni dell’uomo e dei caratteri naturali nella toponomastica (Adelaide Ricci), il complesso rapporto tra potere e territorio (Marzio Dall’Acqua), le curiose forme geometriche impresse intorno alla reggia dalla passione sovrana per la caccia (Carlo Mambriani), la ricezione della natura presso gli artisti parmensi (Lucia Fornari Schianchi), i significati dell’albero nell’arte medievale lungo la valle del Po (Giuseppa Z. Zanichelli), le ragioni ecologiche e culturali che rendono interessante oggi il ripristino di un bosco di pianura (Ermenegildo Spagnolli). Cosa fare di quel bosco «perduto»? Forse l’appuntamento di giovedì prossimo e la lettura del volume potranno aprire nuove prospettive tra storia del territorio e realtà presente, tra esigenze di una memoria da non perdere e le nuove opportunità di sviluppo offerte da un mondo contemporaneo sempre più bisognoso di un rapporto attento ai sottili legami tra i fenomeni del passato e un futuro sostenibile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Antonio

    24 Agosto @ 14.22

    Articolo molto interessante!

    Rispondi

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