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Nell'abisso del fascino

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Maria Pia Forte

Era così sicura del proprio potere di seduzione, che catalogava gli uomini in tre categorie: «Mi ama, mi ha amato, mi amerà». Tutto il bel mondo parigino subiva il fascino diafano e torbido insieme di quell'esule italiana dagli occhi e capelli neri e il viso di un «pallore immobile», sempre vestita di bianco o di nero e scollatissima, il cui salotto tappezzato di cupi damaschi e velluti e pieno di crocefissi e teschi pareva a Théophile Gautier arredato da un impresario di pompe funebri. Ai piedi di quella donna coltissima e misteriosa, che a dire di Balzac «affettava uno stile vampiresco», caddero uomini come Heinrich Heine, Alfred de Musset e Franz Liszt, senza mai riuscire a perforarne il «cuore sterile» ricordato con rabbia da Musset nella sua poesia «Su una morta»: «E' morta e non ha vissuto: / Faceva finta di vivere»...    Difficile riconoscere in questo ritratto Cristina Trivulzio di Belgioioso, intelligenza appassionata, patriota di statura europea, audace viaggiatrice a cavallo nel più selvaggio Medio Oriente, femminista, scrittrice di saggi di teologia e di politica. Eppure fu anche lei una «Femme fatale», figura sbocciata nell’Ottocento su cui Giuseppe Scaraffia, docente di Letteratura francese all’Università La Sapienza di Roma, ha scritto un libro con questo titolo (Vallecchi, 175 pagine, 15,00 euro), frutto di certosine ricerche su gran mole di documenti, testimonianze letterarie e missive scambiate fra ventidue inespugnabili maliarde - donne più o meno note, come la grande Sarah Bernhardt, Juliette Récamier, Alma Mahler, Mata Hari, la Contessa Potocka, Judith Gautier, Lou von Salomé, Ida Rubinstein, Marguerite Steinheil - e i loro adoratori dal cuore sanguinante che si chiamavano Victor Hugo, Benjamin Constant, Robert de Montesquiou, Maupassant, Baudelaire, Nietzsche, Barrès... Al professor Scaraffia chiedo perché questo mito della seduttrice, rovina-uomini e libertina, il più duraturo fra quelli coniati nell’Ottocento (dal vampiro al dandy, al ladro gentiluomo), si sia affermato proprio in un secolo così attento alla morale, specie nei riguardi delle donne.   «Perché allora, con la piena affermazione della rivoluzione industriale, l’Occidente si concentrò sulla produzione e sull'accumulazione del capitale. Bisognava guardarsi da ogni genere di distrazione, e la seduzione era il tipo di distrazione più pericoloso. Per questo la ''femme fatale'' incarna una seduzione tanto irresistibile quanto rovinosa. In queste sue caratteristiche si nasconde il terrore che incute l’emergere di un nuovo, imprevedibile soggetto sociale».

La letteratura a cavallo fra Ottocento e Novecento pullula di seduttrici. Furono le eroine dei romanzi a influenzare i costumi o le maliarde in carne ed ossa a ispirare gli scrittori?   
«Sebbene Oscar Wilde sostenesse neanche troppo paradossalmente che la vita imita l’arte, nessuno è mai riuscito a rispondere in modo esauriente a questa domanda. Certo la letteratura distilla gli umori nascosti della propria epoca che a sua volta ne sarà influenzata. A vedere la somma dei libri e delle esistenze, direi che nel XIX secolo il primato va alla letteratura».
Ma forse nessun romanziere sarebbe riuscito a creare un personaggio dalla duplice personalità come Cristina di Belgioioso...   
«La Belgioioso poteva dire, come Paul Valéry, ''io sono parecchi''. Un dato che accomuna l’élite non perché altri ne siano immuni, ma perché le persone più intelligenti sono lucide sulla loro duplicità. Una duplicità che più che mai si ripresenta nelle donne contemporanee, che non vogliono rinunciare né all’emancipazione né alla seduzione: le donne di oggi non esitano a ricorrere a quei rituali che per un certo tempo erano sembrati finiti in soffitta».
Sarah Bernhardt fu «femme fatale» per eccellenza?  
«Sarah Bernhardt, malgrado la sua non eccelsa bellezza, riuscì perfettamente a incarnare la ''femme fatale'', senza disdegnare trucchi come quello di rimpinzarsi in casa per poi apparire diafana e dispeptica alle cene..».
Questo mito poteva sbocciare solo a Parigi?  
«Parigi, dice Walter Benjamin, era la capitale del XIX secolo. Lì tutto arrivava a maturazione». 
Anche l’Italia ha avuto le sue donne fatali?  
«Per esempio la marchesa Casati, che si creò come un’opera d’arte vivente e di cui D’Annunzio diceva: ''E' l’unica donna che rispetto''. Anche Francesca Bertini era una vera ''femme fatale'', come altre attrici dei telefoni bianchi. E poi c'è la letteratura. Non c'è solo la fatale Elena Muti del ''Piacere'' di D’Annunzio, che curiosamente gli fu ispirata da una donna emancipata, una giornalista, ma ne troviamo alcuni perfetti esemplari anche in romanzi di Verga, Boito e Capuana, per non parlare della narrativa d’appendice, da Lucio d’Ambra a Matilde Serao, a Guido da Verona. Nell’arte, poi, Giovanni Boldini, tra Ferrara e Parigi, diede un volto indimenticabile a quel genere di seduzione».
E  quando invecchiavano?  
«La più eroica fu Sarah Bernhardt, che praticamente morì sul palcoscenico; altrettanto fece Isadora Duncan. E la marchesa Casati  non rinunciò mai all’eccentricità».

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