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Torelli: il giornalista? E'una cinghia di trasmissione

Dopo il libro da poco in edicola piacevole chiacchierata fra il «testimone dei testimoni» e il suo biografo

Torelli: il giornalista? Per me è una cinghia di trasmissione
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Giorgio Torelli, con schietta umiltà e serenità d’animo, dice della sua lunga vita insieme alle parole e alle storie buone delle persone, di esser stato «testimone di testimoni». Ne consegue che, scrivendo un libro sul suo viaggio per il mondo, sono stato testimone, di un testimone di testimoni. Praticando quindi il sano esercizio di passarsi esperienze di mano, tramite colonne di giornale e pagine di libri, per provare, faticosamente, a renderci, gli uni con gli altri, gli uni grazie agli altri, un filo migliori e più propensi al bene. Tutto questo volendo evitare all’inchiostro la triste sorte di diventare un pasto indigesto. Ci abbiamo appassionatamente messo vita, immagini, episodi divertenti, e l’ironia acuta e insieme genuina che caratterizza la parmigianità autentica.
Infine, a un mese dall’uscita del libro in edicola, ci siamo concessi una piacevole chiacchierata sulla nostra esperienza.
Giorgio, come hai vissuto la proposta di un libro sulla tua vita, tu abituato a ritrarre gli altri?
«Chiunque abbia lungamente navigato, se vede un giovane che vuole entrare in Marina, lo guarda con estrema simpatia. Mi sono trovato sulla porta di casa un lungo che passa appena dalla porta, mi son detto: ho avuto la ventura di fare questo mestiere come ho desiderato, mi fa molto piacere vedere un giovane che vuole imbarcarsi. In principio ho vissuto la proposta con stupore, poi con grande simpatia. Non mi hai mai chiesto malizie, ma racconti, di un giornalismo vissuto col proposito accrescere».
Cos’è stato il giornalismo per te?
«Ho detto a me stesso: caro Giorgio, sei stato testimone dei testimoni. La mia occasione è stata questa. Non raccontare guerre e rivoluzioni, spiegare il mondo degli uccellini, intrattenere i lettori con i pettegolezzi, intervenire nelle polemiche politiche. La scelta interiore è stata: voglio fare un controcanto nei giornali dove sono. Devo resistere alla tentazione di mettersi la medaglia da solo. Essere il più autentico possibile. Suscitare speranza con la mia stessa persona.
E come?
«Non solo raccontando la storia di chi fa il bene comune, che tanto faceva felici i direttori che mi hanno ospitato, Montanelli in particolare. Lo devo essere io stesso, un testimone di speranza. Sono sulla soglia degli ottantotto, misteriosamente sono sempre qui. Ho tempo ancora, mi dico, e continuo col mio lavoro. Ciascuno di noi evangelicamente è un servo inutile. A ognuno è dato un carisma, una dote, una qualità, per il bene comune. La mia è portare speranza con le parole».
E’ bello sentirsi dire, ancora una volta, la cosa più bella: che un professionista vale poco se dietro non c’è una persona.
«Mi è stata data la possibilità di fare il giornalista, facendolo com’è raccontato nel libro. Spero che la persona corrisponda al professionista. Vorrei essere partecipe al bene comune. Presto m’incontrerò con chi ho sempre sperato di intervistare per una vita. Vorrei presentarmi da servo inutile, ma con un minimo di credibilità. Il Signore non ha bisogno né di me ne di te, ma insomma, a qualcosa siamo serviti. Sono compiaciuto del patchwork che hai fatto tra cracker e computer. Spero sia un monito: continua a cercare di fare bene».
Che cosa diresti invece alle persone che hanno comprato il libro?
«Sono grato per l’attenzione, e stupito che possa interessare la storia di un giornalista che lo è stato in modo colorato. Spero si possa immaginare quanta fatica ci sia dietro. Mai una sola volta in cui sono stato in qualche punto del mondo senza che ci fosse un rischio, che potesse cadere l’aeroplano o che un animale mi aggredisse. Eppure sono sempre tornato a casa. Dal Congo non si capisce ancora adesso come siamo tornati indietro. Ho rivisto il pilota, ci siamo detti “Pino noi scherziamo sempre su tutto. Ma a Tripoli, col vento del deserto, l’aereo si stata davvero per scaravoltare, non si capisce come siamo arrivati giù senza incendiarci. Ti sono profondamente grato, senza di te Carlina sarebbe rimasta vedova a 34 anni”. E lui, romagnolo: “Se non ero io, ci sarebbe stato un altro”».
Quale scopo abbiamo raggiunto?
«Il mio proposito è di tener compagnia al lettore, dicendogli: questo mestiere si può fare anche così. Non che io sia esemplare. Si può fare così o cosà. Io ho fatto così. Non c’è stata una persona che non sia partita dalle fotografie e non le abbia apprezzate. Danno l’idea di una vita. Se no sarebbe un’enciclopedia».
E come ogni volta che ci si telefona, un fiume d’acqua fresca e qualche perla fra i sassi portati dalla corrente.
«Ho cercato di fare da cinghia di trasmissione fra chi si è veramente impegnato a bonificare il mondo e i lettori. Come giornalista ho cercato di non andare mai in giro a cercare l’esotico, la stranezza, dire “ma tu sei matto”. Già i testimoni che ho raccontato del matto lo prendevano spesso. Marcello Candia con il suo lebbrosario si sentiva dire, “ma come si permette lui di andare a dire io sono tuo fratello maggiore, si è messo in testa chissà che cosa”. Ogni volta che mi sono accostato a loro mi son sempre detto: “Questa persona, come tutte le persone, ha dentro la perla. La darà fra un po’ a me. Non sono lì per fare il titolo. Sono autenticamente interessato alla storia. La metterò in circolazione, come una cinghia di trasmissione”».
«Marcello Candia, vivendo tra i lebbrosi, è rimasto sorpreso. Le mie pagine gli hanno portato aiuti enormi. Si è fatto molti amici che l’hanno sostenuto per interposta persona. Uno si può anche dire: “Io che faccio il contabile a Milano, attraverso questo giornalista divento parte di una battaglia, aiutando chi sta in prima linea”».

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