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Il ricordo

Bergonzi, Maestro scrupoloso e attento

Carlo Bergonzi

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Publichiamo questo ricordo del maestro Carlo Bergonzi scritto da Angela Spocci, per anni direttrice del Teatro Regio.

Si è conclusa nella notte di venerdì 25 luglio l’estrema recita del Maestro Carlo Bergonzi, proprio nelle ore, forse, in cui da indiscusso protagonista, lasciava il palcoscenico dei teatri di tutto il mondo. Pur avendo lavorato da molti anni in diversi teatri italiani, non ho avuto la possibilità di “averTi in compagnia” a decretare il successo di un titolo lirico, meglio se uno del Tuo conterraneo, “Il Maestro delle Roncole”.
Le due esperienze più incredibili di Te in veste di insegnante di canto e di cui vorrei fare un breve resoconto per i lettori di questa testata e per gli innumerevoli cultori bergonziani, riguardano “Aida” - andata in scena a Busseto nel 2001 nel piccolissimo Teatro e l’anno successivo “la Traviata” – sempre al Teatro “Verdi” della Tua città. In “Aida” collaborasti con Franco Zeffirelli per la regia e le scene, sul podio un giovane Direttore Massimiliano Stefanelli. “la Traviata” portava lo stesso impianto visivo ed accanto al Maestro Carlo Bergonzi ed a Franco Zeffirelli, volle essere sul podio Placido Domingo.
Torniamo ad Aida; i giovani artisti lirici che giunsero a Busseto, provenienti anche dalla Julliard School di New York che si andavano ad aggiungere alle voci italiane, erano veramente tanti; si ebbe la possibilità di andare in scena con ben tre compagnie di canto diverse.
I primi giorni Bergonzi, Zeffirelli e Stefanelli li trascorsero nel “lasciar cantare” i ragazzi ed io, che volevo accompagnare tutta la parte produttiva, ero presente sempre. Ero letteralmente terrorizzata e pensai: «Se andiamo in scena con costoro, rischiamo la pelle» e leggevo questa mia stessa preoccupazione anche negli occhi di coloro con i quali lavoravo.
Finalmente entrò in campo Bergonzi che, resosi conto della materia prima che aveva a disposizione, quasi la voce di ciascuno di loro fosse cera da modellare, iniziò un paziente, tenace e meticoloso lavoro di cesello. Al suo fianco in ogni prova vi erano sempre sia Zeffirelli e Stefanelli che parola dopo parola, accento dopo accento – accompagnati al gesto che doveva significare l’intenzione musicale espressa con la voce – scolpirono e fecero brillare quell’insieme di “materia grezza”.
Non sempre tutto filava liscio e, malgrado le spiegazioni verbali ripetute più volte, il risultato richiesto non si otteneva; allora Bergonzi cantava tutte le parti ed in questo ascolto stava il nostro massimo divertimento perché lui aveva il giusto colore per tutti i ruoli, ma soprattutto conosceva a memoria tutte le parole pronunciate sia dai solisti primari che comprimari, che dal coro.
Detta così, potrebbe risultare quasi un’ovvietà, ma se si lega questa sua profonda conoscenza del testo (o libretto) alla pressoché maniacale richiesta che lo stesso Bergonzi ripeteva agli allievi di costantemente usare la parola per trovare il giusto colore della voce, l’intonazione, l’accento corretto per ottenere la più aderente interpretazione del messaggio emotivo dell’autore, facilmente si può capire quanto lui – in primo luogo – avesse approfondito e fatto proprio il grande insegnamento verdiano dell’importanza della parola scenica.
In questo è individuabile la sua più grande eredità.
Quando poi l’allievo dimostrava di non aver ancora capito, “l’ultima spiaggia” era sempre l’esempio dell’upupa e qui gli sguardi dicevano: “Se non va così, non c’è più speranza alcuna”!
Il racconto era il seguente: “Giuseppe Verdi chiede al suo librettista di Macbeth di proporgli il nome di un uccello notturno da inserire nel testo del canto del coro che doveva incutere paura, terrore e morte ed povero Francesco Maria Piave, dopo innumerevoli ricerche e proposte, non sapendo più da che parte girarsi, suggerì a Verdi l’upupa che notoriamente è un uccello diurno, ma essendo la lingua italiana alquanto onomatopeica, nel pronunciare quelle lettere in accompagno alle note, il risultato si poteva ottenere!!!!”. Non è quindi un errore, bensì una scelta precisa, sia di natura drammaturgica che musicale, che lo stesso Verdi aveva fatto.
E questo Carlo lo sapeva benissimo! Credo (ma non ho mai osato chiederglielo direttamente) che lui abbia sempre e costantemente studiato, approfondito, scavato nei personaggi da lui interpretati riferendosi sempre e direttamente alla fonte – la partitura - e non accontentandosi mai dei risultati raggiunti, affinando, scoprendo un accento, un colore, un fiato, un legato che portavano ogni sua interpretazione più aderente alle volontà del compositore.
Ho intenzionalmente lasciato per ultimo, ed in chiusura, il ricordo della forza, della generosità e della passione, nonché della tenacia con le quali – da vero passionario – “letteralmente aggrediva” gli allievi. Ai suoi voleri questi si abbandonavano, non solo per rispetto deferente al Maestro, ma per un altro ben altro e più importante sentire: si rendevano conto che cantando come lui insegnava, cantavano assai meglio e con molto meno fatica.
Naturalmente sia “Aida” che “la Traviata” furono allora successo di pubblico e di critica ed ora anche discografico, tant’è che i dvd di entrambi – credo – siano fra i più venduti.
Un abbraccio ed un grazie, caro Carlo, sono certa che sei già alle prese con il coro degli Angeli che d’ora in poi canterà più intonato e con una dizione perfetta.
Angela Spocci

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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