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«Tutto quello che narro deriva da ciò che ho visto»

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 Francesco Mannoni

Il Premio Strega, oltre a Silvia Avallone, ha nella cinquina un altro esordiente, Matteo Nucci che con  «Sono comuni le cose degli amici» (Ponte alle Grazie, pag. 217, euro 14,50), tenta la scalata della notorietà. Il libro racconta di un dissidio familiare, del rapporto difficile tra padre e figlio, di amori e disamori nel fervore trepido delle ingiunzioni domestiche, dal sole dell’Italia a quello della Grecia fra interludi smaniosi e drammi intimi. «Il romanzo non racconta esperienze dirette - precisa subito Matteo Nucci, giornalista e scrittore non più giovanissimo (è nato nel 1970) che con questa opera prima si lascia alle spalle la curatela di una nuova edizione del «Simposio» di Platone per una narrativa di esplorazione nelle sofferte pieghe di tante contraddizioni - perché mio padre è vivo, non è un edonista e semmai è un terribile sgobbone con l’etica spinta del lavoro; io non ho tradito il mio migliore amico, ma molte cose sono mie come l’amore per la cucina e per la Grecia. Quando si scrive si mescolano delle esperienze e delle persone che uno ha conosciuto. La governante, Irma, un personaggio a cui tengo molto, non ha lavorato presso nessuno dei miei parenti, però ho mescolato una serie di signore che ho visto lavorare in case di amici. Ma cosa significa inventare se non vivere?».
Per lei invenzione e realtà hanno la stessa valenza?
In un certo modo sì. Tutto quello che c'è nel libro è frutto di ciò  che ho vissuto, visto, conosciuto. E’ difficile inventare la vita e i personaggi anche se nel mio libro c'è molta invenzione. Ma il gioco si basa sempre sul visto, riassunto nella mente, fatto proprio e magari stravolto, e rapportato a quello che la nostra fantasia elabora. Si parte sempre da una realtà anche minima, si mescolano esperienze e ricordi, quindi in senso largo tutto è autobiografico. 
Il suo libro tratta di un difficile rapporto tra padre e figlio, un contrasto molto diffuso, per qualcuno generalizzato. Lei che ne pensa?
Questo è vero solo in parte, perché nel mio libro ci sono problemi anche con le figlie femmine e non mi addentro in una questione sociologica. Sicuramente c'è sempre il problema di quanto i padri influiscano sui figli e quanto i figli si sentano inesorabilmente destinati a ripercorrere il cammino dei padri per una questione fuori del tempo che affonda le radici nei miti più antichi. Il rapporto del padre e figlio del mio romanzo è complicato, però è un bel rapporto, nel senso che se uno cerca di imitare il padre, di superare l’autorità, la maturità, la capacità di capire i concetti dei padri e quanto loro propongono, vuol dire superare una fase di apprendistato e concludere un percorso di maturazione che fa diventare uomini. Alcuni non affrontano questo cammino.
L'antagonismo fra padri e figli è sempre positivo?
Nella prima fase in cui si inizia a distruggere il mito del padre forte, perfetto, giusto, direi di sì. A questa prima fase di contrapposizione deve necessariamente seguire una fase di relazione, ricreare il rapporto su una base di diversa. Il che significa vagliare tutte le situazioni in cui c'è un superamento e un cambiamento nella relazione. Antitesi e sintesi. C'è il momento del parricidio ma subito dopo interviene quello in cui si riplasma il rapporto su un piano diverso: non più padre mitico ma padre amico. 
La scomparsa del padre del protagonista mette di fronte a degli interrogativi pesanti. Il lutto come resa dei conti?
Questo dipende dalla sensibilità degli individui. Il lutto è sempre un momento fortissimo, ma ognuno lo vive in una maniera diversa. Non c'è una regola. L’uomo che io ho raccontato è uno che comincia a mettere tutto in discussione nel momento in cui vive il lutto e comincia a elaborarlo. E’ un uomo che mette seriamente in discussione le cose e questo è il suo aspetto più positivo, perché per tanti altri versi è un uomo pieno di vizi. Ma vorrebbe cambiare. 
Ha pensato alle donne del romanzo come a delle sostenitrici o a degli ostacoli per il protagonista?
Non hanno tutte lo stesso ruolo. Sono donne con vari compiti: c'è la madre, la sorella, la ex moglie, la compagna, le donne che il padre ha sposato dopo il primo matrimonio, l’amante, la governante: tante donne con tanti ruoli che possiamo dividere in due filoni: uno è quello delle donne che sostanzialmente accompagnano il protagonista della storia, Lorenzo, a fare delle scelte e a prendere delle decisioni. E sono le donne forti del libro. Nella prima parte la Governante che lo accompagna nella scelta della cena mentre il padre morto è nell’altra stanza; nella seconda parte la ragazza che incontra in Grecia lo sospinge a un cambiamento e gli fa capire la lontananza dal padre e la sua somiglianza con lui. Nella terza parte c'è la madre che lo spinge al confronto finale con l’amico. Sono donne che hanno un ruolo più positivo e altre uno più negativo, ma si tratta sempre di generalizzazioni. 
L'amicizia, si dice, è sacra, ma cosa porta una persona ad infrangere un simile valore?
Credo che l’amicizia sia fondamentale e tradire l’amicizia sia peggio che tradire l’amore. 
Cosa significa per uno scrittore arrivare allo Strega con il primo romanzo?
Una cosa è scrivere, una cosa è partecipare a tutto quello che sta intorno allo scrivere. Lo Strega è una grande soddisfazione, soprattutto per quello che porta: conoscere, incontrare tante persone che probabilmente non si sarebbero mai incontrate. Che poi ci siano delle polemiche, è sempre stato così, ma lasciando perdere quel lato oscuro del chiacchiericcio umano: le esperienze che si fanno con lo Strega sono assolutamente uniche. E non posso che esserne felice. 
Sono comuni le cose degli amici
Ponte alle Grazie, pag. 217,14,50

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