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Quando la lingua si appiattisce

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Giovani, in molti casi,  maleducati,  precocemente in cerca di emozioni artificiali e  dalla crassa ignoranza: in storia per esempio (tempo fa i diciotto-ventenni intervistati da una rete televisiva non sapevano dire che cosa si festeggiasse il 25 Aprile), ma anche in  lingua italiana. Di quest’ultimo aspetto parlo con Vera Gheno, membro del Clieo, Centro di Linguistica Storica e Teorica dell’Università di Firenze e Accademia della Crusca.
Professoressa Gheno, l’italiano parlato dalla maggior parte dei giovani è caratterizzato da spaventosa povertà di termini - se dieci anni fa avevano un vocabolario di 800 parole, sembra che oggi ne usino meno di 400, sulle 150.000 della lingua italiana, - difficoltà a formulare ragionamenti coerenti e sintetici, continuo ricorso a frasi fatte e inutili intercalari. Da cosa dipende questo imbarbarimento?  
Prima causa della modesta conoscenza lessicale è la scarsità di letture: chi legge poco conosce poche parole. Purtroppo in questa condizione non si trovano solo le nuove generazioni, ma ampi strati della popolazione italiana. Statistiche del 2007-2008 indicavano che i giovani in Italia leggono qualcosa di più dei loro genitori, ma sempre pochissimo, nell’ordine di qualche libro all’anno. Una fruizione così bassa di cultura scritta non può che incidere sulla conoscenza linguistica. Indagini condotte tra gli studenti universitari hanno mostrato come una buona parte degli interpellati non conoscesse il significato delle parole ''cattività'', ricondotto a ''cattiveria'', e ''reazionario'', interpretato come sinonimo di ''rivoluzionario''.
I giovani fanno inoltre un massiccio impiego di parolacce e bestemmie. La colpa è anche di TV, musica, pubblicità? 
  Considerato che il primo canale di fruizione della lingua è per la schiacciante maggioranza di giovani italiani la televisione, è evidente che incide moltissimo il turpiloquio del piccolo schermo, che ormai sdogana anche termini fino a pochi anni fa impronunciabili.  
 Gli adolescenti parlano più lingue, ossia una fra di loro e un’altra con professori e genitori ?  
 Se riescono a comprendere che professori, genitori e coetanei richiedono tipi diversi di lingua, è già un notevole passo in avanti. Più spesso usano con tutti un’unica varietà indistinta. Scriveva il linguista Alberto Sobrero nel 2003: «Quando si fa notare a un ragazzo che ''menare le mani'' non è un’espressione adatta a un articolo di giornale o a un verbale di polizia, la sua reazione - se non è di compunzione servile - è di sincero stupore. Per lui - o lei - si dice e si scrive ''menare le mani'': sempre, dovunque e con chiunque». D’altro canto sbagliano i giovani a pensare che la scuola parli una lingua avulsa dalla realtà, senza cogliere la ricchezza che la lingua fruita sui banchi può, anche in maniera indiretta, portare alla vita di tutti i giorni. Quello che spesso manca ai giovani è la capacità di distinguere tra ambiti comunicativi differenti, per cui parlano e scrivono sempre alla stessa maniera, indipendentemente dall’interlocutore e dalla situazione. Anche questo va ricondotto alla carenza di preparazione, soprattutto alla povertà di letture. 
Cosa fa la scuola per arginare questa deriva ? E’ forse, la sua, una battaglia donchisciottesca?  
  Secondo quanto mi raccontano gli studenti universitari, i ragazzi vedono la scuola come un’istituzione lontana dalla loro vita quotidiana, che spesso parla una lingua altrettanto distante. Da una parte abbiamo Dante e Manzoni, dall’altra il mondo odierno, che si muove sempre più precipitosamente, anche da un punto di vista linguistico. Non credo che la scuola conduca una battaglia donchisciottesca, ma certo non è facile intervenire. La lingua madre non si insegna ma si assimila, e occorrerebbe intervenire nel processo di assimilazione insegnando ai giovani ad amarla in tutte le sue forme, a capire il valore, per esempio, della lettura per piacere, non solo ai fini dello studio. Un compito non da poco.  
 La lingua è lo specchio dello stato di salute di una società e del suo grado di cultura. A sentire l’italiano stereotipato di tanti giovani, e non più giovani, viene talora da pensare ad Orwell. Non c'è da essere preoccupati?  
Mentre insigni linguisti quali Francesco Sabatini o Tullio de Mauro rassicurano sullo stato di salute della lingua italiana, non nascondo un po' di preoccupazione per la via imboccata da questa società, non solo sotto il profilo linguistico ma anche per quel che riguarda i modelli di comportamento e i valori stessi. La povertà linguistica è spesso manifestazione, sottovalutata, di povertà interiore e  di ristrettezza di orizzonti culturali. 

 

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