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E Milano si ribellò all'Impero

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di Maria Pia Forte
Occhi celesti e penetranti, forte e ben proporzionato, capelli e barba rossicci: tale era Federico Barbarossa. Non era usuale, nel XII secolo, un re barbuto: su imitazione degli antichi, i sovrani lasciavano la barba a eremiti, pellegrini e militari. Proprio da questi ultimi Federico I di Hohenstaufen, figlio del Duca di Svevia, aveva imparato in gioventù questo costume, durante una crociata in Terrasanta. Così racconta la storica Elena Percivaldi nel volume «I Lombardi che fecero l’impresa. La Lega e il Barbarossa tra storia e leggenda» (Àncora Editrice, 227 pagine, 16 euro). Un libro che con scorrevole chiarezza si addentra nelle intricate vicende del XII secolo in Italia, caratterizzato dall’aspra lotta tra Papato e Impero e tra questo e i sempre più ricchi Comuni del Nord Italia, insofferenti dei vincoli imposti dall’Imperatore tedesco da cui dipendevano; e che, toccando temi oggi ammantati di simbologie come Lega Lombarda, giuramento di Pontida e così via, cerca di chiarire dove finisca la storia e cominci il «mito».
Che tipo era il Barbarossa?    
Era un uomo poco avvezzo a filosofeggiare e molto portato all’azione. Appresa sin da giovane l’arte della guerra, non era privo di acume politico. Aveva un sogno grandioso: riportare l’Impero al ruolo universale rivestito da Carlo Magno e Ottone il Grande. Credette di poter imporre la sua autorità sui Comuni, senza capire quanto fosse mutata la situazione politica, sociale ed economica. Lo scontro fu inevitabile. E si concluse con la sua sconfitta.  
Cosa rese possibile, nella famosa battaglia di Legnano del 1176, la schiacciante vittoria del male addestrato e male armato esercito comunale?   
Potremmo dire la fortuna. All’inizio la battaglia si mette male per i Comuni; ma quando la fanteria è sul punto di soccombere, arriva la cavalleria milanese. Il momento decisivo è la caduta dell’Imperatore da cavallo. Crollano con lui le insegne, i tedeschi perdono il loro punto di riferimento e corre voce che Federico sia morto. Sbandano e fuggono verso il Ticino, dove affogano o vengono trucidati. Per la leggenda, invece, gli artefici della vittoria sono Alberto da Giussano e la sua Compagnia della Morte, e le tre colombe apparse sul campo, interpretate come l’incarnazione di tre santi martiri molto cari a Milano. 
  Quali erano le rivendicazioni dei Comuni? Si può parlare di aspirazione all’indipendenza?   
L'Italia era parte dell’Impero Romano-Germanico e Federico non poteva accettare che al di sotto delle Alpi si battesse moneta, si eleggessero i consoli, si riscuotessero le tasse e si esercitassero diritti di mercato, tutte prerogative dell’Imperatore. A rivelare ciò che accadeva in Pianura Padana furono due lodigiani che denunciarono all’Imperatore la prepotenza di Milano chiedendo il suo intervento; e fu il disastro! Il Barbarossa mise Milano a ferro e fuoco e poi, nel 1158 a Roncaglia, impose a tutti i Comuni il diritto imperiale di nominare i magistrati, amministrare la giustizia e riscuotere le tasse. Da qui nacque l’opposizione che avrebbe portato a Legnano. Nessuna aspirazione all’indipendenza: i Comuni volevano solo tenersi quelle «libertates» che ormai avevano di fatto sottratto alla Corona. Mai si sognarono di mettere in discussione la fedeltà all’Impero.
D’altronde anche fra i Comuni c'erano divisioni e rivalità...   
I due lodigiani corsi dall’Imperatore a denunciare la tirannide di Milano, la fedeltà al Barbarossa di Pavia, di Como e della stessa Lodi e la riottosità di molti Comuni ad aderire alla Lega ne sono la dimostrazione. Milano era vista come il fumo negli occhi: sempre più popolosa e ricca, era la città più importante della Pianura Padana grazie alla posizione geografica e al prestigio dei suoi arcivescovi, che dopo la disgregazione dell’Impero di Carlo Magno erano assurti a veri governatori della città. Nella sua espansione verso il contado per ottenere il controllo sulle vie di comunicazione dirette al Centro Europa, finì per scontrarsi con i vicini, più piccoli e meno potenti, come Lodi e Como, assediati e distrutti.   
Quali Comuni facevano parte della Lega fondata a Pontida nel 1167?   Sempre che Pontida ci sia davvero stata! 
Non esiste il testo di questo fantomatico giuramento: il primo a parlarne è uno storico del Cinquecento, Bernardino Corio, ma nessun’altra fonte lo nomina. La prima riunione della Lega attestata è del 27 aprile 1167, e sappiamo dai cronisti del tempo che i milanesi giurarono insieme a cremonesi, bergamaschi, bresciani, mantovani e ferraresi di unirsi contro le angherie imperiali perché sarebbe stato meglio morire con onore piuttosto che continuare a vivere in modo così basso e disonorevole. I veneti furono i primi a unirsi in Lega, nel 1164, e in seguito si fusero nella Lega Lombarda, a cui aderirono anche le emiliane Piacenza, Parma, Reggio, Modena e Bologna.
Quale parte ebbe il Papato nello scontro fra Impero e Comuni?   
La Lega trovò un alleato in papa Alessandro III, acerrimo nemico del Barbarossa, del quale avversava il disegno universalistico a scapito, anche, del ruolo papale. Federico non aveva accettato la sua elezione a pontefice e aveva sostenuto una serie di antipapi, provocando uno scisma nella Cristianità. Un’impuntatura che alla fine avrebbe pagato cara. 
I Lombardi che fecero l'impresa (Àncora, pag. 227,  16 euro)

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