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La svolta di Tony Pagoda

La svolta di Tony Pagoda
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di Stefano Lecchini
 

L'esordio letterario di Paolo Sorrentino («Hanno tutti ragione», Feltrinelli) non è sbalorditivo tanto per la capacità che dimostra nell’organizzare, dunque raccontare, una storia, o nel racchiudere già in pochi tratti, netti ma sfumati quanto basta, la sagoma e il carattere di un personaggio. A questo, Sorrentino ci aveva ampiamente abituati con i suoi due film più riusciti, «Le conseguenze dell’amore» e «Il divo» (mentre «L'amico di famiglia» vantava se non altro il merito di riportare sul set, e stavolta da protagonista, un eroico gregario del nostro bel cinema anni Sessanta/Settanta, il grande Giacomino Rizzo). Dove la penna dell’appena quarantenne regista e sceneggiatore napoletano strabilia, è nell’assoluta felicità con cui dimostra di essersi fatta agguantare e possedere da una voce - e nell’assecondarne, per oltre 300 pagine, il ritmo, mostrando solo rarissimi segni di cedimento (non si può non pensare a un altro notevole esordio di una dozzina d’anni fa, quello dell’ischitano Giuseppe Ferrandino: che poi si è un po' perso). Questa voce ha un volto, ed è il volto del cantante confidenziale - o, come lui per radicale sprezzo delle etichette non ama definirsi, «da night» - Tony Pagoda: che altri non è che lo sviluppo di quel Tony Pisapia, anima del film d’esordio di Sorrentino, «L'uomo in più» - e il narratore ci spinge espressamente a immaginarcelo con il capello color mogano e l’occhiale azzurrato, oltre che con l’inconfondibile cadenza partenopea, che Toni Servillo sfoggiava in quel film. Quando lo incontriamo, al passaggio fra Settanta e Ottanta e a quarant'anni suonati da un pezzo, Pagoda è un uomo in rotta. E’ stato un divo: e non soltanto da balera, se ha suonato col suo complesso anche al Radio City di New York, dove l’immenso Sinatra, padre riconosciuto di tutti i crooner del mondo, è andato pure in camerino a stringergli la mano (per poi defilarsi immediatamente; Tony dovrebbe saperlo, e lo sa: i miti sono così - ti illudono di scendere al tuo livello ma restano altrove). Quando era più giovane e passava l’estate a cantare fra la Costiera e le isole, aveva perfino soffiato una turista da sballo a Peppino di Capri: una Beatrice (così si chiamava davvero) che sarebbe poi stato l’unico grande amore della sua vita, capace di traghettarlo direttamente in Paradiso attraverso giorni di ininterrotta estasi erotica (e giù lacrime di gioia suprema) - salvo poi scaricarlo senza tanti perché (e giù lacrime di eterno rimpianto: sempre, s'intende, che un Tony Pagoda potesse allora piangere davvero). Ora anche la moglie lo lascia: il che, malgrado non si fosse fatto mancare mai niente, lo disturba, perché dove si è mai vista una moglie che possa lasciare un Tony Pagoda? E intanto continua a tirare di coca, fino a bruciarsi il cervello ma non a stordirsi: Pagoda è un uomo lucido, capisce che sta naufragando (famiglia, salute, carriera), e non molla. Lotta, scalpita, scalcia, è incapace di mettersi comodo: tanto è l’appetito che lo tiene comunque legato alla vita. E soprattutto: è un bugiardo matricolato, ma non un uomo inautentico; l’autenticità, anzi, è il sapore che insegue disperatamente in ogni piatto (occasioni come spigole, cernie, polipi freschi) che la vita gli offre. Peccato che il mondo stia correndo in tutt'altra direzione (e che, dentro o fuor di metafora, in cucina stiano trionfando gli obbrobri dei goffi epigoni della «nouvelle coisine»). Per questo, come ogni cantante da night che si rispetti, a un certo punto prende e va in Brasile. Ma non a cantare: a smaltire la malinconia del declino - o almeno a illudersi di poterla guardare da lontano (lontana anche la musica, lontane le donne e la coca). L’uomo che aveva creduto che la vita fosse una «favolosa rottura di coglioni» (concentrandosi però sul «favolosa» e non sulla «rottura»), ora è in esilio, a masticare i suoi «tristia»: in esilio anche e forse soprattutto dal se stesso di un tempo, che forse comincia a non riconoscere più. Coltiva la «stanchezza», che ora gli pare una forma sovrana di libertà. Ma non è cosa che un Tony Pagoda possa restarsene per molto tempo fuori dal giro. Un palazzinaro che sta diventando il padrone di Roma lo invita a tornare sul palco per il Capodanno del nuovo millennio. Lui, dopo una vita passata a cantare nei veglioni più squallidi, non se lo lascia ripetere. E torna. Ma tornare vorrà dire misurarsi con la più totale sconfitta: con la verità che si è pervertita astraendosi in «istituzione», e dunque col trionfo definitivo di quell'inautentico che il suo vitalismo sgangherato e irresistibile aveva cercato, per un’intera esistenza, di contrastare. Così oggi, davvero, «hanno tutti ragione» (o basta dargliela, sempre, perché il conto in banca s'impenni): bandite come inutili intoppi la moralità e la vergogna, una pappa artificiale, conforme, uniforme, in cui tutte le parti sono fungibili, cancella ogni sfumatura in una matassa di stereotipi che ha perso ogni sapore. C'è solo un luogo in cui questa matassa non ha il sopravvento. E’ la voce di Tony Pagoda, che è poi la voce stessa del libro: colorata arrembante sferzante sfrontata delicata cialtrona caracollante, mai arresa anche di fronte al dilagare della malinconia, e capace di vivificare la crosta sempre più ottusa ed oscena dell’esistente con getti di metafore e analogie fulminanti. Questa voce non perde un colpo: e se, Pagoda lo sa da sempre, nell’arte della seduzione il ritmo è tutto, noi ci lasciamo sedurre, come dall’unico luogo in cui sogniamo possa ancora resistere la perduta felicità e fantasia della vita. 

Hanno tutti ragione  Feltrinelli, pag. 319,   18

 

 

 

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