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Una grande stratega politica

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Di che pasta fosse fatta Elisabetta Farnese, la «buona principessa di Parma impastata di butirro e formaggio» l’Europa, sorpresa, l'ha capito subito quando nel 1714, appena giunta in Spagna da regina, ventiduenne moglie del trentunenne Filippo V, ha licenziato su due piedi la potentissima principessa Orsini (Marie-Anne de la Tremoïlle) «cameriera mayor». E subito dopo, con una «prima notte» nuziale lunga diciannove ore, ha conquistato totalmente il marito «con il quale visse in un interrotto tête-à-tête». 
Allegra, vivace, socievole, pur allevata nella piccola corte parmense Elisabetta (1692-1766; Isabel de Farnesio per gli spagnoli) si dimostrava molto scaltra nel perseguire un disegno politico che non si limitava a portare sul trono i propri figli ma anche si iscriveva «in un più vasto progetto di ridefinizione degli assetti politici italiani usciti dalla guerra di successione spagnola.
 E’ un progetto - di cui si era già fatto promotore il duca Francesco Farnese e che certamente non mancò di affidare alla nipote in procinto di diventare regina - volto alla creazione di un grande stato farnesiano nell’Italia centrale, autonomo dalla Spagna, che bene si coniugava con le aspirazioni di Filippo V di restaurare, ai danni degli austriaci, l’egemonia spagnola in Italia»: così sottolinea Gigliola Frangiti nella presentazione del volume «Elisabetta Farnese principessa di Parma e regina di Spagna», edito da Viella, che raccoglie gli atti del convegno internazionale di studi tenutosi all’Università di Parma coi contributi di Giovanni Tocci, Giuseppe Bertini, Luigi Pelizzoni, Lucien Bély, Géraud Poumarède, Maria Angeles Pérez Samper, Maria Victoria Lopez-Cordon Cortezo, Gloria A. Franco Rubio, Nicolas Morales, Stefano Tabacchi, Pia Wallnig, Renzo Sabbatini, Mirella Mafrici, Imma Ascione, Anna Maria Rao, Pierluigi Leone de Castris, Maria Grazia Maiorini.
 Un convegno di rilevante  interesse poiché ha preso in esame approfonditamente la complessa personalità di Elisabetta mettendone in luce aspetti anche poco indagati e puntualizzandone meglio altri. Una particolare attenzione è stata rivolta alla formazione della futura regina, rivelatasi di una solida cultura in campo storico e artistico così - come fa notare Giuseppe Bertini - da svolgere «un ruolo fondamentale nella vita culturale spagnola, ridimensionando in campo artistico l’influenza francese e determinando lo spostamento dell’interesse del paese iberico verso l’architettura, la pittura, la musica e il teatro italiano».
Fino a 8 anni Elisabetta, figlia di Odoardo Farnese e di Dorotea Sofia di Neuburg, ha vissuto prevalentemente a Parma. Suo padre moriva quando lei aveva appena compiuto un anno e sua madre si risposava nel 1696 col cognato Francesco Farnese, duca di Parma da due anni. Poi si trasferiva a Piacenza dove studiava con molto impegno e diligenza, amando soprattutto la storia, la pittura (ci sono rimasti alcuni suoi dipinti), la musica (suonava il cembalo) e la danza. E proprio le passioni per il ballo e la pittura, insieme a quella per la caccia, le servirono per rafforzare il rapporto col re e aiutarlo a superare i momenti di depressione. 
Vicina a Filippo nel privato, ma anche nel pubblico. Elisabetta, infatti, presenziava insieme ai più fidi collaboratori alle udienze quotidiane del re cosicché conosceva tutti gli affari di stato e poteva consigliare (e influenzare) il sovrano nelle varie decisioni. Grazie alla sua scaltra abilità riusciva, superando anche notevoli difficoltà, a portare il figlio Carlo sul trono di Spagna e i suoi discendenti su quello di Napoli e di Sicilia; il figlio Filippo e i suoi discendenti sul trono di Parma; Maria Anna Vittoria diventava regina del Portogallo; Maria Antonia sposava Vittorio Emanuele III di Savoia, allargando così l’influenza dei Borbone in Europa.
I diversi momenti pubblici e privati della regina sono stati oggetto di dotti e documentati interventi che i limiti dello spazio non ci consentono nemmeno di sunteggiare. Segnaliamo però due relazioni che riguardano l’impoverimento del patrimonio culturale parmense: «Dalla Ducale Galleria di Parma al Reale Museo di Napoli» di Pierluigi de Castris e l’«Archivio Farnese a Napoli» di Maria Grazia Maiorini. Purtroppo, per Parma, è stata proprio Isabel de Farnesio a spingere il figlio Carlo perché nel 1734 portasse a Napoli «quadri, statue, monete, medaglie, arredi, oggetti preziosi, manoscritti, libri, documenti archivistici» temendo che le truppe austriache potessero danneggiare e impadronirsi di questo patrimonio di inestimabile valore, che alla fine è stato ugualmente smembrato e seriamente danneggiato dagli spostamenti, dalle guerre e dalla insensibilità degli uomini. Così Parma si è trovata spogliata di due secoli di «storia farnesiana»: un danno immenso parzialmente attutito dall’illuminata sensibilità culturale dei nuovi duchi, il figlio (don Filippo) e il nipote (don Ferdinando) di Elisabetta che, forse un po' dimenticata, è stata ora «recuperata» nella sua più autentica dimensione di donna e nella sua grandezza di stratega politica capace di influire sulle sorti dell’Europa.
PIER PAOLO MENDOGNI
 

 

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