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Malerba, lezione inesauribile

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di Giuseppe Marchetti

Domani e venerdì Parma ospiterà un importante convegno di studi sulla figura e le opere di Luigi Malerba a un anno dalla scomparsa. Il Dipartimento dei Beni Culturali e dello Spettacolo e il Dipartimento di Italianistica dell'Università di Parma unitamente all'assessorato alla Cultura del Comune hanno in tal modo inteso ricordare l'intellettuale parmense, nato a Berceto nel '27 e morto a Roma. Al convegno di studi si aggiunge la pubblicazione in forma antologica della rivista di critica cinematografica «Sequenze», fondata e diretta da Malerba a Parma tra il 1949 e il '51. Il Comitato scientifico che ha preparato gli incontri, che si terranno alla Casa della Musica dalle  9 in poi nelle due giornate tranne una sessione straordinaria ospitata nella Biblioteca Palatina dove si svolgerà una Tavola rotonda per presentare l'antologia di «Sequenze» curata di Michele Guerra e Giampaolo Parmigiani, è formato da Paolo Briganti, Roberto Campari, Nicola Catelli, Michele Guerra, Anna Malerba, Rinaldo Rinaldi, Gabriella Ronchi e Giovanni Ronchini. Un'ampia varietà d'interventi caratterizzerà il convegno al quale parteciperanno, oltre i rappresentanti cittadini dei ruoli istituzionali, molti studiosi: Romano Luperini, Walter Pedullà, Rinaldo Rinaldi, Gian Piero Brunetta, Roberto Campari,  Pierpaolo De Sanctis, Michele Guerra, Fabio Carpi, Francesco Muzzoli, Dominique Budor, Paolo Mauri, Giovanni Ronchini, Renato Barilli, Enzo Golino, Paolo Briganti, Paola Cosentino, Ambra Meda, Giovanna Bonardi figlia dello scrittore e Anna Malerba che rivolgerà un saluto ai presenti. La tavola rotonda di domani alle 18 in Palatina vedrà la partecipazione di Eusebio Ciccotti, dei curatori dell'antologia e di chi stende queste note. Ci sembra quasi superfluo segnalare l'importanza e l'opportunità di questi due giorni di lavori. Ma tuttavia non sarà fuori luogo ripensare alla vita e all'attività di Luigi Malerba (Bonardi per l'anagrafe) che è, tra gli scrittori nostri del Novecento, quello che con maggiore insistenza e capacità di provocazione ha cercato d'afferrare il concetto espresso dal protagonista del «Serpente» ('66): «Attenzione, mi dicevo, le parole servono sempre  a nascondere qualcosa». Ecco: il qualcosa che chiamiamo realtà e sogno, immaginazione e concretezza, con la medesima intenzione espressiva, dove «c'è la scoperta dell'irriducibilità della realtà alla parola», scriveva Luperini nel suo «Novecento», precisando che ad esempio ne «Il salto mortale» lo schema del racconto «ricalca il romanzo giallo o poliziesco». Del resto, Malerba non si è mai ripetuto: dentro i suoi libri stanno tutte le probabili e possibili deviazioni future, un censimento delle intenzioni che curò per tutta la vita sotto la scorta del suo ironico Voltaire e del più cupo e impietoso Dostoevskj che amava e leggeva di continuo. Si pensi a questi due grandi suggeritori e si pensi all'atroce osservazione di Malerba nel «Serpente» dove un personaggio mormora: «Si commettono delitti molto futili e nessuno ci fa caso». In realtà, l'occhio dello scrittore è assai più smagato di quanto egli stesso intenda farci credere. Così, si scopre tutto un settore della sua scrittura dedicato alle «storielle», come lui le definiva, desunte dai sogni e dai pensieri più vaghi e vaganti, tra «Millemosche» e «Le parole abbandonate», tra «Storielle tascabili» e «Che vergogna scrivere», o, aggiungiamo noi, essere scritti, cioè commentare i libri altrui, operazione da cui Malerba rifuggiva severamente.  Era, questa, la sua perfetta avanguardia: non solo una concezione letteraria, ma più che altro una morale dello scrivere, che diventa romanzo, ironia, sarcasmo, visione laica dei fatti e dell'ipocrisia moderna. Non è un caso che Pedullà scrivendo del «Serpente»  faccia riferimento a Buster Keaton e a Flaubert: «Forse il primo maestro di Malerba è Flaubert: più che l'autore dello “Sciocchezzaio”, quello di “Bouvard e Pecuchet” i due impiegati che leggono e studiano tutto pur di non imparare niente». Ma è giocoforza imparare e allora il serpente si mangia sempre la coda, il salto mortale fa sempre male, il pataffio è atrocemente buffo e la scoperta dell'alfabeto porta sempre all'afasia, mentre dopo il pescecane arrivano i più micidiali piccoli pescecani che bloccano ogni ritorno alla poesia così amata e celebrata per far piacere alla tradizione. Davvero le rose imperiali dell'imperatore cinese sono fecondate e cresciute col sangue dei sudditi decapitati. Chi vuole intendere, intenda!
 

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