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Van Gogh l'uomo e la terra

Milano, opere a Palazzo Reale fino all'8 marzo. I campi coltivati e la natura sono protagonisti della maggior parte dei capolavori dell'artista olandese. Una frenetica esplosione di colori che riflette la febbrile personalità di un genio della pittura

Van Gogh l'uomo e la terra

Un dipinto di Van Gogh

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N on si è risparmiato nella vita, non si è risparmiato nella pittura Vincent Van Gogh, morto a soli 37 anni (1853 - 1890) come altri geni della pittura (Raffaello, Parmigianino), senza però essere stato capito dai suoi contemporanei. «Ho da portare a compimento qualcosa con amore – scriveva al fratello Theo – entro pochi anni e questo lo devo fare con energia. Se vivrò più a lungo, tanto meglio, ma non ci faccio conto. Bisogna fare qualcosa in quei pochi anni, è questo il pensiero che domina tutti i miei progetti di lavoro».
E questa ansia del «fare» l’ha accompagnato per tutta la vita ed è diventato parossistico negli ultimi anni. Figlio del pastore protestante del paese olandese di Zundert, dopo un’infanzia scolasticamente travagliata ha cambiato vari mestieri: impiegato nella famosa casa d’aste Goupil all’Aja e poi a Londra, predicatore evangelico in Inghilterra e poi tra i minatori, nel 1881 ha deciso di darsi alla pittura, iniziando a disegnare accanitamente, a leggere manuali didattici e a copiare i lavori di Jean François Millet, il pittore che amava la campagna e il lavoro dei contadini col quale Vincent si trovava in sintonia; si proponeva infatti di tornare nella regione dei tessitori e dei minatori per ritrarli dal vivo. Questo percorso faticoso e appassionante lo troviamo acutamente sintetizzato nella esemplare mostra in corso a Milano a Palazzo Reale (fino all’8 marzo), organizzata in collaborazione con Arthemisia Group e 24 Ore cultura, che ha edito l’elegante catalogo ricco di saggi e di belle immagini.
L’ha curata Kathleen Adler che ha raccolto 47 opere (27 oli e 20 disegni) provenienti per la maggior parte dal Kroller Muller di Otterlo e che l’architetto giapponese KengoKuma ha valorizzato con un suggestivo allestimento che consente di concentrare meglio l’attenzione sulle singole opere grazie a un particolare sistema di illuminazione proveniente dal basso e ad un andamento ondulatorio delle pareti che vuole richiamare la natura e la terra seguendo l’indicazione del titolo «Van Gogh. L’uomo e la terra». E brani delle lettere di Vincent, posti vicino a ogni opera, accompagnano il visitatore agevolando la piena comprensione delle intenzioni dell’autore. La vita pittorica di Van Gogh è stata breve, una decina d’anni durante i quali ha eseguito 864 tele e più di mille disegni, oltre gli schizzi, ma nel suo tormentato e mutevole percorso ha sempre avuto un «unico legame costante e indissolubile: quello con la terra e le sue fatiche». E lo vediamo subito nei primi disegni, preceduti da un meraviglioso autoritratto del 1887 che ci colpisce per lo sguardo penetrante e allucinato che mette a nudo la sua più nascosta, complessa, febbrile personalità.
Davanti a noi sfilano contadini, solidamente piantati sulla terra, che lavorano, seminano (1881); due anni dopo disegna un’incisiva testa di pescatore e scene chiaramente ispirate a Millet in paesaggi dalla luce incerta in cui colloca anche i contadini che piantano patate. Nell’aprile 1885 realizza il suo primo capolavoro «I mangiatori di patate», immersi nella luce fioca di una silenziosa stanchezza, di cui è esposta una litografia. Il rapporto tra i contadini e la terra si fa sempre più stretto. Le donne che zappano, legano fascine, spigolano assumono dimensioni più consistenti così da ancorarle stabilmente alla terra tanto che scrive «Ricordano la terra, a volte sembra che ne siano stati plasmati». Nel contempo sviluppa il tema della natura morta e la prima dipinta è quella «con cappello di paglia» (1881) contenente oggetti diversi: successivamente riproduceva oggetti della vita contadina quali frutta, ortaggi, nidi, patate. Nel 1886 lascia l’Olanda per Parigi e qui conosce Monet, Seurat, Gauguin, l’arte degli impressionisti, dei divisionisti: la tavolozza si schiarisce e comincia a dipingere coi colori complementari. Scopre pure le stampe giapponesi la cui eco si ritrova nel solare ritratto del barbuto Joseph Roulin. Il «Sottobosco» (1887) è un’esplosione frenetica di spumeggianti verdi, rossi, gialli, viola, lilla che riempiono la tela e l’aria. La svolta definitiva avviene all’inizio del 1988 quando si trasferisce in Provenza, ad Arles «terra dai toni blu e dai colori allegri». La veduta di Saintes Maries de la Mer coi campi di lavanda è un capolavoro di freschezza, di bellezza, di sintonia tra paesaggio campestre e urbano. E la passione per la natura esplode con coinvolgente felicità emotiva nella «Vigna verde» dell’ottobre. Alla fine di questo mese arriva ad Arles Gauguin ma il rapporto tra i due non è facile e il 23 dicembre Vincent si taglia col rasoio una parte dell’orecchio sinistro.
Gauguin se ne va subito e per l’olandese inizia un periodo di forti crisi depressive col ricovero in ospedale, dove continua a lavorare sfornando capolavori tra cui l’incisivo ritratto di Joseph Michel Ginoux, il fitto «Uliveto» coi raccoglitori contorti come i rami; il meraviglioso, coinvolgente «Paesaggio con covoni e luna che sorge» con pennellate frenetiche che accompagnano l’apparire misterioso del pianeta dietro montagne liquide come onde marine mentre in primo piano biondi covoni ansimano del respiro della terra. Nel maggio del 1890 Van Gogh lascia la Provenza per recarsi al Nord, ad Auvers dove si trova il dottor Gachet, amico degli artisti. Tra giugno e luglio dipinge il delizioso, trepidante «Ritratto di fanciulla» e quel «Giardino» dove il brillante prato verde è animato da aiuole ricche di fiori di espressionistica vitalità. La sera del 27 luglio Vincent esce da suo alloggio, va nei campi e si spara un colpo di pistola al petto: morirà dopo due giorni.

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