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«Bornisa»: innocente o colpevole?

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Anna Ceruti Burgio

In questi giorni vari processi appassionano l’opinione pubblica che si divide tra innocentisti e colpevolisti; anche nel passato si ricordano casi analoghi, in cui si affacciò il sospetto che fosse condannato un innocente. Un caso interessante fu quello di Pietro Cavalli, detto «Bornisa» dal nome di un’osteria che pare gli fosse appartenuta (altri lo definiscono un calzolaio), accusato e condannato, dopo un processo che fece scalpore, per l’uccisione del consigliere della prefettura Gaspare Bolla invenuta nel 1874.
Ma andiamo per ordine: Aldo Emanuelli, nel suo libro sulle «Osterie parmigiane» (Parma, 1931), scrive che aveva una bettola nell’Oltretorrente in Via del Quartiere, di fronte alla chiesa di Santa Maria del Quartiere; è probabile che in questa osteria si tramasse contro il potere, preparando il terreno per un malcontento che portò all’uccisione di Gaspare Bolla. In questo periodo, infatti, dopo il passaggio al Regno d’Italia ci furono problemi a livello nazionale e locale; molti restarono insoddisfatti del modo in cui si era giunti all’unità.
Già in precedenza si erano verificati a Parma efferati episodi di ribellione, come l’uccisione di Carlo III o l’assassinio di Anviti; il malumore serpeggiava nelle classi popolari, che si riunivano a discutere in particolare nelle osterie. La tassa sul macinato provocò scontento e sommosse in Italia: dal 1868 i disordini si diffusero anche in Emilia, a Bologna, Reggio e Parma.
Un fatto molto grave fu l’assassinio di Gaspare Bolla: la sera del 5 giugno 1874 il consigliere della Prefettura fu raggiunto da un colpo di affilatissimo trincetto in via Farini, mentre si recava alla propria abitazione in casa Mazza-Poldi. Molto probabilmente gli assassini l’avevano atteso sotto la Volta Politi, nei pressi, come dice l’Emanuelli, dell’osteria della Bella Villana (poi dei Bersaglieri e in seguito del Tribunale), dandosi poi alla fuga per strade malfamate, della Vite e Marmirolo, nei pressi di Piazzale del Carmine. Al ferito, portato dai soccorritori nella vicina Farmacia Mazza, furono prodigate, ma inutilmente, le cure del caso: si constatò che aveva un profondo buco da taglio, sotto le costole presso l’ombelico. La vicenda fece scalpore, e, come detto, si avanzarono diverse ipotesi: la prima fu quella che l’assassino fosse un romagnolo, perché da lì si era trasferito il Bolla; un’altra che fossero stati gli operai della fluitazione della legna nell’Enza; altri attribuirono il fatto alla chiusura del Circolo Repubblicano da lui imposta; inoltre, una delegazione di popolani e operai che si era recata in Prefettura per lamentarsi dell’aumento del prezzo del pane, era stata ricevuta in modo sprezzante da Gaspare Bolla.
Egli già da tempo si era reso inviso alla popolazione, tanto che al suo passaggio mormoravano , mostrandolo a dito: «Ecco là Carlén trì», paragonandolo all’odiato Carlo III di Borbone, a sua volta assassinato. Si pensò a una congiura, si attuarono diversi arresti, ma i presunti colpevoli furono subito rilasciati; una persona fece il nome di Pietro Cavalli, il quale due giorni dopo si trovava a Casalmaggiore presso il conte Fadigati, che lo aveva chiamato come consulente per la vendita di bozzoli. Qui lo avvertirono di essere ricercato, per cui andò spontaneamente a costituirsi alla polizia.
Portato in carcere in San Francesco, uno stratagemma lo indusse a confessare: infatti gli inviarono una falsa lettera, firmata «gli amici», che gli faceva domande. Abboccato all’amo, rispose facendo nomi e cognomi e prospettando un tentativo di evasione. Così il 10 luglio, di primo mattino, poliziotti fiancheggiati da una compagnia di bersaglieri, si recarono in Oltretorrente per procedere all’arresto di numerose persone. Tra gli arrestati, anche il sensale Luigi Alfieri, detto «Vigiót»; undici furono prosciolti, mentre furono deferiti alla giustizia il Cavalli come esecutore del delitto, Angelo Chierici, detto «Marinär», Ottavio Azzoni e Alessandro Bevilacqua come complici, Antonio Bocchi, Ferdinando Gardelli e Luigi Alfieri come istigatori e mandanti.
Non risultò nulla di certo, sebbene si scavasse nel passato di ognuno cercando anche nell’appartenenza a associazioni come «l'Internazionale dei lavoratori». Il processo si svolse nel 1875 fra la grande attenzione della cittadinanza, che non credeva colpevole «Bornisa»; vi partecipò la vedova del cavalier Bolla, Pia Marchi, che commosse tutto il pubblico con la sua deposizione patetica in gramaglie. Benché difeso da un collegio di valenti avvocati, Leonida Busi del foro di Bologna e Luigi Priario del foro Genovese, con numerosi altri (Enrico Arisi, Luigi Mora, Gustavo Gelati, Luigi Caprari e Italo Bianchedi) e nonostante le loro appassionate arringhe, il Cavalli fu condannato ai lavori forzati; come complice fu condannato a 15 anni lo stalliere Ottavio Azzoni, mentre gli altri furono assolti.
Il processo si svolse tra lo spasmodico interesse dell’opinione pubblica: la «Gazzetta di Parma» coi resoconti processuali ebbe un’enorme tiratura, così come l'altro giornale «Il Presente». «Bornisa», alla lettura della sentenza, esclamò: «Giuro su Iddio che voi condannate un innocente!», ma fu ugualmente tradotto al carcere di Turi di Bari, da cui uscì dopo 37 anni di patimenti («una vita orribile che non auguro neppure ai cani»), avendo ottenuto la grazia dal Re. Quando morì, nel 1913, lo commemorò con commosse parole il giornale «L'Internazionale», che scrisse. «Povero vecchio! Noi conoscemmo quell'animo di generoso che per il bene dei suoi fratelli, votò, innocente, la sua giovane vita alla reclusione». Il suo funerale fu seguito da molti, tra cui i garibaldini che avevano partecipato con lui alla campagna del 1859-60. Presso l’osteria di borgo Catena si organizzò una colletta per acquistargli una tomba alla Villetta, sulla quale fu collocata una croce marmorea.

 

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  • maria luisa tozzi

    11 Maggio @ 08.28

    Brava, Burgio! A lei il merito del rigore storico, anche attraverso l'aneddotica, e quello di aprire nuove finestre sulla quotidianità del passato. Leggo qui, ad esempio, degli "operai della fluitazione del legno"; del funerale del Bornisa, cui parteciparono i compagni garibaldini e altro.Bel quadro storico, dipinto da chi ha materia prima in mano, che mi dà un positivo inizio di giornata. Grazie

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