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Creature dell'acqua e dell'aria

Opera alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti

Creature dell'acqua e dell'aria

Una delle opere in mostra

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Jacopo Ligozzi, l'artista che dipinse pesci e uccelli con raffinata sensibilità naturalistica. Il maestro seppe valorizzare anche la figura umana con scene di episodi storici e ritratti

«Nuovo Apelle» così l’insigne naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi ha definito Jacopo Ligozzi quando nel giugno del 1577, insieme al granduca, ha visitato il Casino di San Marco ammirando «tutte le pitture dipinte dal vivo» dal veronese da pochi mesi trasferitosi a Firenze, alle quali «non manca che lo spirito tanto sono fatte dal naturale»: uccelli, pesci, frutti, piante, alberi, erbe, fiori cui manca, appunto, solo il soffio vitale tanto sono ritratti con precisione e maestria. Perché proprio di «ritratti» si tratta in quanto le immagini naturalistiche sono così vicine al vero da coglierne gli aspetti più riposti, la vitalità più segreta tanto da riuscire ad ingannare mosche e insetti sulla loro reale identità. Jacopo Ligozzi (1549 – 1627) si era trasferito a Firenze – affidando provvisoriamente al cognato la moglie Angela e i figli Lucia e Mario – attratto dal fertile ambiente culturale che fermentava intorno a Francesco I, «collezionista, mecenate e sostenitore degli scienziati», che apprezzava la pittura di Jacopo, formatosi nella bottega del padre Giovanni Ermanno, pittore d’apparati, e perfezionatosi nei soggiorni a Vienna, dove aveva conosciuto i disegni e le incisioni di Durer, e a Venezia.
Firenze – che conserva tante sue significative opere - gli dedica una straordinaria mostra monografica nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti (fino al 28 settembre), intitolata «Jacopo Ligozzi pittore universalissimo» a cura di Alessandro Cecchi, Lucilla Conigliello e Marzia Faietti ai quali si deve pure il corposo e chiaro catalogo edito da Sillabe. Per la prima volta l’attività dell’artista (fiorentino d’adozione) viene illustrata in modo organico, sottolineando i diversi settori in cui ha operato con sorprendente versatilità, soprattutto come disegnatore di «naturalia».
Ed è un sorprendente «acquario cartaceo» che accoglie il visitatore con pesci descritti minuziosamente e lumeggiati con cromie che accentuano gli effetti iridescenti delle squame, con una «luce variabile che pare animare le forme» dei pagelli, delle orate, delle cernie. Gli studiosi apprezzavano particolarmente quella documentazione grafica così precisa che consentiva un’utile «cognitione delle piante, animali et minerali». Nelle tavole botaniche Ligozzi sembra gareggiare con Albrecht Durer. Ha dipinto erbe, fiori, frutti concentrando la sua attenzione prevalentemente sulla loro immagine vegetale e solo qualche volta ha allargato l’ottica sottolineandone la deperibilità con foglie rose dai bruchi o frutti beccati dagli uccelli. Gli uccelli sono stati tra i soggetti più apprezzati, ricercati e lautamente pagati: «maravigliosi – ha scritto nel 1818 il botanico Gian Battista Bocchi - appaiono soprattutto gli uccelli di cui sono con raro artifizio imitate le piume e le gradazioni dei colori». E’ un’autentica festa per gli occhi la visione del perrocchetto dal collare appollaiato su un ramo di susino, del falco rapace, della sgarza dal ciuffetto sbarazzino, del distinto gallo d’India in nero, del variopinto pappagallo.
E il realismo assume una sorprendente immediatezza nell’incontro del topo e della talpa davanti a una noce contesa e nell’intricato groviglio della lotta fra due vipere africane. Jacopo non è stato soltanto un disegnatore di suprema esattezza, è stato un pittore «universalissimo», apprezzato costumista per parate, spettacoli e feste esotiche; fantasioso designer di selle ricamate con pietre preziose, di «scherzosi» «bicchieri da capriccio», di oggetti da realizzare con pietre dure (splendidi tavoli con fiori, con vedute; scacchiere); progettista di complessi apparati, ornamenti, archi di trionfo. Ed anche illustratore di memorabili episodi storici quali Filippo II che riceve gli ambasciatori delle Indie (1598), Bonifacio VIII che riceve gli ambasciatori fiorentini (1592). Come ritrattista è stupefacente la minuziosità calligrafica con cui descrive anche nei minimi dettagli il sontuoso abito – fitto di perle, pietre preziose, ricami dorati - della giovane Virginia de’ Medici, figlia illegittima del granduca Cosimo I.
Ricchissimo e austero, tipico del periodo della Controriforma, è l’abito di Margherita Gonzaga (1593), terza moglie di Alfonso III d’Este.«Miniatore di immagini splendidamente fiorenti nella maturità» – sottolinea Cristina Acidini - Jacopo diventa «nella vecchiaia pittore di verminose e lugubri Vanitas».
A questo l’ha portato la sua religiosità di appartenente a Confraternite e Compagnie. Il «memento mori» è un tema che ripete negli anni Novanta. Dalla morte ci ha redenti Cristo col suo sacrificio (Allegoria della redenzione) ma la morte è sempre in agguato come ammoniscono i ritratti contenenti nel retro una natura morta macabra, il «Respicefinem» e le Allegorie dei vizi disegnate a penna con lumeggiature dorate.
La produzione religiosa si intensifica negli anni Novanta e accanto ai temi tradizionali vengono illustrati altri soggetti legati ai nuovi santi come il domenicano San Giacinto che adora la Vergine regina col Bimbo in un dolce paesaggio celestiale. Una commossa tenerezza – destinata a toccare il cuore dei fedeli secondo i dettami controriformistici – caratterizza diverse pale tra cui l’Annunciazione, San Girolamo sorretto da un angelo, I santi Francesco e Girolamo in adorazione del Crocifisso. Nei lavori degli anni Venti sulla Passione si acuisce l’intensità drammatica mediata sempre dalla sublime spiritualità del Cristo.

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