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Le Barricate, la Spagna, l'eroismo

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Il tratto che più emerge da «Il guerriero della rivoluzione», il «contributo alla biografia di Guido Picelli» che Fiorenzo Sicuri ha da poco pubblicato da Uni.Nova, è senz'altro quello della cura documentaria: dell’attenzione scrupolosa, minuziosa, alle fonti e al loro valore. Al loro peso. Consultate tutte, le fonti, a costituire una base d’appoggio solidissima per una trattazione che voleva essere in primo luogo la ricostruzione il più possibile dettagliata di una storia personale non priva di zone d’ombra e spesso soggetta a ipotesi diverse nel corso degli anni («il fatto è che Picelli ha lasciato testimonianze di sé piuttosto scarse e di necessità si è obbligati a supposizioni»). Sicuri prova a sgombrare il campo dai «si dice» e dalle congetture ma anche dalla «vulgata», dall’immagine codificata di Picelli: «Presentato [...] come figura epica e leggendaria, Picelli ha raccolto nella storiografia e nella memoria storica della sinistra parmense e italiana, più consensi appassionati e generici che conoscenze puntuali e approfondite. L’identificazione avvenuta fra la sua figura e i fatti che gli procurarono assensi amplissimi nel movimento operaio italiano ha in qualche modo impedito una ricostruzione generale, la più possibile minuziosa, dell’uomo e del personaggio politico, nelle diverse fasi della sua parabola umana; ricostruzione che si rende ormai indispensabile, per uscire da un mito non privo di contraddizioni e lacune». Lo studioso parmigiano cerca di farlo, appunto, servendosi delle fonti: tutte le fonti consultabili. Dai saggi sull'eroe delle Barricate ai casellari politici, dai discorsi parlamentari del deputato Picelli agli interventi sui giornali. I vuoti ci sono, ed è lo stesso Sicuri a denunciarli nel corso della trattazione (il più rilevante è senz'altro quello relativo ai documenti conservati negli archivi ex sovietici, forse parzialmente colmato da un prossimo saggio di Elena Dundovich), ma nel complesso si ha la netta impressione di una grossa mole di documenti, di uno «zoccolo» cospicuo, messo insieme in diversi anni. Di tutte queste fonti Sicuri si serve innanzitutto per fare chiarezza, e per mettere in dubbio ipotesi date fin qui praticamente per certe: dall’iscrizione di un Picelli giovanissimo al Partito socialista al neutralismo sul primo conflitto mondiale, dalla presenza nel Partito comunista prima del 1924 (l'anno dell’adesione ufficiale) e alla nascita della Guardia rossa. Va in fondo, Sicuri: e grazie ai documenti riesce ad esempio a ricostruire in modo abbastanza dettagliato la carriera militare di Picelli, e a tirar fuori procedimenti a suo carico dei quali finora s'era parlato poco o nulla. Per tutto questo, in primo luogo proprio per il suo rigore scientifico, il libro dello studioso parmigiano (da segnalare anche per la  ricca appendice) è un contributo prezioso, al quale d’ora in poi tutta la storiografia dovrà fare necessario riferimento. Storiografia su Picelli ma non solo: il saggio è anche una bella carrellata sulla storia di Parma (e d’Italia) nel primo Novecento, con particolare attenzione al biennio rosso e al progressivo crescere della «guerra civile», fino all’affermazione del fascismo. Se ne respira l’aria, di quegli anni, e questo è un pregio non da poco.In quella realtà, in quel contesto ben ricostruito, Sicuri colloca Picelli e lo segue. Dall’orologiaio all’attore al sindacalista al politico, dall’eroe delle Barricate al combattente in Spagna, con un filo rosso che è la ferma convinzione dell’autore e che è la tesi di fondo del libro: quello dell’uomo armato, del rivoluzionario. Di chi voleva fare la rivoluzione proletaria, e per anni ha lavorato alla costruzione di un «esercito rosso»: «A differenza della maggioranza dei massimalisti, Picelli non si attestò su una predicazione demagogica e inconcludente della rivoluzione; egli cercava, invece, con ogni mezzo pratico, di costruire la rivoluzione comunista in Italia, in cui vedeva indubbiamente come essenziali e determinanti gli aspetti militari. Di fronte al fascismo, ritenne che la manovra politica non fosse sufficiente e nemmeno auspicabile, e pertanto si dedicò ad approntare organizzazioni armate di difesa, nelle quali tuttavia permaneva il compito offensivo e rivoluzionario». Un guerriero della rivoluzione, appunto.
Il guerriero della rivoluzione Uni.Nova, pag. 329, 19,00

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