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Il Candido, ironia controcorrente

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Era il 15 dicembre di settant’anni fa e, nell’Italia che faticosamente si leccava le ferite di una Guerra Mondiale e continuava ad affrontare una sanguinosa guerra civile, usciva nelle edicole il primo numero di quello che sarebbe diventato il giornale satirico più famoso e discusso del ‘900: il Candido. A fondarlo tre colossi del giornalismo, della grafica e dell’umorismo: Giovannino Guareschi, Giovanni Mosca e Giaci Mondaini. Già dall’esordio, Guareschi aveva connotato ironicamente, da par suo, la nuova testata della Rizzoli, che raccoglieva idealmente l’eredità dell’altrettanto famoso Bertoldo, il bisettimanale che riusciva a far satira sotto il regime fascista. Scriveva Giovannino: «Se in Italia, dalla liberazione si fossero costruite tante case quanti giornali il problema della ricostruzione sarebbe risolto. Accettate quindi serenamente anche questo ennesimo giornale il quale è senz’altro da preferire ad una mezza dozzina di mitra in agguato. Candido non ha la pretesa di salvare l’Italia. Candido va quindi considerato un giornale perfettamente inutile: va comprato e letto con estrema indifferenza perché lascia il tempo e i governi che trova. Pertanto leggetelo: non aggrava la situazione». Con questa fianchetta, Guareschi, tornato a casa dopo due anni nei lager nazisti o, come diceva egli stesso, negli alberghi del signor Hitler, dava l’avvio all’avventura del Candido, che sarebbe durata fino all’ottobre del 1961. Qualche lustro dopo, lo stesso Guareschi raccontava così il proprio ritorno a Milano: «Mi rimisi subito al lavoro: riconquistato il mio appartamento occupato da quelli che avevano vinto la guerra, fondai assieme a Mosca e Mondaini il “Candido”. Incominciai a rompere seriamente le scatole alla gente…». Era la versione ufficiale, che Guareschi dava del suo ritorno al giornalismo, ma la realtà era diversa, perché il primo giornale che diede lavoro all’ex IMI 6865, fu un giornale socialcomunista: l’esatto contrario di ciò che sarebbe stato il Candido. La vicenda è legata a Gaetano Afeltra, direttore di Milano Sera, nuovo quotidiano del pomeriggio che non riusciva a sfondare, anzi, appariva talmente triste che i milanesi l’avevano soprannominato Musocco Sera (per chi non è milanese, Musocco è un cimitero del capoluogo lombardo). Pajetta corse ai ripari e incaricò Afeltra di prendere tutti i collaboratori che volesse, così arrivarono Orio Vergani, Paolo Murialdi, Giovanni Mosca, Emilio De Martino, solo per fare alcuni nomi. All’uscita del rinnovato Milano Sera, Mosca informò Afeltra che Guareschi, tornato dai lager, disoccupato e senza una lira, aveva bisogno di lavorare. Afeltra forzò la mano dell’amministratore e così Giovannino sbarcò a Milano Sera. Afeltra, che lo conosceva, gli evitò ogni grana politica, assegnandolo al settore cronaca e costume. Il rapporto di Giovannino con il quotidiano socialcomunista era, però, destinato a durare poco: gli era arrivata infatti, il 3 ottobre del ‘45, una lettera di Angelo Rizzoli: «Caro Guareschi, da tempo non ho Sue notizie. Quando potremo vederci a Milano per parlare del nostro giornale?».

Il colloquio ebbe esiti fulminei, dal momento che Candido uscì a poco più di due mesi dall’invito del Commenda. Nacque così il settimanale «monofoglio quadripagino» (così lo definiva Guareschi) che avrebbe segnato un’epoca. La vignetta di prima pagina, che diventerà di Guareschi e segnerà indelebilmente l’aspetto del Candido, viene affidata ad un disegnatore eccezionale: Walter Molino. A caratterizzare l’eredità del Bertoldo la rubrica «Osservazioni di uno qualunque» (premiata rubrica fondata nel 1939) e il titolo dell’ultima pagina, pieno di nostalgia: proprio Bertoldo, con i commoventi e divertenti racconti dal lager. Tutta l’architettura del settimanale si legge già da quel numero uno che, in realtà, era un «numero zero», con la carta contingentata e mezzi assai scarsi, ma con tanto carattere da farsi immediatamente conoscere ed apprezzare in tutta Italia.

La prima battaglia che Candido affronta è quella del referendum del 1946: Guareschi si schiera apertamente dalla parte del re. A dimostrazione che in Italia le cose sono cambiate ben poco ecco che, anche sessantanove anni fa ci fu chi domandò agli italiani: Monarchia o repubblica? «Indagine statistica sulle opinioni» titolava il 24 Ore: «Differenze di opinioni fra uomini e donne, fra giovani e vecchi fra regione e regione nei risultati del sondaggio DOXA».

Il sondaggio si rivelò attendibile: l’Italia si divise in due, metà per il re, metà per la repubblica. Alla fine di dicembre del 1946 arriva il primo compleanno di Candido e la festa si celebra con il successo eccezionale del primo racconto che vede protagonisti don Camillo e Peppone: «Peccato confessato». Un racconto che approda per caso su Candido, dal momento che Guareschi lo aveva scritto per il settimanale Oggi: i lettori lo sommergeranno di lettere, perché continui a raccontare le avventure del pretone e del grosso sindaco della Bassa e la saga letteraria e cinematografica più popolare del ‘900 continuerà, ben oltre la fine di Candido. Arriviamo al 1947 e Guareschi, in un momento di felice creatività, con un piccolissimo tratto di matita, dà vita ad un altro dei suoi personaggi più famosi: il Trinariciuto.

La vignetta «Obbedienza cieca, pronta, assoluta» diventa uno dei punti di forza di Candido, anche perché la prima protesta che Guareschi riceve per i trinariciuti arriva proprio da un lettore comunista, al quale Giovannino risponde senza mezzi termini, affermando che non solo le tre narici non sono patrimonio esclusivo dei compagni, ma si rivelano diffuse in ogni schieramento politico. Di più: conclude Guareschi rivolgendosi al lettore: «Le confesso che anch’io alle volte, rileggendo quello che ho scritto e che purtroppo è già stampato mi guardo perplesso nello specchio. Attenti dunque alla terza narice!» ridendo, come sempre di sé stesso, prima che degli avversari. Il che, direbbe Giovannino, è ancora oggi bello e istruttivo.

Biografia romanzata

Dal massacro di San

Bartolomeo al 1620

anno della morte

dell'io narrante

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