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Francesco Mezzatesta, sulle ali di un sogno realizzato

«La casa delle aquile ferite», volume ricco di immagini che racconta l' attività a tutela degli uccelli feriti e contro il bracconaggio

Francesco Mezzatesta

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Non si parcheggiava, lì dentro: si entrava e si partiva. Anzi, si prendeva il volo. Niente più auto, al di là della bascula, ma una scrivania e qualche sedia; e soprattutto discussioni, progetti ed elenchi di soci in rapida crescita. Un garage al 61 di via Montebello: questo fu il «nido» nazionale dei difensori degli uccelli (e dell'ambiente), ai quali da poco erano spuntate le ali. Siamo negli anni settanta: formidabili per alcuni, tragici e color del piombo per altri. Anni che furono entrambe le cose, e di certo uno snodo vitale per chi si batteva per la natura, forse più ancora di ogni altra epoca, visto che quasi si partiva da zero. Tempo di slanci e passioni, di esagerazioni e coraggio. Il garage, con le sue penombre, per i bipedi umani. E una casa colonica a Porporano per i pennuti acciaccati. Il primo a essere accolto fu un rapace nostrano. «Non avrei mai immaginato – scrive Francesco Mezzatesta - quando all'inizio degli anni '70 mi portarono una poiana ferita che curai alla buona aggiustandole le ali con un po' di garza e cerotto, che al Centro recupero rapaci, dieci anni dopo, saremmo arrivati a curare un migliaio di uccelli da preda». Migliaia di paia d'ali, per un volo da un capo all'altro del nostro Paese, da un lato all'altro della sua coscienza. Dagli anni '70 al 1990, Mezzatesta fu alla guida dell'associazione che proteggeva gli abitanti del cielo per migliorare anche la vita di quelli terrestri. Il diario di bordo di questa lunga trasvolata ora è nelle 270 pagine de «La casa delle aquile ferite», pubblicato da Maria Margherita Bulgarini editrice. Oggi alle 18 il volume sarà presentato alla libreria Feltrinelli di via Farini dall'autore con Laura Dello Sbarba, dell'Associazione donne ambientaliste, Maurizio Chierici, ex inviato del «Corriere della Sera» (sua una delle presentazioni del libro: le altre sono del giornalista Fabrizio Carbone e di Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia), Ireneo Ferrari, ordinario della cattedra di Ecologia all'università di Parma, e Gabriele Balestrazzi, responsabile del sito online della «Gazzetta». E' una storia locale sovrapposta a quella italiana, quella raccontata da Mezzatesta, il medico che per l'associazione si spese al punto da esserne considerato il fondatore da molti. Lui si definisce suo padre adottivo («La progenitrice della Lipu, la Lenacdu, fu fondata da Giorgio Punzo nel 1965 con l'aiuto degli amici inglesi»). Come tale se la portò a casa, traslocandola da Firenze a Parma. Via Montebello prima e vicolo San Tiburzio poi. Un padre adottivo che, come spesso accade, è stato molto più presente di un genitore naturale. «In tre occasioni – ricorda nella premessa - rifiutai di candidarmi al Parlamento. L'amore fa fare cose da pazzi (...) Quando la lasciai, la Lipu era un'associazione adulta con tante conquiste concrete realizzate e il prestigio di un nome affermato in Italia ed Europa subito dopo un referendum sulla caccia che portò a esprimersi per le nostre tesi 18 milioni di italiani». La cascina di Porporano fu il primo ospedale per rapaci usciti malconci dall'incontro con il bipede implume. Poi, vennero le altre «case», fino a quella donata dall'Aispa a Sala Baganza, nelle quali l'uomo sperimentò un'idea nuova di natura (patrimonio di tutti e non dei più lesti ad allungare le mani), cercando di farsi perdonare dagli uccelli impallinati o investiti dal traffico. Dalla poiana alle aquile, passando per la difesa dai pettirossi finiti nelle reti o nelle trappole (l'uccellagione era stata bandita solo nel 1969). Dai grifoni sardi alle cicogne di Racconigi, da Portobello (con l'ineffabile pappagallo, guardacaso) allo Stretto di Messina, in prima linea in difesa dei falchi pecchiaioli e di altri rapaci migratori. Tra Sicilia e Calabria se ne uccidevano a migliaia, ogni primavera, nel nome di una tradizione che voleva immuni dalle corna chi li abbattesse. Alle donne di cotali sparatori l'arduo riscontro. Di certo, l'immunità c'era nei confronti delle sanzioni previste dalla legge. Fu il coraggio di decine di attivisti, guidati da Anna Giordano, a costringere le istituzioni ad aprire gli occhi di fronte alle salve antiaeree esplose tra Scilla e Cariddi. Alla giovanissima pasionaria fu anche bruciata l'auto, nel 1986, ma lei non si fece intimorire: era la donna falco, aveva le ali. Non c'è nulla di nostalgico, nel racconto di tutto questo: corale, grazie alla voce di tanti testimoni diretti. Semmai, si incontra un senso di gratitudine nei confronti di un passato che ha permesso un presente migliore. Al ricordo di allora corrisponde un aggiornamento sull'oggi. Ed è un piacere leggere che la mattanza sullo Stretto è stata quasi del tutto sradicata. Così come sapere che l'aquila reale sta recuperando territori in Italia, mentre i bracconieri ne perdono. Molto resta da fare. Come per la tutela delle rondini. E dei rondoni, falcidiati più ancora che dalle intemperie e dall'inquinamento dalla chiusura dei buchi nei quali depongono le uova. Si spera in una legge, a tutela dei nidi di questi uccelli. E di riflesso in difesa degli uomini, se si pensa che ogni coppia di essi è in grado di catturare seimila insetti al giorno. Una rondine non farà primavera, ma quando tutte saranno estinte l'inverno dell'uomo sembrerà senza fine. Ci sono storie di successi parmigiani, nel libro. Come quella della battaglia contro la megaraffineria sul Taro, a Fornovo. O contro la realizzazione di 400 villette nei Boschi di Carrega. «La Sopraintendenza aveva acconsentito a costruire nello straordinario habitat a condizione che i tetti fossero dipinti di... verde». Sembrava che la marcia delle ruspe fosse inarrestabile. Invece, decine di giovani, il Wwf, Lenacdu e Italia Nostra trovarono un interlocutore attento nel pretore Evasio Beneventi che bloccò i lavori. «A stendere l'esposto per salvare i Boschi o a segnalare alla Magistratura gli abusi dei cavatori di ghiaia» fu Alessandro Borri, scrive Mezzatesta, ricordando la passione naturalistica del compianto notaio. Un cacciatore. «Ma ce ne sarebbero voluti di cacciatori come Dando».
La casa delle aquile ferite
di Francesco Mezzatesta - Maria Margherita Bulgarini ed., pag. 270, 15,00

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