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"Darwin? Non tutto oro"

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Secondo la teoria darwiniana, l’evoluzione delle specie è spinta avanti da tre forze: la selezione naturale, la deriva genetica, ossia il fatto che le popolazioni sono piccole, e la migrazione, ossia il fatto che le popolazioni si mescolano. E’ di recente apparso, in traduzione italiana, uno studio che sostiene che l’evoluzione va avanti non per selezione naturale ma perché ci sono dei limiti fisici, intrinseci, tra le componenti degli organi, cioè quelle che si chiamano condizioni al contorno. Ad elaborare tale teoria due scienziati: Massimo Piattelli Palmarini, professore di Scienza cognitiva alla University of Arizona, e Jerry Fodor, professore di Filosofia del linguaggio alla Rutgers University, nel volume «Gli errori di Darwin» (Feltrinelli, pagine 363, euro 25). Essi non negano l’esistenza dell’evoluzione e neppure negano che vi sia similarità generica tra le specie, ciò che invece mettono in discussione è il ruolo centrale della selezione naturale. Il perché lo chiedo al professor Piattelli Palmarini. «Per due ordini di ragioni - risponde - biologiche e filosofiche. La biologia attuale mostra che la selezione naturale è un processo marginale nell’evoluzione. La comparsa di specie nuove non è spiegabile con la selezione naturale. In qualche caso, con molte particolarità diverse da caso a caso, la selezione naturale spiega la diversificazione di sotto-specie, ma non più di questo. La critica filosofica riguarda il concetto di selezione-per. La spiegazione neo-darwinista non può fare a meno di usare questa nozione. Il tale tratto, in tale specie, in tale ambiente, è stato selezionato per tale funzione, o per tale vantaggio. Noi mostriamo che questo tipo di spiegazione è incoerente. Non sono i tratti ad essere selezionati in natura, ma gli organismi che li portano, e gli organismi portano una immensa quantità e qualità di tratti, invariabilmente presentati insieme. La natura seleziona gli organismi, non può selezionare un tratto isolatamente considerato per il vantaggio adattativo che rappresenta. Solo gli allevatori umani possono operare tali distinzioni e solo i biologi, a posteriori, mediante esperimenti a volte complessi e ragionamenti a volte malcerti, possono ipotizzare post hoc spiegazioni adattative. Esse, quando sono plausibili, sono come le spiegazioni di fatti storici, piene di dettagli molto particolari, non l’applicazione di una legge generale della selezione naturale».
Darwin notava che i figli somigliano ai genitori anche se tra loro c'è variabilità. Ciò vale anche per gli animali. Ad esempio, se un cane ha certi tratti morfologici diversi da quelli del resto della cucciolata, in un certo ambiente, questi tratti possono far sì che egli diventi più grosso dei suoi fratelli e quindi lasci più cuccioli (con tratti che gli somigliano) alla generazione successiva. Questa, semplificando al massimo, è la selezione naturale. Non crede che questo dato sia inattaccabile indipendentemente dal fatto che la storia sia più complicata?
Non è un fatto, ma una congerie di fatti diversi, variabili di volta in volta. Il problema non è che sia complicato, in scienze spesso le cose sono complicate, ma che sia estremamente variabile. L’azione della selezione naturale ha avuto effetti di un tipo, per esempio, per i fringuelli delle Galapagos, ma la storia evolutiva delle lucertole nell’isolotto di Pod Marcaru nell’Adriatico (importanti cambiamenti in appena 20 anni) è assai diversa da quella delle lucertole in Martinica (nessuna sub-speciazione per 8 milioni di anni, quando c'erano 4 isole distinte) e questa a sua volta è diversa dalla storia dei fringuelli delle Galapagos. Le spiegazioni basate sulla selezione naturale sono tante, non una sola.
La sintesi moderna della teoria della evoluzione che unisce genetica e teoria darwiniana sostiene che, vicino alla selezione naturale, si pongono delle altre forze quali l’importanza della dimensione della popolazione. Un esempio. I gatti catturano i topi; in un ambiente naturale quello che è più bravo a catturare i topi è il gatto che ha magari le unghie più lunghe, lascia più figli e mangia più topi che non quello che è meno bravo. Ma se un gatto si trova, putacaso, in un condominio o in un’isola, in cui non c'è nessun altro gatto, anche se non ha le unghie e magari i topi li prende con la coda, o per esaurimento, si può affermare lo stesso. Quale importanza date nella vostra proposta a queste forze dell’evoluzione?
Queste sono vicende particolari, come narrare quelle di un certo battaglione nelle campagne napoleoniche e quelle dei nostri alpini in Russia. Sono storie che si possono ricostruire, una alla volta, ma non esiste una scienza della battagliologia con principi generali. E’ una banalità che chi si riproduce meglio lascia più eredi e che questi, tra una grande varietà di tratti ereditabili, sono portatori di qualche tratto che correla con una migliore riproduzione, finché qualche altro tratto non interferisce e produce effetti diversi di vario genere. Sono riflessioni di senso comune.
Vi è chi sostiene che il vostro approccio non lede la sostanza della teoria darwiniana e che la spiegazione che voi proponete possa essere un aspetto particolare delle diverse forze dell’evoluzione. Che cosa risponde?
Sarebbe come dire che l’effetto di psicofarmaci mirati non lede la sostanza della teoria freudiana. Quando si allarga una teoria fino a questi punti, la si abbandona senza ammetterlo. Crediamo che proprio questo stia avvenendo, anno dopo anno, con il neo-darwinismo. Alcuni biologi sono espliciti nel confessare che lo stanno abbandonando, molti altri lo negano, ma lo stanno facendo implicitamente.
Gli errori di Darwin - Feltrinelli, pag. 363, 25,00

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