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Colombi Guidotti penna viva e innovativa

Sessantesimo anniversario della morte. La critica comprese subito l'originalità dello scrittore parmigiano. Temi e linguaggio estranei al neorealismo. Tra i suoi romanzi "Il Grammofono" e "Tormentosa Stagione"

Colombi Guidotti penna viva e innovativa

Colombi Guidotti

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Cade oggi il sessantesimo anniversario della morte di Mario Colombi Guidotti. Un così lungo lasso di tempo provoca una riflessione su una figura che è stata centrale nella vita culturale degli anni Cinquanta, caratterizzata da una continua e costante fedeltà al lavoro letterario. Dalle primissime prove che risalgono al tempo degli studi presso il Convitto Maria Luigia, dove avvenne l'incontro con maestri che furono essenziali per la sua formazione, quali Francesco Squarcia, Pietrino Bianchi, Attilio Bertolucci, fino al termine della sua vita, Colombi Guidotti non derogò mai dal lavoro letterario, strappato alla professione di avvocato nello studio paterno. Ancora al tempo della scuola risale il prezioso libretto intitolato «Pianura» (ed. Fresching, 1941), scritto in collaborazione con Guglielmo Ambrosoli, Gian Carlo Artoni, Lorenzo Bocchi, Pietro Galli, dove apparvero le sue uniche prove in versi. Ma era la prosa la sua vera vocazione (doveva nella prosa dei suoi romanzi/ trovare la sua misura, dice acutamente Bertolucci ricordandone la figura nel cap. XL della Camera da letto). Nasce così la serie dei romanzi, «Tormentosa Stagione», pubblicato postumo nel 1980, «Impazienza» (1952), «Vogliamo Svagarci» (1954), «Il Grammofono» (Premio Libera Stampa 1955, pubblicato insieme ai due precedenti presso Garzanti, nel 1964, poi MUP 2003). Accanto a questi, una numerosa serie di racconti, pubblicati su giornali e riviste letterarie, raccolti una prima volta presso Guanda nel 1992, poi nelle edizioni MUP nel 2003. Tema ricorrente della prosa di Colombi Guidotti è il ritratto di una gioventù che nel periodo della guerra e in quello immediatamente successivo vive con estenuata malinconia e sofferta solitudine il tempo dell'amicizia e dell'amore. Anche il linguaggio, che si svolge lento e indugia nella caratterizzazione del personaggio e degli ambienti, è strettamente connesso con la tematica privilegiata. Non casualmente Enzo Siciliano, raccogliendo i testi per il suo «Meridiano» intitolato «Racconti Italiani del Novecento», vi inserì il racconto «L'Orecchino», uno dei più emblematici dei testi di Colombi Guidotti, ove lo spegnersi impalpabile di una relazione amorosa trova il suo contrappunto nei gesti annoiati di una vacanza vissuta nel suo esaurirsi. Altrettanto emblematico è il racconto lungo «Vita con Cate», scelto come eponimo di una prima ristretta antologia di racconti scelti ed editi da Francesco Squarcia nel 1957, dove l'autore tenta con esito sicuro la tecnica dello straniamento. La vicenda amorosa di Cate è vista attraverso gli occhi di un bambino, che vive in una grande e fredda casa di campagna per un anno, vicino alla cugina adulta, di cui intuisce senza comprenderle le inquietudini e le passioni. Anche qui la vicenda trova un contrappunto nella descrizione della campagna nelle diverse stagioni, della grande casa, dei movimenti e comportamenti misteriosi e sfumati dei diversi personaggi. La novità delle tematiche e del linguaggio di Colombi Guidotti sono stati compresi immediatamente dalla critica, che ne ha sottolineato l'originalità, raffrontandoli e sentendoli estranei al contemporaneo affermarsi del Neorealismo, in cui si esprimeva l'urgenza di raccontare i fatti della guerra, della Resistenza, in un linguaggio denso di cose, essenziale. Agivano su di lui le influenze della narrativa moderna e contemporanea inglese, americana, francese. Anche l'esercizio del tradurre (eseguì la traduzione del «Nero del Narciso» per l'edizione delle opere di Conrad presso Bompiani, diretta da Piero Bigongiari, di Marie Claire di Marguerite Audoux per Guanda) gli permise di toccar con mano le tecniche della scrittura di altri autori.
Accanto alla produzione in prosa, rimane notevole l'attività di critico, sia nel campo cinematografico sia, soprattutto, in quello della letteratura. Sulla Gazzetta di Parma uscivano regolarmente in forma di appunti le Schede Letterarie, in cui si aggiornavano i lettori sulle novità appena edite. Ma è soprattutto del «Raccoglitore» che vogliamo parlare, la pagina letteraria quindicinale della Gazzetta di Parma che iniziò le pubblicazioni nel novembre del 1951. Patrocinatore ne fu Francesco Squarcia, che prese gli accordi con gli editori insieme a Carlo Mattioli, al quale si devono gli originali fregi creati per l'occasione. Ma «la responsabilità della redazione venne tuttavia affidata al giovane Mario Colombi Guidotti, avvocato per tradizione familiare, critico letterario e narratore per vocazione; il quale diresse di fatto la pagina fino alla sua precoce scomparsa» (P. Briganti). Il titolo riprendeva quello di un foglio pubblicato a Parma nell'Ottocento, l'impaginazione e soprattutto la grafica assumevano un carattere particolare per l'intervento dell'amico pittore Mattioli, che aveva creato quella serie di fregi che venivano pubblicati alternativamente, allo scopo di rendere più varia e leggera la pagina. L'intento, dichiarato fin dall'inizio, era quello di innalzare il tono della terza pagina dei quotidiani giudicata, in quel momento, di basso livello. La pagina aveva un carattere prevalentemente di critica letteraria, aperta, oltre che ai redattori locali, a numerosi collaboratori esterni, critici, poeti, narratori. La mole del lavoro eseguito nei nove anni di vita del «Raccoglitore», le cui pubblicazioni si chiusero nel 1959 (dopo la morte di Colombi Guidotti ne proseguì la cura Francesco Squarcia, con l'aiuto di Gian Carlo Artoni e di Alberto Bevilacqua), è testimoniata dal prezioso lavoro di Paolo Briganti, che pubblicò presso la casa editrice La Pilotta (1979) un'ampia accurata antologia corredata da una ricca e informatissima Introduzione, da preziosi documenti, dall'intero sommario di tutti i numeri. Briganti percepì immediatamente l'ampiezza e la costante presenza di Colombi Guidotti nella redazione del «Raccoglitore», tanto che pubblicò nella sezione intitolata «Documenti 2 In morte di Mario Colombi Guidotti» i testi di Francesco Squarcia, Attilio Bertolucci, Aldo Borlenghi, Oreste Macrì che ne avevano delineato sulla pagina quindicinale la figura all'indomani della sua scomparsa.
In Mario mai vennero meno l'entusiasmo e la continuità del lavoro letterario. Sempre si occupò di tenere viva la fitta trama di rapporti con i collaboratori, coi quali concordava gli interventi e distribuiva gli apporti, occupandosi personalmente anche della composizione della pagina. Chi scrive ricorda le lunghe sere in cui, infallibilmente, il mercoledì precedente l'uscita, si tratteneva nella sede della Gazzetta, allora in via Aurelio Saffi, per controllare «de visu» l'impaginazione dei testi. Conosciuta in tutta l'Italia (la «Gazzetta» provvedeva a inviare le copie del «Raccoglitore» agli indirizzi segnalati), questa pagina letteraria fece scuola, anticipò le pagine dedicate interamente alla cultura che col tempo i quotidiani presero a stampare, segnalò l'importanza di Parma negli anni Cinquanta come centro di cultura, in cui Mario Colombi Guidotti ebbe una parte certamente non di secondo piano. 

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