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Caravaggio il tormento di un genio

Domenico Cacopardo si cala nel '600: carnalità, peccato, dolore e pietà

Domenico Cacopardo

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Ricordiamo tutti questo inizio famoso: «L'Historia si può veramente definire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl'anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaveri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia». Romanzo storico per romanzo storico, Domenico Cacopardo con «Maddalena» (Betelgeuse editore), certamente il suo libro più impegnativo e rammentatore di un Tempo, di una Storia e di un Personaggio, ci introduce, come fece il gran Lombardo in mezzo ad un'epoca che ora ci sembra così lontana, così isolata e tuttavia così ancora in guerra illustre contro il Tempo per merito della letteratura, della pittura e della poesia in quanto tali arti conservano di eterno e di immortale, dunque, nelle loro migliori espressioni. E Cacopardo, vigilissimo nel riprendere e riusare gli strumenti del pensiero, del ricordo e del fascino che i suoi natii luoghi evocano, è riuscito a concepire una narrazione storica che «Maddalena» rimette in circolazione adesso con il profondo senso d'intuito di quel passato che non passa e dei suoi personaggi, a cominciare da Giovanni Alogna detto Ninì, gran sacerdote di tutte le presenti vicende. Esse trovano spiegazione - ma i romanzi, forse, non ne avrebbero bisogno - nella finale Postfazione di Paola Caretta che illustra l'amplissimo corredo «storico» sviscerato da Cacopardo con notarile precisione e poetica passione accomunate dalla nostalgia per i luoghi, ma soprattutto per il fascino che essi, mescolati al turbinare degli eventi, esercitano sul lettore di oggi: un lettore spesso distratto, disinteressato e solo a tratti incuriosito dal procedere dei fatti. I quali vorrebbero riassumere tutta la poetica di Caravaggio che Cacopardo «fedele ai luoghi della propria gioventù immagina percorsi dal Nerisi nel soggiorno sull'isola tra il 1608 e il 1609».
Ma se la storia finisse qui non ne avremmo che un solo e fugace episodio. «Maddalena» è, come tutti i solidi e ben concepiti libri di memoria invece quanto intendeva suggerire Manzoni nell'Introduzione ai P.S., cioè fatti schierati «di nuovo in battaglia», vivi, palpitanti di vita. In tal modo, quindi, Maddalena «la jarrusa» non solo entra tra i personaggi del Caravaggio, ma ne rappresenta la carnalità, la pietà, il peccato redento e quello riscattato, mentre don Albino lo Judice è già un modernissimo personaggio, vien da dire un illuminista ante litteram, che si confonde abilmente con Vincenzo e Galileo Galilei, coi cardinali Francesco Maria del Monte e Benedetto Giustiniani, col Boneri e col Minniti. Ma tutto questo pullulare di personaggi che l'autore registra in un finale Indice dei nomi, non è altro, alla fine, che uno stratagemma molto abile di Cacopardo per dar corso come si dice alla materia del romanzo, per dare ad esso, corpo e colori, odori, atmosfere, luci e ombre. Questa parte della ricerca espressiva (poetica ed umana insieme) è caricata d'un tono più alto, di una memoria più esclusiva e allo stesso tempo elusiva, drammatica e teatrale oltre ogni limite, in quel mondo dove si mangia, si beve, si fotte, si prega e si bestemmia con la naturalezza con cui Michelangelo Merisi dipinge, insomma per genio e vocazione umani dal fondo della Sicilia, sentito come centro dell'universo in pari tempo vicino e lontanissimo da Roma, dal Cinquecento colmo di storia e di gloria e dal Seicento che già odora di Riforma e Controriforma. Dai passaggi di Messina «accogliente emporio d'ogni mercanzia» a Sant'Ignazio, a fra' Gerolamo Errante, «ai dipintori d'ogni specie, fiamminghi, veneti, romani, quali Alessandro Allori e Filippo Paladini», dai Padri Crociferi ai «misteri dello Stretto» che ci ricordano certe pagine del darrighiano «Horcynus Orca» l'immaginoso, ironico e tragico mondo di Cacopardo sfiora o penetra atmosfere di vita, di morte e di sfida che non sono soltanto affreschi rinnovati di storia e memoria, ma inviti a confronti pressanti cui Maddalena Afella fa da vivente testamento e da finale destino, quello infatti «che presenta il conto». In tale estrema moralità del racconto, superato il limite posto dal Caravaggio e dalla sua densa realtà di sesso e di sangue, di possesso e di fantasia, come è facile immaginare dalla pressante astuzia cacopardiana che scivola al modo di una divina punizione verso il risarcimento ultimo della morte, Maddalena e i suoi personaggi acquistano via via uno spessore di simbolo e di pronuncia umana che va ben al di là della pur turbolenta historia. In essa vivono e agiscono, soffrono e delirano, sperano e gioiscono con la naturalezza che il destino concede loro e che lo scrittore, memore della dignità dei fatti e della malandrineria degli uomini, interpreta magistralmente sempre tenendo presente il saggio pensiero di Alogna: «Ne trassi la vicenda qui di seguito narrata, della cui autenticità storica non giuro, ma sulla cui verosomiglianza, invece, potrei scommettere la testa». Che è il più bell'omaggio che si possa rendere al romanzo.
Maddalena
Domenico Cacopardo
Betelgeuse editore, pag. 203, 18,50

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