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Stefania Provinciali

 Il fuoco come elemento di natura, come conquista dell’uomo, espressione del bene e del male, ha avuto infinite interpretazioni visive nella storia dell’arte, dagli inizi ai giorni nostri passando attraverso un secolo quale il Novecento che ha rinnovato la vitalità ed i significati delle arti sulle fantasie incendiarie futuriste. Forza purificatrice del mondo e mito della purificazione, motivo decorativo spesso utilizzato con ironia e gioco, evocazione del nuovo e nel contempo delle origini, il fuoco non ha mancato d’interessare anche il mondo della performance e del video come racconta la mostra visibile a Milano, a Palazzo Reale, fino al 6 giugno, secondo appuntamento dei percorsi dedicati al tema dell’energia e degli elementi di natura. Alla base l’idea di analizzarne il ruolo fondamentale del fuoco per la cultura mediterranea ed europea, in un mix di confronti molto vari tra loro che va da reperti archeologici, a dipinti, sculture ed installazioni nell’intento di ricondurre alla più profonda sensibilità umana. Le opere presenti «mescolano» interpretazioni e forme, affidandosi per lo più ai significati delle singole rappresentazioni e passano da Previati (Il Carro del Sole), a Vasari (La fucina di Vulcano) a Cranach (San Giorgio e il drago) a Canova (Vestale), a Tiziano, a Domenichino, attraverso dieci sezioni tematiche di valore simbolico: Fuoco e Cosmologia, Fuoco e Divino, Fuoco e Dualità, Fuoco e Distruzione, Fuoco e Purificazione, Fuoco e Iniziazione, Fuoco e Fecondità, Fuoco e Inconscio, Fuoco e Fiaba, Fuoco e nuovi miti. In questo contesto espressivo spiccano tre opere della Collezione Barilla.  Si tratta di «Divinité» (1940) di Max Ernst, «Prometheus» (1882) di Arnold Böcklin e una «Combustione»  di Alberto Burri. L'opera di Ernst si trova nella prima stanza del percorso espositivo, in una sezione dedicata al «fuoco creatore», là dove l’immagine scava nelle origini. La piccola tela dipinta con brevi  pennellate che paiono riprendere il filamento di un tappeto, mette a nudo alcuni aspetti strettamene legati al percorso creativo dell’artista ovvero l’insaziabile curiosità sull'alternanza dei modi di dipingere offrendo, in un breve brano appena accennato, l’impronta di un materiale diverso.  In questo contesto emerge la pittura, la trama figurale ed il volto della donna amata, trasformati in «Divinité».
Il «Prometheus» di Böcklin e la «Combustione»  di Burri appartengono al «fuoco utile», là dove viene ripercorso il mito di Prometeo, dono agli uomini e furto agli Dei, che raccoglie e suggella tutta l’ambivalenza, in termini psicologici, di questa grande conquista umana. Arnold Böcklin è uomo del nord attratto dalle luci mediterranee che si specchiano nelle acque, è uomo che sogna le rive dove è nata la classicità ellenica, dove è nato il mito. Nel suo Prometeo emerge quell'aspetto della divinità, dove il gigante è sceso ad abitare la terra, in un contesto carico di poesia, di luci ed ombre possenti dai risvolti romantici, dove il Titano, colpevole d’aver rubato il fuoco agli dei, è incatenato su una montagna e sferzato dalla natura selvaggia. E proprio nella figura di Prometeo si concentra fin dalla prima rivoluzione industriale e dalla stagione romantica il mito originario dell’età contemporanea.
L'essenzialità dei procedimenti messi in campo da alcuni protagonisti dell’arte europea degli anni Cinquanta e Sessanta, tra cui Burri, permetterà di sviluppare successivamente forme espressive nuove, che investiranno sulla capacità fisica della fiamma di plasmare la materia. Si rivela forte, nell’opera di Burri l’essenzialità del rapporto cromatico nelle abrasioni provocate dal fuoco e quindi risultato di un potere distruttivo nell’antitesi di vita e morte, là dove la materia si «frantuma».  La mostra promossa dal Comune di Milano e dalla Fondazione DNArt in coproduzione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (direzione generale per la valorizzazione) e in collaborazione con Regione Lombardia è curata dagli archeologi Cosimo Damiano Fonseca ed Elena Fontanella insieme all’ex sovrintendente del polo romano Claudio Strinati.  Il Fuoco è protagonista anche di un’istallazione d Bill Viola, che collega l’esposizione di Palazzo Reale all’Accademia di Brera dove, nella Pinacoteca, «Deserts» intende riallacciarsi ad un percorso ideale che attraverso i luoghi dell’arte attraversa l’idea del fuoco, dentro e fuori i confini della storia e delle singole opere, legandone strettamente i significati ai mezzi della contemporaneità, in un turbinio di forze.

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