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«Vent'anni fa tra gli studenti di Tiananmen»

«Vent'anni fa tra gli studenti di Tiananmen»
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di Roberto Longoni
Finì nel sangue e nel fuoco. Finì tra le molotov, i cingoli dei carri armati e le raffiche dei mitra. E poi le manette, il carcere, la deportazione, un lungo strascico di paura. Ancora non si conosce il numero delle vittime di Piazza Tiananmen. Ancora non si sa per quanti giovani (tra studenti e soldati) la piazza della «Porta della pace celeste» sia diventata la piazza della porta della pace eterna. Vent'anni sono passati da quella primavera cinese trasformata in autunno dal piombo della repressione. C'era un parmigiano, allora, a vivere di persona i giorni della protesta. «Ero andato per turismo e mi sono trovato tra i cortei e infine mi sono infilato tra gli studenti di Tiananmen» racconta Gabriele Ravera, che ancora va a oriente, ma fermandosi in Bielorussia: è presidente di Help Italia. Per vent'anni ha tenuto per sé i suoi ricordi. E soprattutto ha tenuto in un cassetto le decine di foto scattate tra la folla. «Temevo che la polizia se ne servisse per identificare i manifestanti» spiega.  Nel 1989, Ravera era partito da Parma a fine aprile e come turista. «Eravamo un gruppo di una ventina di persone - ricorda -. Dovevamo visitare le principali città cinesi. Tutto ci aspettavamo, fuorché ciò che abbiamo trovato». A Shanghai tutto andò secondo copione. «Ma poco dopo, a Xian, si ebbe il primo impatto: c'erano gruppi di studenti in strada, con cartelli di protesta. La nostra guida, che parlava italiano, fu colto da un certo imbarazzo. Fu l'accompagnatore italiano, che parlava in cinese, a dirci che a Pechino la situazione era in fermento».  E la capitale sarebbe stata l'ultima tappa. Prima erano  previste le visite di Canton e Wuxi, «dove trovammo altre manifestazioni». Ma il gruppo di italiani era tenuto a «distanza di sicurezza» dai cortei. A marcarlo  stretto, ci pensava un poliziotto, che  a Xian tuttavia fu preso in contropiede. «Il pulmino si fermò accanto a un giardino. “Vado a fare delle foto” dissi, e scesi al volo: i manifestanti erano vicini a noi». L'entrata in scena di un occidentale  fece partire un applauso. «Gli studenti si avvicinavano: non perdevano occasione per cercare di comunicarci i loro sentimenti, le loro speranze. Parlavano di rinnovamento, della necessità di smuovere l'apparato, di libertà d'opinione, di condivisione delle scelte». Il gruppo fu contagiato dalla febbre collettiva. «Tutti presero a interessarsi a ciò che vedevano» ricorda Ravera. Così, più le guide e il poliziotto-marcatore chiedevano di non fotografare e più gli italiani puntavano i loro obiettivi sui cortei dei manifestanti. Il programma venne scombussolato: si cercò di ritardare il più possibile l'arrivo del gruppo in centro a Pechino. «Ci fecero visitare in anticipo la Grande muraglia e la residenza estiva dell'imperatore. Poi, ci tennero in un vecchio quartiere di antiquari, lontano da piazza Tiananmen. Ma alla fine si dovettero arrendere: ci portarono in un albergo centralissimo, nel quartiere Liu Li Chang, vicino al cuore della protesta». La piazza era lì - 440 mila metri quadrati di città sotto gli occhi vigili del ritratto di Mao -  transennata e piena di manifestanti che bivaccavano. «Tra Tiananmen e la Città proibita c'era un viavai di folle. Spesso arrivavano delegazioni da fuori Pechino. Si respirava la speranza di un cambiamento imminente e incruento. I ragazzi erano tranquilli e rilassati,  armati solo di slogan e striscioni. Non si vedeva un poliziotto». Alla sera agli italiani fu imposta una specie di coprifuoco: tutti in albergo. «E invece siamo usciti in cinque, divisi in due gruppi, per raggiungere la piazza vicina - racconta Ravera -. Passammo senza difficoltà il cordone degli studenti. Loro cercavano in ogni modo di comunicare con noi: chiedevano di parlare del loro movimento in Occidente. Mi sono perso tra la folla.  Alla vista di una troupe della Cnn sul tetto di un pullman mi sono rasserenato. I ragazzi sotto cercavano di parlare al mondo. Il giorno dopo, libero secondo il programma, lo trascorremmo più che altro in Piazza». Poi, l'ordine di partire per Hong Kong, con un giorno d'anticipo. Quindi, il rientro in Italia. «Fu qui, sul treno da Roma per Parma, che lessi sulla prima pagina di un quotidiano un flash in prima pagina sulla repressione. Fu uno choc. Tempo dopo ricevetti una strana telefonata: una voce mi chiese, in italiano, se ero andato in Cina e perché. Per un po' mi tenni in contatto con il nostro accompagnatore. “Non mostrate le foto” si raccomandò. Solo ora le tiro fuori».

 

 

 

 


 

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