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Arte, il mondo riflesso in laguna

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Opera esposta alla Biennale di Venezia

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E’la Biennale della terra e della memoria, della storia passata e di un passato recente, un approccio all’uomo ed alla cultura del mondo; quasi un racconto ideale, fatto di avvenimenti, scelte, decisioni che hanno segnato la vita dell’umanità: un «Parlamento delle forme». Può essere questa una delle chiavi di lettura della cinquantaseiesima Esposizione internazionale d’arte (inaugurazione domani ) dal titolo «All the World’s Futures», curata dal nigeriano Okwui Enwezor e organizzata dalla Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta.
E’ una chiave di lettura ma non certo l’unica lungo un percorso espositivo che va dal Padiglione Centrale (Giardini) all’Arsenale, includendo 136 artisti dei quali 89 presenti per la prima volta, provenienti da 53 paesi. In una visione più tecnica e tecnologica, grande spazio è dato al video e alle installazioni che diventano regine nelle scelte creative, mezzo per comporre le suggestioni di un mondo rappresentato come mix di memorie e tradizioni, di operazioni in divenire e letture socio politiche. Le tematiche che fungono da filo conduttore di questa edizione, prima fra tutte la traiettoria storica che la Biennale ha percorso nei suoi 120 anni di vita, filtro attraverso il quale riflettere sull’attuale «stato delle cose» e sulla loro «apparenza», guarda più ai significati del lavoro artistico che alla creatività e all’estetica, a favore della critica sociale, poiché un approccio agli eventi più tragici e drammatici del secolo appena trascorso non manca. Esempio ne è il padiglione di Israele ai Giardini, un «bunker della storia» ricoperto di pneumatici. Da citare poi, in questo contesto, l’ Arena, uno spazio attivo nel Padiglione Centrale dei Giardini dedicato a una continua programmazione interdisciplinare dal vivo. Il cardine è l’imponente lettura dei tre volumi di Das Kapital di Karl Marx: una sorta di Oratorio, destinato a durare per tutto il tempo della Biennale, fino al 22 novembre.

Tornando alla mostra, spicca all’Arsenale l’intervento di Monica Bonvicini, una delle poche presenze italiane che sempre si impone con la propria graffiante capacità di misurare spazio e luogo. C’è poi Pino Pascali con il suo geniale Cannone semovente del 1965 che forse avrebbe meritato una miglior collocazione.
Presente con numerose opere Fabio Mauri (nel Padiglione centrale dei Giardini) «celebrato» con la presenza della storica installazione di quattro metri realizzata con valigie dal titolo« Il Muro Occidentale o del Pianto», del 1993.
Sono ottantanove le Nazioni presenti. All’Arsenale la Cina si rivela ricca di una creatività che traduce mito e ragione, storia e contemporaneità, utilizzando installazioni e video. Il Messico (Tania Candiamo e Luis Felipe Ortega) si affida non solo ad un contenitore-scultura, luogo dove l’acqua assurge a valore universale, ma anche al suono che ne amplifica i significati, nell’opera «Possessing Nature»
E poi l’Albania che, in una trilogia, attraversa i percorsi del mondo dalle origini ad un presente fatto di quotidianità, di azione e di curiosità, espressione della vita.
Ai Giardini il Padiglione della Francia con l’intervento di Celeste Boursier-Mougenot dal titolo «Revolution» offre un’operazione delicata, emozionante, allusiva che trasforma lo spazio in un «teatro all’aria aperta» dove l’albero diventa struttura itinerante con le proprie radici. Ancora ad un elemento di natura, l’acqua, fa riferimento l’installazione di Pamela Rosenkranz, (Padiglione della Svizzera) che nell’opera «Our Product» combina l’ininterrotto mormorio con luce, colore, ormoni, odori, suoni per influenzare la percezione dello spettatore in una installazione dagli effetti cromatici.
La nuova installazione cinematografica multicanale «The Ways of Holding Space & Flying» del duo corano Moon Kyungwon & Jeon Joonho (Padiglione coreano) riporta al desiderio dell’uomo di superare le barriere fisiche guardando, anche se con dubbiosa sofferenza, al futuro. Per le cinque gallerie del Padiglione degli Stati Uniti Joan Jonas ha sviluppato un nuovo e suggestivo complesso di opere creando un’esperienza multisensoriale che unisce video, disegni, oggetti e suono.
Uno sguardo va poi al Padiglione Italia (Arsenale) curato da Vincenzo Trione. Un «Codice Italia» - questo il titolo del percorso- composto da quindici artisti che, afferma il curatore, «interrogano vestigia lontane» aprendosi, così, ad uno sguardo più che altro retrospettivo e a tratti malinconico, là dove viene meno il supporto di nuove «avventure linguistiche».
La storia la fanno Kounellis e Claudio Parmiggiani; il mito è opera di Mimmo Paladino, mentre le lacerate e sofferte stratificazioni di dipinti- palinsesto sono di Nicola Samorì. L’ «occhio» eclettico di Marzia Migliora, affonda in temi universali e condivisi, e dagli Stati Uniti approda Aldo Tambellini, ottantaquattrenne pioniere della Video Art accanto ad un altra ripresa, Nino Longobardi. Troviamo poi le tecniche miste di Andrea Andrea Aquilanti, le tecniche antiche recuperate da Giuseppe Caccavale, il canale di comunicazione aperto tra storia dell’arte e contemporaneità di Francesco Barocco, Vanessa Beecroft e la fotografia di Biasiucci e Gioli, il duo Alis/Filliol e Luca Monterastelli, il più giovane del gruppo. Coinvolgendo protagonisti dell’Arte povera e della Transavanguardia fino alle più recenti generazioni alla ricerca di un dialogo aperto e di una innovazione nei linguaggi.
Il padiglione del Guatemala, (Officina delle Zattere, Dorsoduro) con commissario il critico e storico dell’arte Daniele Radini Tedeschi ha portato alla Biennale un’artista parmigiana. E’ la scultrice Jucci Ugolotti, che ha realizzato una serie di sculture dipinte d’impianto figurativo, un omaggio al cinema di Luchino Visconti e al suo film «Morte a Venezia» creando figure di grande interiorità. Un’operazione non facile, di adesione ad una tradizione figurativa accademica di solida tradizione.

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