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I barcaioli, zingari del grande fiume

I barcaioli, zingari del grande fiume

Foto di un pescatore nel Po scattata da Gigi Montali ed evocativa di antiche atmosfere

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Un tempo i barcaioli, di cui oggi restano più epici ricordi che epigoni nostalgici, solcavano senza sosta le acque del Po, come se officiassero solennemente un sacro rito: e così uscivano tra le nebbie invernali e nell’afa estiva, sotto la pioggia e con ogni tempo, senza mai temere nemmeno il vigore inconsulto e spaventoso delle piene. Ancora oggi le foto di Gigi Montali sembrano restituire quella sensazione degna di un mito. In un racconto pubblicato sulla Gazzetta il 30 maggio 1929, intitolato «Barcaioli», Leonida Fietta descrive le atmosfere del Po e narra di un tipico uomo del Grande fiume, il Corsetti, che «con la casa aveva ereditato il “porto”, come chiamavano da quelle parti l’impresa di traghettare dall’altra sponda del fiume chi doveva andar a dare nella strada provinciale». Il lavoro non mancava perché il punto in cui aveva scelto di esercitare il mestiere era strategico e tutti gli abitanti del circondario fruivano del servizio anziché passare dal ponte di ferro del capoluogo, lontano e scomodo. Fietta descrive anche i ritmi della vita, segnata dal suono di quella specie di trombetta «legata a un tronco apposta perché potesse chiamare chi voleva venire di qua». Poi ecco la piena, che incombe sull’esistenza quotidiana, le insidie e i mulinelli, affrontati sempre con vigore e coraggio. Certo, quello del barcaiolo, spesso definito anche «barcaro», era un mestiere antico e diffuso nella Bassa parmense: esistono famiglie che per generazioni si sono trasmesse tale lavoro, di cui restano attestazioni già nel Trecento. «Io – scrive un anonimo dell’epoca – sono nato come il pesce e lo gabbiano che nasce nelle acque profonde e dal cielo più alto. Nessuno può togliermi il dono di Dio che mi ha fatto. Lo mio vanto è di restare libero come l’augello nell’aria, e non faccio fumo sulla terra dove di pene e di dolor si vive». Bevilacqua richiama non di rado nelle sue opere questa figura: nel libro «La festa parmigiana», ma anche in altri volumi, emergono immagini molto connotate, frutto della cultura popolare a cui lo scrittore talora attinge, ad esempio quando scrive: «Mentre si guardava intorno e ritrovava nella semioscurità gesti naturali, tendendo le braccia ai resti del fuoco nel camino, mi fece pensare al barcaro pietrificato che spuntava dalle piene a Ghiare Bonvisi». Ma, al di là delle suggestioni letterarie e dell’ampia mitologia padana sorta intorno a queste figure, restano i dati storici. Come nota Galliano Cagnolati nel suo analitico contributo, intitolato «Il barcaro» e inserito nel saggio miscellaneo «Gli uomini del fiume. I mestieri del Po» (Sometti), questa sorta di “zingaro” del Grande Fiume è descritto come una vittima designata della tecnologia e della civiltà urbana e «i suoi eredi, che per un certo gusto del passato amano ancora chiamarsi “barcari”, sono tranquilli dipendenti di grosse imprese di navigazione (trasporti fluviali) o peggio dipendenti dello stato […] e della regione». Ma quella del barcaro non è solo una figura professionale: no, è molto di più, perché, come annota Cagnolati, «ha raggiunto per i padani un valore simbolico, simbolo di indipendenza, di libertà, di individualismo, da essere riuscita a trascendere i limiti della contingenza temporale e storica». Generalmente, i barcaioli avevano come unica ricchezza la propria barca, insieme all’amore e alla perizia nello svolgere il mestiere di famiglia. Sì, perché, proprio come nel racconto di Fietta, i giovani spesso accompagnavano i loro genitori, non solo per apprendere il mestiere che, insieme alla barca, un giorno sarebbe stato loro, ma anche per ripulire coi loro arpioni, soprattutto durante le piene, le acque dai grossi tronchi che ostruivano la navigazione, portandoli poi a seccare al sole. E poi piantavano la “palina”, segno della proprietà che tutti, nella civiltà contadina rivierasca, rispettavano. E le memorie di quel mestiere sono tutt’altro che opache, come dimostra la storia di Ezio Avanzini, classe 1932, che, come ha scritto nel novembre scorso Stefano Rotta, attribuendogli, già dal titolo, la patente ormai rara di «barcaiolo del Grande fiume», «naviga con le barche del Po, le “barbotte”, da quando aveva 12 anni; ce lo portava la mamma, Adele Pecchioni. Uno dei tipici uomini della Bassa: «nato a Fossa di Roccabianca», ma «vive e ama Stagno dal 1943» e, come tutte le persone legate al Po, non può prescindere da un rapporto quotidiano e intenso con il fiume. Non a caso, anche in occasione della piena di alcuni mesi fa, era «intento nel recuperare tronchi dall’acqua, ripulendo il corso del Grande Fiume e procacciando energia e calore per sé e per altri». Non è nemmeno un caso che queste notizie di cronaca corrispondano perfettamente alle ricostruzioni storiche. «Al momento opportuno, – spiega ancora nella sua attenta ricostruzione Cagnolati – con un carretto trainato da un cavallo per i più attrezzati, o con una carriola per i più poveri, portavano a casa la bisogna per il riscaldamento invernale». Ma come si vestivano i barcari? «Dalla primavera all’autunno, a piedi scalzi con i pantaloni rivoltati fino al ginocchio, camicia a quadri multicolore senza colletto con sotto lunghe maglie rosse accollate con pochi bottoni». Un modo di abbigliarsi spartano e dignitoso: degno di umili sacerdoti dediti a un rito antico, che, forse ormai negletto nella pratica quotidiana, certo è ancora ben vivo nella memoria collettiva.

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